[67]. Rotari, leg. 177; Liutprando, lib. III. leg. 4. Da fahren generare, radice disusata di Vorfahren progenitori; sicchè corrisponde a gens de' Latini. Oggi in Albania fara significa lo stesso.

[68]. Nelle leggi; ma Paolo Diacono, lib. I. c. 21, cita gli Adalingi, sic enim apud eos quædam nobilis prosapia vocabatur. Forse era sola la razza regia.

[69]. Liberi, ingenui, ingenuiles, più tardi boni homines. Ehre significa onore, ed heer esercito: onde arimanno è uom d'onore o d'arme. Il Troya fa osservare che la voce αριμανες trovasi in Appiano, De bello mithr. Ottone I, nel 967, dona a un monastero un borgo cum liberis hominibus, qui vulgo herimanni dicuntur (Antiq. ital., I. 717). Enrico IV, nel 1074, donamus insuper monasterio... liberos homines, quos vulgo arimannos vocant (Ivi, 739). Errano il Sismondi credendo gli arimanni contadini liberi, che oltre le proprie terre avessero enfiteusi dai grandi, e che soli coi nobili potessero intervenire al placito (cap. 2); e Giovanni Müller (Allg. Geschichte), credendo che l'arimanno fosse tra' Longobardi il capo militare di ciascuna borgata. Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum qualibet a suis dominis propriis concessum fuerit. Rotari, leg. 239. Qui lex è chiaro che significa le condizioni «imposte dai padroni a ciascun emancipato».

* Tutti questi punti furono dibattuti assai in Italia e fuori, massime dopo la pubblicazione dell'opera di Carlo Troya. Carlo Hegel (Gesch. der italienischen Stadt e Freiheit. Lipsia 1847) sostiene che sotto i Longobardi esisteva un diritto unico, indissolubile, e i liberi provinciali erano messi nella semilibertà degli Aldj, dalla quale non potevano passare alla libertà intera longobarda se non per una nuova manumissione. Il diritto romano per lungo tempo non fu riconosciuto pubblicamente; dapprima ottenne qualche legalità come diritto di corte, poi come diritto ecclesiastico, non però personale; infine come concessione a singoli stranieri, indi a città e territorj intieri. Suppone che siasi fatta fusione tra i Longobardi e i Romani, prestandosi reciprocamente gli elementi. Nota del 1862.

[70]. Il Muratori distingue duchi maggiori e minori, ma senza ragione. Paolo Diacono nomina i duchi di Ticino, Bergamo, Brescia, Trento, Forogiulio, Milano; e oltre questi, altri trenta ne furono nelle loro città, II. 32. Sarebbero dunque trentasei, forse perchè fra' Longobardi, come fra altri popoli germanici, si usassero due decine diverse, l'una di dieci unità, l'altra di dodici; il che fa che molte volte un numero abbia a intendersi altrimenti da quel che suona. Vedi Ruehs, Schwedische Geschichte, vol. I. § 19. In tal caso potrebbe darsi che i duchi longobardi fossero dodici nella Neustria, ed altrettanti nell'Austria e nella Tuscia. Menzione storica abbiamo de' ducati d'Istria, del Friuli, Milano, Bergamo, Pavia, Brescia, Trento, Spoleto, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d'Orta, Verona, Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Brescello, Reggio, Perugia, Lucca, Chiusi, Firenze, Soana, Populonia, Fermo, Rimini, Benevento.

[71]. Epist. VI Stephani II, ap. Mansi, Concil., tom. II.

[72]. Della reciproca garanzia rimase un vestigio negli statuti criminali di Milano, ove il cap. 162 è Qualiter Comunia teneantur pro captis in terra sua. Anche della costituzione per decine prolungossi la memoria; e fin nel 1500 la valle di Cadore era divisa in dieci centi, e ogni cento aveva un capitano, e armava duecento uomini: in caso di pericolo i capitani sceglievano un generale, e questo col conte, cioè il comandante veneziano, vegliava sulla valle.

[73]. De Pietro, Memorie di Sulmona, pag. 55, citato dal Leo. Il loro nome deriva da gast-halter.

[74]. Di questi re egli fa l'enumerazione nel prologo. Un bel codice ne sussiste nell'archivio della Cava, e un altro a Vercelli, con un prologo differente, ove più distintamente sono noverati i re antichi longobardi, e che si capisce esser la fonte de' primi libri di Paolo Diacono, il quale storpiò quei nomi per pedanteria e retorica.

Le leggi longobarde furono pubblicate in due raccolte: la prima è storica, disponendosi coll'ordine onde furono emanate da Rotari sino a Corrado I imperatore; nell'altra, detta Lombarda, eseguita dopo Enrico I, sono scientificamente distribuite in tre libri, il primo di 37 titoli, il secondo di 59, il terzo di 40. La migliore e più decisiva recensione delle leggi longobarde, e di tutto ciò che concerne il loro dominio in Italia, è il discorso di Carlo Troya sulla condizione dei Romani vinti dai Longobardi; studio profondo e di lunghissimi anni, il quale suscitò (come avviene) un'infinità di articoli e opuscoli improvvisati.