Qui avete delineata la costituzione primitiva della nazione scandinava, la quale si riprodusse nelle principali razze germaniche. Un Dio padre; tre Caste d'uomini, diversi per natura; vero e assoluto libero non era che il capo; in dipendenza da lui gli altri si trovavano o liberi o no, e i figliuoli seguivano la condizione del padre. Correva però divario tra le famiglie semplicemente libere ed i tenitori delle grandi possessioni, ai quali soli spettava il voto nelle adunanze, fors'anche il sacerdozio, e tra essi eleggevansi i re[19]. I liberi erano capaci di tutti i diritti.

La nobiltà, fosse patriziato religioso, o privilegio delle famiglie e dei conti, sembra fosse ridotta ad una distinzione affatto personale, che non dava prevalenza nel governo o nell'amministrazione della giustizia; se non che ad essa erano privilegiate alcune dignità, come in Roma ai cittadini d'ottimo diritto. Non potevano i nobili sposarsi con liberi, nè questi con schiavi. Il restante popolo serviva in guerra col titolo di liti (leute, gente), o con quello di coloni lavorava i campi. I coloni avevano casa e famiglia propria, coltivando il terreno cui erano affissi in perpetuo, senz'altro che pagar al signore un canone in derrate, in bestiame o in panni. A costoro, e a servi, affrancati, donne, vecchi, infermicci lasciavansi i campi e le arti, mentre ai liberi restavano la guerra per occupazione, la caccia per divertimento, il saccheggio per industria.

È antico il vezzo de' malcontenti di cercare fra i Barbari quella moralità, che dicono scomparsa d'infra la gente civile. Così lo storico Tacito esagerò la bontà morale de' Germani per farne raffaccio ai Romani; anche i santi Padri gli elevarono sopra di questi, perchè non ne aveano la raffinata corruttela: ma vuolsi distinguere l'ignoranza de' vizj dalla pratica ragionata delle virtù. Appena cessassero dalla caccia o dalla guerra, piombavano, come tutti i Barbari, dall'eccesso della fatica nell'inerzia assoluta; restavano poveri, perchè nulla si esaurisce più presto che il saccheggio; e ignudi e sudici passavano l'intero giorno al focolare sguazzando la preda, e poltrendo, bagnandosi, straviziando, alle violenti emozioni del giuoco abbandonandosi con tale frenesia, da mettere s'un trar di dadi l'avere, la moglie, i figli, se stessi. Tra i conviti, loro delizia, ponevano in discussione gli affari di maggior momento, serbandosi a deciderne il domani a mente riposata. Qualunque capitasse, otteneva franca ospitalità, e dava occasione di banchettare gli amici, e d'eccedere in voracità e bagordi. Mentre i meno ricchi mesceano bevande forti in tazze formate del cranio di nemici, i doviziosi traevano il vino dalle terre dell'impero, e scaldati da questo, rompevano a risse ed a violenze mortali, dimenticando le accordate paci, e ridestando antiche vendette.

Non bollente di voluttuosi istinti come nell'Asia, più che la bellezza l'uomo pregiava nelle donne la prudenza, il valore, la castità. Sposate in età abbastanza matura, non venivano al marito con vezzi e cervello e passioni fanciullesche come in Asia, ma tali da ragionar l'obbedienza: onde inspiravano più saldo affetto, e ottenevano grand'ascendente sugli uomini. In casa attendevano all'ago, al pennecchio, ai campi; in guerra seguivano gli uomini incorandoli, talora combattendo, sempre pigliando in cura i feriti. Una fanciulla macchiava la verginale onestà? fosse pur bella e ricca, più non trovava nozze; l'adultera era severamente punita; la poligamia permessa soltanto ai re ed ai grandi come distintivo d'onore. Non che le mogli recassero dote al marito, questo le comprava dal futuro suocero con doni, che consistevano per lo più in un par di bovi, un cavallo bardato, e scudo e lancia; cui la sposa ricambiava con una compita armadura, simbolo della comunione di beni e di fatiche.

Quando un garzone se ne fosse reso degno con qualche bella lode, riceveva asta e scudo dal padre o da alcun ragguardevole Germano nell'adunanza degli uomini; e d'allora più non li deponeva, assistendo armato alle assemblee, a banchetti, a giudizj, a giuochi, a sacrifizj; sulle armi giurava come sacre; coll'armi e col cavallo era sepolto.

A tutti i liberi possidenti era un dovere, anzi un diritto il militare; e in occasione di guerra nazionale tutti convocavansi col bando militare o eribanno per proteggere la patria. Altre volte un capo qualunque radunava in banda armata i suoi clienti, o chiunque preferisse i rischi al riposo ed al lavoro, e s'avventurava in nuovi paesi. Supremi loro distintivi erano l'amore dell'indipendenza, e il diletto d'esercitare liberamente le forze: quindi il mettersi a pericolo con baldanza spensierata, non curarsi della sorte dei vicini, combatter domani quelli con cui jeri trovavansi in lega; manìa di libertà, che associandosi colla dipendenza militare, diede origine alla feudalità.

Tra gente siffatta dovevano frequentare occasioni di guerra; e quand'anche gli storici nol dicessero, la mobilità di quelle tribù è attestata dalla grande migrazione. Questa a torto vien dipinta quasi un'improvvisa vertigine generale, un subito levarsi de' Germani ed irrompere sull'impero, o perchè giurati in lega d'armi a guerra finita, o perchè rincalzati da un'onda di Jung-nu che fossero espulsi dalla Cina, e che a torto si confondono cogli Unni. Il movimento era continuato da secoli, e queste popolazioni derivate dall'Oriente (matrice dei popoli, più vera che non il Settentrione), or più or meno, ma incessantemente si erano dilatate pel nord dell'Europa, spingendosi e respingendosi a vicenda, contrastate da indigeni, da Boj, da Lettoni, da Celti.

Forse per incalzo dei Germani, i Galli erano piombati sui paesi meridionali e nella nostra penisola, fin a distruggere Roma col loro Brenno (t. I, p. 493), e prendere stanza nell'Italia superiore. I Teutoni al tempo di Mario valicarono le Alpi: Cesare impedì che con Ariovisto occupassero l'Elvezia. Incontratisi con quest'altra onda romana, che in senso contrario invadeva il paese, ne restarono lungo tempo frenati, non però quieti.

Il Danubio, divenuto frontiera settentrionale dell'impero, come il Reno fu munito con una schiera di fortificazioni e con uno spalto di terra da Ratisbona fin al confluente del Lahn, le quali impedissero le correrie dei Germani non soggiogati, mentre quelli di qua dal fiume accettavano i modi, l'industria e l'oppressione dei vincitori. Questi sulle prime eransi proposto di sottomettere i Germani come avean fatto dei Galli, svellendone i costumi, il governo, la lingua: ma lo sterminio di Varo (t. ii, p. 375) mostrò impossibile l'impresa, e che invece d'assalirli a visiera alzata, conveniva alimentare fra essi le discordie, or questi or quelli favorendo. Con ciò i Romani riuscirono a farsene alleati alcuni, come i Cherusci e i Batavi; alcuni tributarj, come i Frisoni e i Caninefati; o snervare i loro capi coi godimenti della civiltà.

Non però rimanevansi tranquilli alle loro sedi; ed ora i Cherusci insorgevano pel valore di Erminio; ora Maroboduo snidava i Boj dall'antica sede, e vi piantava nuove genti; ora Claudio Civile rialzava la fortuna dei Batavi. E furono vinti spesso; ma se l'orgoglio romano si vantava d'avere volta per volta distrutti questi popoli, essi lo smentivano col sorgere più rigogliosi di prima a lanciare nuovi colpi contro il non più immobile sasso del Campidoglio.