E gridarono Marc'Aurelio Caro, prefetto del pretorio, che nominò Cesari i figli suoi Carino e Numeriano, sconfisse i Sarmati nella Tracia, assicurando così l'Illiria e l'Italia, indi mosse ai Persi una guerra, divenuta omai di necessaria difesa.

Varane II, succeduto su quel trono, avea già invaso la Mesopotamia; ma come udì che i Romani avanzavano, indietreggiò, e mandò a Caro ambasciadori. Questi il trovarono in abito guerresco con un rozzo manto di porpora, che assiso sull'erba cenava con un pezzo di lardo e pochi piselli; e quando ebbero esposto la legazione, egli, cavatosi un copolino con cui copriva la sua calvizie, rispose: — Se il vostro principe non si piega ai Romani, io ridurrò la Persia così nuda di alberi, come vedete di capelli la mia testa».

Perchè non paresse vuota millanteria, v'entrò vincendo; ma sul meglio morì a Ctesifonte (283), regnato sedici mesi. Il suo secretario Calpurnio scriveva al senato: — Il veramente caro nostro imperator Caro giaceva malato nella sua tenda quando scoppiò un nembo, e tutto fu tenebre: lampi e tuoni ci tolsero di conoscere quel che accadeva; ma al cessar di quelli odesi gridare L'imperatore è morto. Gli uffiziali di camera, desolati di tal perdita, miser fuoco alla tenda, onde corse voce che l'imperatore fosse colpito dal fulmine; a quanto possiam giudicare, non morì che della sua malattia». Che che ne fosse, l'ebbe per sinistro augurio l'esercito, e costrinse Numeriano, figlio dell'estinto, a retrocedere dal Tigri, termine fatato alle conquiste romane. Era questo ricco di bellissime qualità, poeta e oratore: ma nella ritirata anch'esso fu ucciso (284).

Carino, dalla Gallia dove avea condotto la guerra non senza abilità, venne a Roma, ed occupò l'impero: in pochi mesi condusse e ripudiò nove donne, troppe più ne contaminò; in musiche, balli, oscenità logorava il tempo; amici e consiglieri di suo padre, e chiunque poteva esser rinfaccio a' suoi vizj o gli era stato pari in privata fortuna, mandò a morte; superbo coi senatori, vantava voler distribuirne i poderi alla plebe, che trastullava colle feste, e tra la quale schiumò i favoriti, ministri e complici a un tempo, sopra i quali scaricavasi d'ogni cura, fin dell'apporre le firme.

Oziava e godeva sopra l'abisso; poichè l'esercito che con suo padre aveva combattuto in Persia, come nel ritorno fu giunto a Calcedonia d'Asia, acclamò imperatore Aurelio Diocleziano, comandante alle guardie del corpo, dalmato di bassa gente, prode in armi, lontano da ogni fasto e mollezza, destro agli affari, amico del bel sapere, benchè null'altro intendesse che guerra. Correndo qualche dubbio ch'egli avesse avuto parte all'assassinio di Numeriano, giurossene puro, indi fatto venire Ario Apro, suocero dell'estinto, disse: — Costui fu l'assassino dell'imperatore», e gl'immerse la spada in petto. Con ciò intendeva di dare una prova all'esercito, che se n'accontentò, e adempiere la predizione fattagli da una druidessa, ch'egli diverrebbe imperatore quando uccidesse un cinghiale, che in latino dicesi apro. Perciò nelle caccie egli inseguiva sempre questi animali; e allora colpito l'emulo, sclamò: — L'ho pur ucciso l'apro fatale».

L'esercito si dispose a sostenerne l'innocenza e l'augurio colla guerra civile; per assicurare l'esito della quale, Diocleziano fomentò il malcontento fra le truppe di Carino; ed essendo questo ucciso (285) per vendetta d'un tribuno, Diocleziano si trovò padrone dell'impero, ed ebbe la generosità o la politica di perdonare. Nei novantadue anni da Comodo a Diocleziano, di venticinque volte che vacò l'impero, ventidue fu per violenta fine di chi l'occupava; dei trentaquattro imperadori, trenta furono uccisi da chi aspirava succedere; elettori, carnefici, padroni di tutto i soldati: bisognava dunque un riparo, e Diocleziano vi pensò col mutare la forma dell'impero, e ridurlo, da comando soldatesco, a principato despotico.

Incominciò dall'associarsi Massimiano (286 — 1 aprile), contadino sirmiese, una delle migliori spade d'allora, crudele però tanto, che Diocleziano potè comparire generoso moderandone gli atti severi, forse da lui medesimo suggeriti. Assunsero Massimiano il titolo di Erculeo, Diocleziano di Giovio: quegli rispettava per genio superiore Diocleziano; questi trovava necessario il valore del collega fra tanti nemici sbuffanti. Anzi, per essere più pronti ad ogni occorrente, Diocleziano suddivise ancora l'autorità (292), scegliendo a Cesari due generali sperimentati; Galerio, detto Armentario forse dal prisco suo mestiere, e Costanzo Cloro, soldato venuto su col proprio valore, e che allora si volle far discendere da Claudio II. A Costanzo diede Massimiano una figlia, Diocleziano una a Galerio; e così questi quattro Illirici spartirono tra loro, se non l'amministrazione, la difesa dell'impero. Gallia, Spagna, Bretagna furono affidate a Costanzo, che sedeva a Treveri od a York: a Galerio le provincie illiriche sul Danubio, la Mesia superiore, la Macedonia, l'Epiro, l'Acaja, facendone centro Sirmio: l'Italia, colle due Rezie, i due Norici, la Pannonia e parte dell'Africa a Massimiano: a Diocleziano la Tracia, l'Egitto e l'Asia. Nè per questo si scomponeva la monarchia, poichè riguardavano spontaneamente come primo e come un gran dio quel che gli aveva assunti; in concordia rara fra potenti, unica fra quattro guerrieri diversi di patria, d'età, d'inclinazione, si assistevano di consiglio e di braccio: le provincie erano più da vicino guardate; le legioni imparavano a rispettare la vita dei capi, quando l'assassinio d'un solo nulla avrebbe fruttato: e mentre capitani che proclamavansi augusti, Barbari che d'ogni parte irrompevano, faceano difficilissimo il governare, i quattro sovrani mantennero l'autorità sul Danubio come in Africa, nelle Spagne come in Persia. Ma se più pronti erano all'interna sicurezza e alla difesa esteriore, s'indeboliva il sentimento dell'unità, e preparavansi gli animi alla divisione dell'impero, che presto si effettuò.

Diocleziano dall'Egitto ai dominj persiani estese una linea di campi, forti di buone armi; dalla foce del Reno a quella del Danubio, antichi accampamenti e nuove fortezze sì ben custodì, che i Barbari non s'arrischiarono quasi mai a superarle. I prigionieri venivano scompartiti tra i provinciali, e massime dove le guerre avevano decimato la popolazione, adoperandoli alla pastorizia ed all'agricoltura, talvolta alle armi.

Meglio di Roma parve conveniente Milano per tener d'occhio i Barbari della Germania; popolosa, ben fabbricata, con circo, teatro, zecca, palazzo, terme, portici adorni di statue; onde fu munita di doppia mura, e Massimiano vi pose sua residenza. Per sè Diocleziano abbellì Nicomedia sul confine dell'Europa coll'Asia, e se ne compiaceva, quanto lo disgustavano di Roma la plebe insolente e il senato che ancora voleva arrogarsi qualche diritto, in mezzo all'onnipotenza del brando. Fuori dell'antica metropoli non v'erano memorie: onde nell'accampamento o ne' consigli delle provincie gli augusti potevano spiegare assoluta podestà; risolvevano co' proprj ministri, senza nè render conto nè domandar parere al gran consiglio della nazione. Per istrappare a questo le ultime apparenze di considerazione, Diocleziano lasciò che il collega sbrigliasse il natural rigore col punire immaginarie cospirazioni. I pretoriani che, sentendosi fiaccare da questa robusta amministrazione, inclinavano a dar mano al senato, furono scemati di numero e di privilegi, surrogandovi nella custodia di Roma due legioni dell'Illiria col nome di Gioviani ed Erculei: i nomi di console, di censore, di tribuno più non parvero necessarj per esercitare con titoli repubblicani una potenza, da cui la repubblica era stata distrutta: e l'imperatore, non più generale degli eserciti patrj, ma capo del mondo romano, fu intitolato dominus anche negli atti pubblici, con titoli e attributi divini.

E questa imperiale autorità, scaduta nell'opinione, rapina di viziosi, trastullo dell'esercito, Diocleziano pensò ristaurarla dalla radice. Italiano egli non era, sicchè gli rincrescesse di togliere alla patria la primazia con tanto sangue acquistata: nei campi erasi avvezzo alla disciplina indisputata e alle pompe allettatrici, sicchè tutto foggiò a sistema orientale. Alla semplicità d'abbigliamenti, di corte, d'udienze, che aveano serbata gl'imperatori quando si consideravano come primi cittadini e nulla più, Diocleziano surrogò il fasto asiatico; si cinse il diadema ch'era costato la vita a Cesare; di seta, oro, gemme coprivasi dal capo alle piante la sacra persona; scuole di uffiziali domestici custodivano gli accessi del palazzo; e chi traverso a questi e ad infinite cerimonie s'accostasse alla maestà dell'imperatore, doveva prostrarsi in adorazione.