Didio, a piene voci acclamato, è fra' pretoriani condotto per le deserte vie di Roma, indi nel senato, che uditolo enumerare i proprj meriti e vantare la libertà della sua elezione, ossequiosamente si congratulò della pubblica felicità. Collo stesso corredo guerresco portato in palazzo, vide il trono di Pertinace e la frugal cena che s'era disposto: eppure imbandì con più splendore che mai, e consumò la notte in banchettare, trarre ai dadi, e ammirar Pilade ballerino.

Ma il popolo non un applauso avea levato; anzi, qualvolta egli comparisse, gli avventavano ingiurie e sassi, indignati da quel turpissimo mercato; e provocavano a sempre nuove risse i pretoriani. Poi fra breve la folla si ammutina, ed avventatasi nel circo dove egli assisteva ai giuochi, gli rinnova le imprecazioni; ricorrendo anch'essa fatalmente alla forza armata come i tiranni, fa appello agli eserciti lontani perchè vengano a vendicare la prostituita maestà dell'impero. Quel grido d'angoscia trovò eco in tutto l'impero, e gli eserciti di Britannia, di Siria, dell'Illiria, comandati da Clodio Albino, Pescennio Nigro e Settimio Severo, disdissero l'indegno contratto, fosse orgoglio, o invidia dei soldati, od ambizione dei capi.

Clodio Albino, nato nobilmente in Adrumeto d'Africa, avea scritto d'agricoltura, poi, abbandonato lo stilo per la spada, allora comandava l'esercito di Britannia. Mai non aveva perdonato; crocifisse centurioni per colpe da nulla; uggioso in casa e con tutti; in un pasto logorò cinquecento fichi, cento pesche, dieci poponi, cento beccafichi e quattrocento ostriche. Ricusata obbedienza a Didio, si sosteneva nella Britannia senza assumere il titolo d'augusto, anzi esortando a ripristinare la repubblica, e asserendo non si acconcerebbero le cose finchè il potere civile non prevalesse al militare, e al senato non fosser rese le antiche prerogative.

Pescennio Nigro d'Aquino, di poca ricchezza e meno studio, ma ardito soldato e buon capitano, era salito ai primi gradi della milizia; mantenitore della disciplina, non tollerava che gli uffiziali maltrattassero i soldati, fece lapidare due tribuni per avere sottratto alcun che della paga, e appena a suppliche dell'esercito perdonò la testa a dieci che avevano rubato del pollame; non permetteva il vino in campo; viaggiava a piedi e scoperto la testa; voleva i suoi servi portassero fardelli onde non parere oziosi nelle marcie. Nel governo importante quanto lucroso della Siria, procacciossi amore colla fermezza non discompagnata da affabile compiacenza: onde appena s'udì assassinato Pertinace, tutti l'esortarono ad assumere l'impero, le legioni orientali si chiarirono per lui, per lui il paese dall'Etiopia all'Adriatico, e di là dal Tigri e dall'Eufrate gli vennero regie gratulazioni. Nella solennità dell'acclamazione proferendosi il consueto panegirico, Pescennio interruppe l'oratore che il paragonava a Mario, ad Annibale, a non so quali altri capitani, dicendo: — Narraci piuttosto quel che han fatto costoro d'imitabile. Lodare i vivi, e massime l'imperatore che può ricompensare e punire, è da adulatore. Vivo, desidero di piacere al popolo: morto, mi loderete». Virtù moderate, pregevoli nel secondo posto, non sufficienti al primo. Invece di difilarsi sopra l'Italia ov'era invocato, Pescennio si rallentò nella voluttuosa Antiochia, persuaso che la sua elezione non sarebbe nè contrastata, nè macchiata di sangue cittadino.

Un emulo superiore sorgeva in Settimio Severo, di Lepti nell'Africa Tripolitana e di famiglia senatoria; sperto nell'eloquenza, nella filosofia, nelle arti liberali e nella giurisprudenza, sostenne magistrature e comandi; faticante di corpo e di mente, alieno dal fasto e dalla gola, violento e tenace nell'amore come nell'odio, provvido dell'avvenire e dei mezzi onde profittarne, disposto a sacrificare fama e onestà all'ambizione, incline all'ingordigia e più alla crudeltà. L'astrologia, passione de' suoi nazionali, lo aveva lusingato dell'impero; sposò una Giulia Domna sira, perchè gli astri aveano promesso a costei, diverrebbe moglie d'un sovrano; e sotto Comodo ebbe accusa d'avere interrogato indovini sul divenir imperatore.

In Pannonia, udita la morte di Pertinace, raduna i soldati, svela il turpe mercato de' pretoriani, e gli incita a vendetta con un'orazione eloquente e colla più eloquente promessa di un donativo doppio di quel di Didio: poi colla prontezza richiesta dal caso scrive ad Albino promettendo adottarlo e chiamandolo cesare; non tentò Nigro, perchè sapeva nol potrebbe sedurre; e mosse senza riposo verso l'Italia, che con isgomento vide le legioni di Pannonia sbucare per Aquileja.

Didio sgomentavasi; i pretoriani, buoni solo al tumulto, tremavano delle invitte legioni di Pannonia e d'un tal generale; e se dai teatri e dai bagni correvano alle armi, a pena sapeano maneggiarle; gli elefanti sbattevano dal collo gl'inesperti condottieri; la flotta di Miseno mal volteggiava; e il popolo rideva, il senato gongolava. Didio in tentenno, ora faceva pronunziare Severo nemico della patria, ora pensava associarselo all'impero, oggi gli spediva messi, domani assassini: ordinò che le Vestali e i collegi sacerdotali uscissero incontro alle legioni, ma ricusarono: armò i gladiatori di Capua, e con magiche cerimonie e col sangue di molti fanciulli[4] fece prova di sviare il nembo.

Ma i soldati che custodivano l'Appennino disertarono a Severo; disertarono i pretoriani, appena esso gli assicurò da ogni castigo, purchè consegnassero gli assassini di Pertinace. Avvertito che questi erano presi, il senato decretò morte a Didio, il trono a Severo, a Pertinace onori divini. Illustri senatori furono deputati a Severo, sicarj a Didio, che piagnucolò (2 giugno) perchè gli lasciassero la vita: — Che male fec'io? ho mai tolto di vita alcuno?» Ma dovette ripagare col sangue i sessantaquattro giorni di regno che coll'oro avea comprati.

Severo, che in quaranta giorni avea coll'esercito traversate le ottocento miglia che corrono da Vienna a Roma, conseguì l'impero senz'altro sangue. Uccisi gli assassini di Pertinace, rese a questo segnalate esequie, e diede lusinghe al popolo e al senato. Prima d'entrare in Roma raccolse i pretoriani in gran parata, e ricinto de' suoi guerrieri, salito in tribunale, li rimbrottò di perfidia e codardia, e privandoli del cavallo e delle insegne, li congedò come felloni, e li sbandì a cento miglia.

In loro luogo ne elesse quattro tanti, cernendoli dai più prodi suoi, di qual fossero paese: onde a tutti i soldati fu aperta la speranza d'entrare fra' pretoriani. Questi cinquantamila uomini, fior degli eserciti, dovevano dalle legioni essere considerati come loro rappresentanti, e togliere le speranze d'una ribellione. Il prefetto del pretorio crebbe d'autorità, non solo restando capo dell'esercito, ma e delle finanze e delle leggi. Per gratitudine o per politica condiscendenza Severo concesse ai soldati l'anello d'oro, aumentò le paghe, e con ciò il lusso, la mollezza, l'indisciplina, mentre l'itala gioventù, sturbata da quel suo privilegio, si diede al ladro o al gladiatore.