CAPITOLO XLIII. Da Comodo a Severo. Despotismo militare.

Di età la più felice del genere umano furono da alcuno qualificati gli ottantaquattro anni dalla morte di Domiziano a quella di Marc'Aurelio; e il nome degli Antonini restò così caro ai Romani, che i successori l'aggiunsero al proprio, sebbene non curassero meritarselo; anzi da quel punto si manifesta più apertamente, e senz'ammanti di giurisdizione civile, il despotismo militare; pessima fra le tirannidi, perchè soffoga le passioni che sono vita della società.

Lo aveva preparato Augusto coll'incarnare nello Stato la forza militare per mezzo delle guardie pretoriane. In onta dell'antica costituzione, erano aquartierate in Italia; poi Tiberio, col pretesto d'esimere le altre città dagl'incomodi alloggi e di mantener meglio la disciplina, stanziò le loro dieci coorti sui colli Quirinale e Viminale, in un campo fortificato donde padroneggiavano e minacciavano Roma; Vitellio le crebbe a sedicimila. Erano più che bastanti a tener in freno qualche milioni d'inermi; ma guaste negli ozj d'un'opulenta città, vedendo dappresso i vizj del regnante e la fiacchezza del governo, si persuadevano che nulla resisterebbe alla loro forza, e come arbitri assoluti, davano e toglievano l'impero, non per altro, sovente, che per la speranza del donativo. Gl'imperatori per connivenza ne dissimulavano l'indisciplina, ne compravano il favore e il voto, che esse pretendevano poter dare quali fiore e rappresentanti del popolo; i loro capitani nei casi di Stato sedevano giudici[1], col qual mezzo superarono di potenza i consoli stessi, e contribuirono a sfasciare il senato. Quando poi Comodo nel prefetto del pretorio unì al militare comando un'autorità civile, come ministro di Stato e presidente al consiglio del principe, quella dignità divenne la prima dell'impero, e se ne gloriarono Ulpiano, Papirio, Paolo, Modestino ed altri giureconsulti di primo grido.

Se la suprema podestà apparteneva alla forza, perchè anche le legioni di provincia non sarebbonsi arrogato di salutare imperatore colui che fossero disposte a sostenere colla spada? Massime dopo il tempo che descrivemmo, essendo gli eletti per lo più stranieri, spesso contendenti un coll'altro, scelti fra soldati, e costretti a vivere nei campi, l'impero vestì sembianze affatto militari, e l'imperatore non fu il primo magistrato di Roma, ma il generale degli eserciti, e sua principale e quasi unica cura il contentar questi o frenarli. Ma attesochè l'estensione dell'impero obbligava a mantenerne molti, l'uno per gelosia chiarivasi nemico all'imperatore che fosse eletto dall'altro esercito. Dopo che, coll'estinguersi la famiglia dei Cesari e le succedutevi de' Flavj e degli Antonini, neppure un'ombra di legittimità sosteneva que' principi di ventura, i soldati sentirono di poterli fare e disfare, alzar sullo scudo o trafiggere colle spade.

L'esercito poi e nel fondo e nelle forme era ben altra cosa da quello che vinse il mondo. Augusto lo ridusse stabile, distribuito nelle provincie di frontiera, di cui egli riservossi il governo, sicchè lo stato civile rimaneva distinto dal militare: supremo difetto della costituzione imperiale. La nobile gioventù di Roma e d'Italia non aprivasi più la via alle magistrature col militare a cavallo, ma coll'amministrar la giustizia e le rendite pubbliche: se si applicasse alle armi, non per merito o per anzianità, ma per denaro o nobiltà otteneva il comando d'un'ala di cavalleria o d'una coorte di pedoni. Già Tiberio si lagnava non vi fossero volontarj, e mal si soffrisse la disciplina. Trajano e Adriano sistemarono la milizia quale si conservò sino alla fine dell'impero; e sui loro regolamenti è fondato il compendio di Vegezio De re militari. Augusto aveva assegnato a ciascun pretoriano due dramme al giorno, cioè ottantadue centesimi; Domiziano portò la paga a novecensessanta dramme l'anno; sotto Comodo ne ricevevano mille ducencinquanta, se ben leggiamo un passo confuso di Dione al libro LXXII, discusso da Valois e Reimar. Le altre truppe, fra il 536 e il 703 di Roma, ebbero venticinque centesimi il giorno, sotto Giulio Cesare cinquantuno, sotto Augusto quarantanove, quarantotto sotto Tiberio, quarantacinque sotto Nerone, quarantaquattro sotto Galba, quarantatre sotto Otone, quarantaquattro sotto Vitellio, Vespasiano e Tito, cinquantasette sotto Domiziano.

Delle venticinque legioni che erano sotto Augusto, sedici furono poi licenziate o incorporate nelle altre: ma Nerone, Galba, Vespasiano, Domiziano, Trajano, Marc'Aurelio ed Alessandro Severo ne formarono tredici nuove. Ciascuna componevasi di cinquemila uomini; e al tempo di quest'ultimo imperatore, tre accampavano in Bretagna, una nell'Alta e due nella Bassa Germania, una in Italia, una nella Spagna, una nella Numidia, una fra gli Arabi, due nell'irrequieta Palestina, altrettante nella Mesopotamia, e così nella Cappadocia, due nella Bassa ed una nell'Alta Mesia, una nel Norico, una nella Rezia: dell'altra non sappiamo il posto. Il numero ne variò poi, e fin trentasette furono imperante Diocleziano. Ad alcuni paesi imponevasi d'offrire truppe ausiliari, che si esercitavano colla disciplina romana, ma nelle armi cui ciascuno avevano avvezzato la patria e l'educazione; il che metteva ogni legione in grado d'affrontarsi con qualsifosse altra gente, comunque armata. Inoltre si menava appresso un treno di dieci grandi macchine militari e cinquantacinque minori da avventare projetti; oltre l'occorrente per piantare un campo.

Corruttela agli uni e scoraggiamento agli altri recò la distinzione delle truppe in palatine e di frontiera; quelle destinate agli ozj cittadini, queste agli stenti del campo con soldo maggiore; sicchè mal sentivansi animate a respingere il nemico quando pensassero che i loro commilitoni marcivano in pingui riposi.

Le prime guerre Roma sostenne coll'armi proprie e dei popoli vinti, obbligati a tributare un certo numero di cavalli e fanti, di navi e marinaj. Obbedivano questi a capi di loro nazione; e sebbene talvolta eguagliassero, talaltra eccedessero anche in quantità l'esercito romano, li teneva in rispetto l'essere scelti ciascuno da gente diversa, scevri dalle legioni, dipendenti dal generale supremo. Cesare pel primo assoldò Barbari; Augusto imitò ed estese l'esempio, e per sicurezza propria ne introdusse fra le guardie pretoriane. Progredendo, l'Italia si trovò esausta di forze, i socj ridotti a provinciali e privati dell'uso delle armi; onde fu necessario ricorrere ai Barbari. I Germani, gente robusta ed agguerrita, volentieri ponevano a servizio altrui il proprio valore, contenti di tenue soldo e scarsa prebenda; sicchè furono preferiti dagl'imperatori, cui sembrava anche vantaggioso il decimare così quei formidabili.

Però la tirannide uccide se stessa. Coll'escludere dalle armi i provinciali e i cittadini, separavasi la forza dall'interesse d'adoprarla; ottenevasi per avventura la quiete, ma si spegneva il valore; nel mentre si rendevano più formidabili i nemici coll'aggiungere la disciplina al naturale coraggio. Costoro ben presto entrarono anche tra le privilegiate file legionarie; poi, non più bande, ma popolazioni intere vennero assoldate: infidi ajuti, che nel frangente ricusavano travagliarsi contro i proprj fratelli; avidi, preferivano il sacco alla battaglia; capricciosi, costringevano il generale a far giornata quando e dove meno convenisse; infine torcevano le armi contro i proprj maestri.