Tutto insomma dovea dirigersi a circondare d'un gran fasto la dignità suprema, a scapito dei poteri subalterni: l'imperatore dovea dirigere ogni cosa cogli ordini, eppure non iscemare la dignità coi particolari dell'esecuzione e colle comunicazioni troppo immediate: i magistrati doveano essere null'altro che esecutori: e poichè non si poteva accordare quell'immensa estensione con un governo temperato, bisognava studiare di renderlo forte insieme e dolce. Due imperatori e due Cesari moltiplicavano queste appariscenze, e ministri del lusso, uffiziali, servi; e gareggiando di splendidezza, da una parte crebbero gl'intrighi, dall'altra le spese e in conseguenza i tributi.
L'autorità eccessiva de' prefetti al pretorio fu ridotta a giusti limiti, introducendo i maestri della milizia, ispettori generali della cavalleria e della fanteria. Alla Corte potea portarsi reclamo contro la decisione di qualsifosse magistrato. Le provincie furono suddivise, e perciò sminuita la potenza di quei che le reggevano: a cagion d'esempio, la Gallia, che ne formava un solo, fu tagliata in quattordici governi. Conseguentemente cessava l'autorità del senato sopra le provincie; le cariche civili restavano separate dai comandi militari; represse le vessazioni causate dalla prevaricazione o dalla negligenza de' magistrati; tolte le ingiustizie che nascevano dai privilegi conceduti ad alcuni. Insomma il despotismo militare dava luogo al despotismo governativo, appoggiato sopra innumerevole quantità d'impiegati amministrativi.
Diocleziano, autore del nuovo sistema, conservossi moderato, continuò le distribuzioni al popolo, fabbricò splendidamente a Cartagine e Milano, oltre Nicomedia, e meravigliose terme a Roma, bastanti a tremila persone, alle quali unì la biblioteca di Trajano. E quando nel ventesimo anno di suo regno menò un trionfo, il popolo, vedendo portate le immagini di fiumi e città persiane non prima soggiogate, e de' figli e della moglie del persiano re, potè illudersi ancora sull'eternità del Giove Capitolino. Ma i Romani guardavano di mal occhio chi gli avea tolti dall'esser capi del mondo; onde lanciavano motti, intollerabili all'autocrato, che mostrò il suo dispetto abbandonando per sempre i sette colli.
Girando per le provincie illiriche, contrasse una malattia che il portò a fil di morte. Riavutosi, nè sentendosi la pristina vigoria per reggere l'impero, risolse abdicare. In una pianura presso Nicomedia, salito sopra eccelso trono (305), dichiarò la sua intenzione al popolo ed ai soldati, nominando Cesari Massimino Daza e Severo. Il giorno stesso Massimiano, per adempiere il giuramento datone già prima al collega, abdicava in Milano. Diocleziano ritiratosi in uno splendido palazzo a Salona, sopravisse nove anni in privata condizione, rispettato e consultato dai principi cui aveva ceduto l'impero. Spesso esclamava: — Ora vivo, ora vedo la bellezza del sole»; e quando Massimiano, ch'erasi ritirato nella Lucania, il sollecitava a ripigliarsi il governo, rispose: — Non me ne consiglieresti, se tu vedessi i bei cavoli che ho piantato in Salona di mia mano». Meditando sui pericoli di chi regna, — Quanto spesso (diceva) due o tre ministri s'accordano per ingannare il principe, al quale, separato dal resto degli uomini, rara o non mai giunge la verità! Non vedendo e udendo che per gli occhi e gli orecchi altrui, egli conferisce i posti a viziosi o inetti, trascura i meritevoli, e benchè savio, è traviato dalla corruzione de' suoi cortigiani».
Al lentarsi di quella mano robusta, le discordie ripullularono ad agitare per diciott'anni l'impero, disputato fra varj. Massimino Daza cesare, nipote di Galerio, rozzo di parole e d'atti, governò l'Egitto e la Siria; Severo, l'Italia e l'Africa; e Galerio, valoroso ma scaltrito e arrogante, dominando su queste sue creature e sul malaticcio Costanzo, confidava restare unico signor dell'impero, e trasmetterlo alla sua famiglia.
Costanzo amministrò la Gallia, la Spagna e la Bretagna con generosa e modesta dolcezza, dicendo voler piuttosto ricchi i sudditi che lo Stato. Narrano che, avendo Diocleziano mandato a querelarlo perchè non avesse denaro in cassa, Costanzo pregò i deputati tornassero fra pochi giorni per la risposta. In questo mezzo informò i primarj delle sue provincie, accadergli bisogno di denaro; ed essi a gara gliene recarono. Mostrando allora quei tesori ai legati, li pregò a riferire a Diocleziano com'egli fosse il meglio provvisto de' quattro dominatori, se non che lasciava quelle dovizie in deposito presso il popolo, considerando l'amor di questo come il più pingue e sicuro erario del principe. Partiti i messi, rinviò il denaro a di cui era (303). Quando infieriva la persecuzione mossa da Diocleziano contro i Cristiani, egli diè loro ricetto, che perciò il lodarono a cielo, come fuor misura aveano denigrato Diocleziano.
Da Elena, donna oscura, egli avea generato Costantino; e per riguardo, o per timore della nuova regal moglie, l'avea mandato alla corte di Diocleziano. Questi lo fece educare, allettato dalle rare qualità del giovinetto, che bello di sua persona, generoso, affabile, temperava il giovanile ardore con virile prudenza, e facevasi amare al popolo ed ai soldati. Galerio ingelosito indusse Diocleziano a scegliere altri cesari, con vivo dispiacere del campo; poi fatto augusto, tenne sempre d'occhio Costantino, e l'avrebbe morto se non avesse temuto l'esercito a lui favorevole, o non gli fossero usciti a vuoto i tradimenti. Quando il padre lo ridomandò, esso gli frappose indugi, finchè il giovane fuggì, e raggiunto il padre, mosse con lui felicemente contro i Pitti e i Caledonj delle isole Britanniche.
CAPITOLO XLV. Nemici dell'impero. I Germani. Costantino.
Questi nomi di Barbari ci avvertono ch'è tempo di far conoscere coloro, contro cui l'impero oggimai non tentava conquiste, ma cercava difese.
Nell'immenso spazio occupato da questo impero (t. III, p. 272) poche città e poche provincie conservavano un'indipendenza di puro nome, come sarebbe nelle Alpi il re Cozio, possessore di dodici città, di cui era capo Susa (Segusia): il resto obbediva agli ordini ed ai magistrati che venivano da Roma o da Milano. Ma chi scorresse quel confine, sentiva d'ogni parte fremere popoli, che minacciavano rialzarsi contro questa universale tiranna, non appena la compressione si rallentasse.