Ciò più tardi: per allora, con truppe valorose e devote egli mosse ad assicurarsi l'impero non da' Barbari, ma dai due emuli, pari d'armi, di forza, d'artifizio. Prevalendo di rapidità e d'accorgimenti, appo Isso e Nicea sconfisse Nigro, e quando il seppe ucciso dai soldati presso Cizico, aspre vendette esercitò sugli amici del vecchio e generoso amico suo; spense la famiglia di esso e i senatori che l'aveano servito da tribuni o generali, gli altri sbandì, e i beni al fisco; molti di grado inferiore mise a morte; condannò coi padri i figli degli uffiziali che avea tenuti ostaggi; alle città fautrici dell'emulo tolse i privilegi; quelli che, buono o mal grado, l'aveano servito di denaro, ne dovettero il quadruplo a lui; lamenti scoppiassero pur d'ogni parte, egli non vi ascoltava.

Nel caldo della vittoria passa l'Eufrate, vince gli abitanti dell'Osroene e dell'Adiabene che, fra l'ultime discordie, avevano trucidato i Romani e scosso il giogo; penetra nell'Arabia che avea parteggiato con Nigro, fa guerra anche ai Parti, conquista una porzione della Mesopotamia che riduce a provincia, assedia ed espugna Bisanzio, principale baluardo contro i Barbari.

Sapendo che Albino era caro al senato quant'egli odioso, Severo non osava romperla seco apertamente, e gli scriveva lettere lusinghiere, ma al tempo stesso mandava per assassinarlo. Scoperta la slealtà, Albino la proclamò, assunse il titolo d'imperatore, e tragittato nella Gallia, vi fece nodo di autorevoli persone. Severo allora sacrifica una fanciulla per cercare nelle viscere di essa l'esito della guerra[5]: presso Lione s'affrontano cencinquantamila Romani: dopo lunga e incerta battaglia fra eserciti di pari valore, Albino, piagato a morte, spira ai piedi di Severo (197), che con barbara gioja il fa calpestare dal suo cavallo e lasciare ai cani sulla soglia della sua tenda.

La sicurezza non sopì in lui il desiderio di vendetta. La moglie ed i figliuoli d'Albino, già perdonati, fe trucidare e gettar nel Rodano, come tutti i parenti e gli amici, coi beni de' quali arricchì i guerrieri suoi e se stesso. Mandando al senato la testa d'Albino, si lamentò con lettera beffarda del bene che i senatori gli aveano voluto, vantò il governo di Comodo, e — In questo teschio (soggiungeva) voi che l'amaste leggete gli effetti del mio risentimento». Giunto poi, sciorinò in senato vilipendj contro Albino, lesse lettere a quello dirette, encomiò le precauzioni di Silla, Mario ed Augusto, mentre Pompeo e Cesare erano periti per inopportuna clemenza. Conseguente alle parole, in pochi giorni quarantadue senatori, consolari o pretori immolò con altri assai alla vendetta, alla gelosia ed all'avarizia sua; fece deificare Comodo, uccidere Narcisso che l'aveva attossicato.

La disciplina era il suo scopo; la voleva come un generale d'esercito, dispoticamente; giusto coi piccoli per deprimere i grandi, valendosi de' giureconsulti per organizzare l'obbedienza, e associando la giurisperizia coll'assolutismo; i soldati viepiù voleva sottomessi, quantunque obbligato a condiscendere in parte ad essi perchè stromenti di sua elevazione e conservazione. Il popolo, contento di vederlo uccider ladri, masnadieri, prepotenti, prese a benvolergli; lo chiamava il Mario o il Silla punico, mentre gli Africani lo amavano qual vindice dell'antica Cartagine, il cui nome ricompariva sulle medaglie che la nuova batteva in riconoscenza de' vantaggi da lui decretatile.

Mosso per nuove battaglie, da Brindisi fu nella Siria ed a Nisiba di Mesopotamia per respingere i Parti (198): varcato l'Eufrate, prese Seleucia e Babilonia abbandonate, e la capitale Ctesifonte, dopo lungo contrasto e gravi malattie, causate da deficenza di cibo. A Roma è comandato esultare di questi trionfi, fra i quali esso dichiara augusti Caracalla e Geta suoi figliuoli. Riposato alquanto in Siria, visita l'Arabia e la Palestina, ove proscrive la religione ebrea o cristiana: vede i monumenti dell'Egitto, e raccolti dai tempj i libri di arcane dottrine, li chiude nella tomba d'Alessandro Magno, perchè nè quelli nè questa più fossero veduti.

Fra ciò non dimentica di spigolare, come dice Tertulliano, i fautori di Nigro e d'Albino e chi gli desse ombra: poi abbandonasi tutto a Flavio Plauziano (201), prefetto del pretorio, cui ne' domestici ragionari e in senato lodava più che Tiberio non facesse di Sejano. Senatori e soldati offrivano a costui statue, voti, sacrifizj, come all'imperatore, e giuravano per la fortuna di Plauziano; solo per lui arrivavasi all'imperatore e ai posti; ed egli abusava dell'autorità, fino a mandare a morte illustri personaggi senza tampoco informarne Severo: il quale, credendolo un sant'uomo, il cresceva d'onori, e ne faceva sposare la figlia Plautilla al suo Caracalla (202). Costei portò una dote che sarebbe bastata, dice Dione, a cinquanta regine; e cento persone di nobili case, alcuni anche padri di famiglia, furono fatti eunuchi per servirla. Ma non sempre spirò quell'aura. Ingelosito di Plauziano, Severo comandò s'abbattessero le statue erettegli: vero è che alcuni governatori, interpretandolo per segno di disfavore, essendosi affrettati di fare altrettanto nelle provincie, furono tolti di posto o sbanditi, e Severo dichiarò che guaj a chi facesse affronto a Plauziano. Caracalla, nojato del fasto di Plautilla, prese tal odio a lei ed al suocero, che ne giurò la ruina; e nel regio appartamento avventatosegli (204), lo fece quivi stesso trucidare, dopo, fui per dire, un regno di dieci anni. La figlia e i confederati di esso furono relegati o morti, dicendosi che macchinava assassinar l'imperatore.

Eppure Severo rifiorì il paese; corresse gli abusi insinuati dopo Marc'Aurelio; il tesoro trovato esausto, lasciò riboccante, e grano bastevole per sette anni[6], olio per cinque, avendo disposto onde alquanto distribuirne in perpetuo a ciascun cittadino. Alzò nuovi monumenti, e riparò i vecchi a Roma e nelle maggiori città, sicchè molte presero il nome di sue colonie; largheggiò col popolo e negli spettacoli; mantenne la pace interna.

Contro i Caledonj sollevati e vincitori accorse nella Britannia (208), traendo seco i due suoi figli per istrapparli dalle lascivie: e benchè gottoso e vecchio, inseguiva a foco e ferro i nemici ne' più fitti loro recessi, li costrinse alla pace, e per separare le conquiste nuove dal paese indipendente, tirò una mura sull'istmo tra il golfo di Forth (Bodotria æstuarium) e la foce della Clyde (Glota). Poco durarono in quiete i Caledonj, e saputo che Severo stava malato, irruppero, ond'egli mandò Caracalla che li guerreggiasse a sterminio. Costui, che già aveva tentato assassinare il padre in battaglia, ora a capo d'un esercito colorì gli empj disegni, inducendo soldati e tribuni a disdire obbedienza al vecchio infermo. Severo rimbrottò l'esercito, fece decollare i più rei, ma al figlio perdonò; e l'unico suo atto di clemenza nocque al mondo più che tutte le sue crudeltà.

Desolato dall'infame condotta di Caracalla, a York (Eboracum) sentendosi morire, Severo fece leggere ai due figliuoli il discorso che Sallustio mette in bocca a Micipsa per esortare i suoi eredi alla concordia: raccomandò quella ch'è principale arte de' tiranni, conciliarsi i soldati colle liberalità, poco curandosi del resto: fece trasferire la Fortuna Aurea dalla sua nella camera di Caracalla, poi in quella di Geta, ed esclamò, — Fui tutto, e a nulla giova»[7]; chiesta l'urna preparata per le sue ceneri, soggiunse, — Tu racchiuderai quello a cui la terra fu piccola». Non reggendo agli spasimi, domandò veleno, e negatogli, mangiò tanto da soffocare (211).