Dell'Africa settentrionale occupavano i Romani si può dir tutto il territorio abitabile, spintisi anche più volte fra le gole del monte Atlante. I Bereberi, i Getùli, i Mori o si scagliavano nel deserto rubando, o coltivavano le oasi, non domabili perchè non istanziati: e da essi il Romano traeva gli agrumi, la porpora delle loro rupi, le fiere per gli anfiteatri, l'avorio e gli schiavi negri. Ma di mano in mano che l'oppressione e l'esorbitanza de' tributi sminuivano la popolazione nei paesi sudditi a Roma, Mori e Getuli riconducevano gli armenti sulle campagne abbandonate, saccheggiando e fuggendo, e vendicando come un'ingiuria i supplizj che di loro pigliasse un'autorità che non riconoscevano. Cresciuti d'ardimento collo scemare della potenza romana, respinsero la civiltà sempre più verso le coste; e all'aprire del IV secolo, alcuni principi mori già avevano piantato dominj alle falde dell'Atlante e fra il deserto e la risorta Cartagine. Aspiravano però all'indipendenza non alla conquista; sicchè Roma non n'aveva a temere che di vedersi sottratto qualche terreno.
Nubia e Abissinia non erano soggette ai Romani. Altri Barbari circondavano l'Egitto, quali i Mori Nasamoni sulla riva occidentale del Nilo, e sulla orientale gli Arabi. Sopra la grande penisola dell'Asia meridionale, che gli Europei intitolano Arabia, i Romani vantarono qualche trionfo: all'effetto s'avvidero come natura non abbia fatto quei popoli per rimanere soggetti, nè acconci ad una stabile civiltà. Valeansi dunque di loro per trafficare coll'India; talvolta ne prendevano agli stipendj la cavalleria, senza pari al mondo per l'instancabile ardore e la docilità dei cavalli: ma nulla più che scorrerie pareano a temersi da un popolo, che trecencinquant'anni più tardi, svegliato alla voce di Maometto, doveva in men di uno conquistare più paesi che non Roma in otto secoli.
I Parti aveano soggiogato l'Armenia, che allora stendeasi ad oriente dell'Eufrate, da Satala fino alla spina di monti che costeggia il mar Caspio; e col porre un ramo degli Arsacidi sul trono d'Artaxata, erano venuti a contatto coll'impero. Ma quando li rimise al giogo la risorta schiatta persiana, anche l'Armenia ricuperò l'indipendenza, e si strinse ai Romani coi legami della religione. I Sassanidi, che aveano rinnovato l'impero della Persia, lo crebbero a segno, da sembrare il solo emulo formidabile del Campidoglio.
Ma più che i quaranta milioni obbedienti al re dei re doveva riuscire funesta a Roma la libertà de' popoli del Settentrione, che incolti e vigorosi, aspettavano il cenno di Dio per avventarsele e vendicare l'universo. Dai primordj della civile società, la stirpe che denominano indo-germanica si stese in diverse direzioni sopra la terra (t. I, p. 36); e gli uni, vôlti alla Persia, all'India, al Tibet, crearono o conservarono una civiltà meravigliosa; altri, costeggiando il mar Nero e il Caspio, si spiegarono dalla Siberia all'Eusino, e da tre bande inondarono l'Europa. Gli uni, per le montagne di Tracia, la Macedonia e l'Illiria vennero assidersi fra gli ulivi e i laureti della Grecia; e a quei miti soli e alla limpida aria indocilendo la natìa rozzezza, e temperando la fervida fantasia coll'armonico sentimento, crearono la più eletta immagine del bello, mercè della quale primeggiò la stirpe greca. Ma questa, all'ora ove siamo col nostro racconto, ha compiuto la sua missione, non più s'inorgoglia che di rimembranze, nè s'occupa che di diverbj, come i popoli decaduti: mentre sul teatro politico appajono la stirpe gotica e la teutone, che la lunga separazione rese affatto disformi dalla prima, benchè il linguaggio, anche dopo tante modificazioni, ne attesti la comune origine.
L'arrivo de' Germani in Europa rimonta forse a quattordici secoli avanti Cristo; ed otto o nove ne tennero a dilatarsi dal Dniester al Pruth, e sul paese fra l'Ural e i Crapak. Tendendo continuo verso occidente, spingendo i Cimri, e spinti essi medesimi degli Slavi, trovaronsi arrestati dall'impero romano al tempo di Augusto, sicchè voltarono la fronte contro gli Slavi, e rincacciatili, poterono assodarsi nel vasto paese, che poi collettivamente si chiamò Germania o Alemagna.
Solo da quel punto la storia si prende cura di essi, e ci addita la stirpe gotica nelle montagnose foreste della Scandinavia; la teutonica sulle rive dell'Elba e del Reno, attenta ad esercitare la naturale vigoria, e mantenere gelosamente l'indipendenza, fidando nell'indomito suo coraggio. I primi di questi popoli che i Romani abbiano conosciuti, sono i posti avanzati che Cesare trovava sulle frontiere della Gallia; erranti, scomunati, senza proprietà fissa, nè agricoltura, nè vanto che del distruggere. Tacito conobbe quelli sulle rive del Reno, e seppe che, dietro alle popolazioni nomadi corseggianti al confine, n'esisteano di fisse, aventi lavoro, proprietà, poteri ereditarj, culto pubblico: ma le sue cognizioni non arrivavano che dove gli eserciti romani, onde fermavansi all'Elba, nè di là seppe altro che nomi.
Quando, imperante Augusto, i Romani ebbero particolarmente a fare coi popoli sul Danubio, li designarono col nome di Germani, che probabilmente i Galli avevano applicato a qualche orda venuta di qua dal Reno, e che poi fu accomunato a tutta la gente che, nel primo secolo, abitava dal Reno ai Carpazj e alla Vistola, e dal Baltico e dal mar Germanico fino al monte Cezio (Kalengebirge) e al Danubio; oltre quelli diffusi lungo questo fiume sin all'Eusino, e piantati nella Scandinavia. Probabilmente queste popolazioni diverse attribuivansi la generale denominazione di Daci (Deutsch) o Teutoni, ma nomi speciali deducevano da particolari circostanze; come gli Svevi da schweifen errare, o da swee, see il mare; i Sassoni, da sitzen stare seduti, o da saks spada corta; i Longobardi dalle labarde o dalle barbe prolisse; i Franchi da franke lancia; i Marcomanni dallo star vicini alla frontiera (marca); i Vandali da wand acqua, perchè forse da principio abitassero al mare o su qualche grosso fiume.
Queste medesime denominazioni son però male determinate, e nuova confusione proviene dall'uso degli antichi d'attribuire ai popoli deboli e vinti il nome del potente e vincitore. Per quanto ci è dato scorgere tra quel bujo, questi popoli si unirono in federazioni, simili a quelle degli Etruschi antichi e degli Svizzeri moderni, accordate in prima per resistere, in appresso per nuocere alla potenza romana. Sembra ancora che, verso il secondo secolo, alle varie genti prevalessero alcune, in modo da comparire otto nazioni, che paragoneremmo ad otto corpi di esercito; cioè Vandali, Burgundi, Longobardi, Goti, Svevi, Alemanni, Sassoni e Franchi.
Anche popolazioni sarmate, cioè di quella che or chiamiamo Russia, scesero in Europa; e principalmente formidabili furono i Rossolani e gli Jazigi, scorridori inarrivabili, contro cui i Romani alzarono un vallo fra il Theiss e il Danubio, senza per questo ottenere sicurezza.
Secondo l'Edda, libro sacro e poetico in cui è deposta la mitologia scandinava, Heimdall figliuolo di Odino (Wodan), scorrendo il mondo, generò tre figli: primo il Servo, nero, colle mani callose e gobbo; secondo il Libero, con capelli biondi, viso rosato, occhi sfavillanti; terzo il Nobile, col guardo penetrante di un dragone, gote vermiglie, capelli argentei. E quei che nacquero da ciascuno furono servi, liberi o nobili come essi. I figli del nobile aguzzarono le freccie, domarono cavalli, brandirono lancie: ultimo fu il re che conobbe i numi, comprese il canto degli uccelli, seppe calmare i flutti, estinguere gl'incendj, sopire i dolori[18].