Avesse almeno costui saputo usare la brutale valentìa a tutela de' confini. Ma al primo arrivar al trono cedette quante fortezze serbava sul territorio dei Quadi, patto che questi si tenessero inermi e cinque miglia discosto dal Danubio, nè s'adunassero che una volta il mese in presenza d'un centurione. Anche da altri Germani comprò la pace, e lasciò che i Saracini (qui per la prima volta nominati) riportassero vantaggi sopra l'impero. Poi un semplice soldato, di nome Materno, che a capo di disertori avea messe a soqquadro Spagna e Gallia, vedendosi circuito d'ogni dove, sparpagliò i suoi, e con alquanti di essi si spinse fino in Italia col proposito di scannare Comodo e farsi imperatore (188). Già alcuni suoi eransi mescolati alle guardie di questo, allorchè altri li tradirono, e il supplizio di Materno sedò il tumulto. Però il valore de' generali potè reprimere i Frisoni, e respingere i Caledonj che avevano superato la muraglia di Trajano; e Comodo menava trionfi, e intitolavasi imperatore senza veder mai gli accampamenti. Solo una volta mostrò voler passare in Africa; ma come ebbe raccolto denari assai, li sciupò in gozzoviglie.
Naturali infortunj aggravarono i mali del suo regno: tremuoti; peste, che fin due in tre migliaja d'uomini al giorno mieteva in Roma; andò in fiamme il tempio della Pace, dove erano riposte le spoglie della Giudea, le opere dei letterati, preziose spezie d'Arabia e di Egitto; perfino al palazzo s'apprese l'incendio e al tempio di Vesta, da cui fuggendo, le sacre vergini esposero per la prima volta agli occhi profani il Palladio, talismano dell'impero.
Il privato pericolo potè più che la pubblica indignazione; poichè Marcia concubina di Comodo, Leto capitano delle guardie, ed Ecleto suo ciambellano, sapendosi designati a morte, avvelenarono Comodo, di appena trentun anno, dopo regnato dodici (192 — 31 xbre). Il senato, che ver lui era disceso all'infimo dell'abjezione, come il vide morto ripigliò coraggio, fece abbatter le statue, raderne il nome dalle lapidi, negar sepoltura al vile gladiatore, al parricida, al tiranno più sanguinario di Nerone; ma fra poco Settimio Severo lo farà riporre fra gli Dei, istituirgli sagrifizj e solennità anniversarie pel suo natale.
I congiurati corsero alla casa di Publio Elvio Pertinace, vecchio senatore e consolare, allora prefetto della città, il quale, udito chiamarsi di mezzanotte, suppose venissero per ordine di Comodo a ucciderlo; onde, fattili entrare, disse: — Da buon tempo vi aspettavo, giacchè io e Pompejano siamo i soli amici di Marc'Aurelio lasciati sopravivere». Pompejano era virtuoso marito della trista Lucilla sorella di Comodo, e ricusando assistere all'anfiteatro, nè vedere il figliuolo di Marc'Aurelio prostituire la persona sua e la dignità, stava per lo più in campagna, pretessendo malattie che cessarono solo nel breve regno del successore.
Pertinace era nato presso Alba del Monferrato, da uno schiavo carbonajo, che gl'impose quel nome per la pertinacia sua nel voler abbandonare il mestiero paterno, e mettersi a Roma maestro di greco e latino. In questa professione poco vantaggiando, diede il nome alla milizia, divenne centurione, poi prefetto di una coorte nella Siria e nella Britannia. Marc'Aurelio per un'accusa il degradò, poi scopertala falsa, creollo senatore, e il mandò colla prima legione a guerreggiare i Germani. Ritolta a questi la Rezia, fu fatto console: poi, regnando Comodo, si vide a vicenda alzato e depresso, in fine assunto governatore di Roma. Dabbene, assiduo agli affari, grave senza dispetti, dolce senza fiacchezza, prudente senz'astuzie, frugale senz'avarizia, grande senza orgoglio, amatore dell'antica semplicità romana, parve a Leto e ai congiurati opportunissimo a riparare ai guasti dell'ucciso.
Lo portarono dunque al campo de' pretoriani (193), i quali, sebbene affezionati a Comodo dalle largizioni, accettarono il nuovo imperatore, perchè prometteva tremila dramme per testa, e il condussero con rami d'alloro al senato, perchè se n'approvasse l'elezione. Qui cogli applausi interrompendo i rifiuti di Pertinace, gli fu conferito il titolo d'augusto, di padre della patria (3 genn), di principe del senato, e recitato dai consoli il panegirico. Egli non permise si chiamasse augusta la moglie sua che nol meritava, nè cesare il figlio sinchè non ne venisse degno. A questi cedette ogni suo possesso perchè non avessero ragione di chieder nulla allo Stato; poi, perchè l'accidioso fasto della corte nol guastasse, mandò il figliuolo ad educare presso l'avo materno.
Le virtù private conservò sul trono. Schietto nel vivere, usava come prima co' migliori senatori e gl'invitava a cene familiari, derise da quelli che preferivano le sanguinarie prodigalità di Comodo. Per risanguare l'erario fece voltare in moneta le abbattute statue del predecessore, vendere all'asta l'armi, i cavalli, le vesti di seta, i mobili (193), fra cui un carro che indicava l'ora e il cammino percorso[3]; le concubine e gli schiavi, eccettuando solo i nati liberi e rapiti a forza; costrinse i favoriti del tiranno a rendere parte del male acquistato, con cui pagò, oltre i pretoriani, i creditori dello Stato, le pensioni maturate e i danneggiati; abolì i pedaggi nocevoli al commercio, e decretò per dieci anni immune chi rimettesse a coltura le sodaglie d'Italia; professò non accetterebbe legati a danno di legittimi eredi; ai banditi per fellonia restituì patria e beni, castigò i delatori, e impedì si apponesse il nome suo sugli edifizj, dicendo: — Sono pubblici, non dell'imperatore».
I buoni godeano di veder rivivere Trajano e Marco Aurelio: ma troppi erano quelli cui giovavano il disordine e il silenzio delle leggi; e i pretoriani, temendo riformata la disciplina, ribramavano Comodo. Ottantasette giorni appena dopo la sua elevazione, alcune centinaja di essi precipitaronsi traverso a Roma nel palazzo (30 marzo), aperto dalle guardie e dagli infidi liberti. L'imperatore, vilmente abbandonato dai cortigiani, colla maestà della presenza e l'autorità della parola arrestò i furibondi, che già si ritiravano, quando un Gallo, o non avesse inteso il discorso, o fosse di passione più violenta, gli cacciò la spada nel corpo, dicendo: — Eccoti un dono de' tuoi soldati»; negli altri rinasce la sete di sangue; e l'imperatore, avvoltosi il capo nella toga, pregando il cielo a vendicarlo, spira sotto mille colpi, e per la sgomentata città è portato dai pretoriani.
Così la forza militare sormontava il contrasto oppostole dall'impotente senato e dagli Stoici, e stabiliva il despotismo de' pretoriani in Roma, degli eserciti fuori. Lo rivelò una scena di beffa tremenda. Perocchè il popolo infuriato corse al campo de' pretoriani, assediandolo minaccioso: ma non avendo capi, non comparendo i consoli, non adunandosi il senato, la folla si disperse. I pretoriani non aveano ucciso Pertinace per alcun fine o per innalzare qualc'altro, ma non trovando raccolto il senato per eleggere un successore, pubblicarono che l'impero era in vendita, si darebbe al miglior offerente. Sulpiciano, suocero dell'imperatore, ch'era stato spedito da questo nel campo a chetare il tumulto, non aborrì di concorrere a un seggio stillante di tal sangue; altri competerono; finchè ne venne voce a Didio Giuliano, vecchio e ricco milanese, che or favorito or disgraziato dagli imperatori, avea traversato senza rumore le principali dignità, e adesso nel lusso e ne' bagordi consumava una delle più sfondolate fortune. Stava allora spensieratamente banchettando cogli amici, i quali lo animarono a concorrere, ed egli va al campo, comincia a dirvi, promette ripristinar le cose come sotto Comodo, e dalle cinquemila dramme offerte per soldato, sale a seimila ducencinquanta (4300 lire), pagabili all'atto.
O Giugurta, Roma ha trovato il compratore!