[152]. Clerus et plebs mediolanensis Deusdedit diaconum eligentes, ab Agilulfo rege terrentur quatenus ilium eligerent, quem Longobardorum barbaries voluisset. Gio. Diacono, Vita s. Gregorii Magni.
[153]. Di Costanzio di Milano scrive Gregorio Magno: Quam fuerit vigilans in tuitione civitatis vestræ, non habemm incognitum.
[154]. Epist. I. 17.
[155]. Epist. III. 26. 29. 30; IV. 1. Il Muratori, narrando che gli arcivescovi di Milano sedettero in Genova da Alboino fin a Rotari, conchiude: «Dal che si può argomentare la moderazione dei re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si contentavano che quegli arcivescovi avessero la loro permanenza in Genova, città nemica, perchè ubbidiente all'imperatore». Annali, an. 641. Tanto varrebbe l'argomentare la moderazione del granturco o del sofì di Persia, dal trovarsi fra noi i vescovi di Corinto e d'Edessa.
In tal modo egli ragiona troppo spesso intorno ai Longobardi, dei quali parla con frasi ammirative, per es queste al 674: «Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabile quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Pertarito i popoli italiani». Quando però sostiene che i Longobardi non governavano peggio dei Greci, non ha affatto torto. Mache dire di certi, massimamente tedeschi, encomiatori enfatici de' Longobardi; e per es. del Leo, che li chiama angeli liberatori (befreyende Engel)?
Pochi momenti storici furono descritti per luoghi comuni tanto quanto l'età longobarda. «Erano stati i Longobardi dugento ventidue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome» Machiavelli, Ist. fior., lib. I. — «Assuefatta l'Italia alla dominazione dei suoi re, non più come stranieri li riconobbe, ma come principi suoi naturali, perchè essi non aveano altri regni o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era fatta l'Italia, la quale perciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti». Giannone, St. civ., lib. V. § 4. — «Tolta la diversità di trattamento, e divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, la stessa misura di tributi fu imposta ad ognuno». Muratori, Ant. ital., XXI. — «Felice esser dovea anzi che no la condizione de' cittadini sì longobardi che italiani, i quali con loro formavano uno stesso corpo civile ed una stessa repubblica». Antichità longobardiche milanesi, I. — E un moderno: «Il dire che i Longobardi alla fine del secolo VIII non fossero italiani ma stranieri, è cosa tanto scempia che quasi, anzi certamente, non merita risposta». Storia d'Italia dal V al IX secolo, p. 341. Certo quel generoso applaudì quando i Greci insorsero contro i Turchi, stranieri che da tre secoli e mezzo accampavano in mezzo a loro.
[156]. Si romanus homo mulierem longobardam tulerit, et mundium ex ea fecerit... romana effecta est; filii qui de eo matrimonio nascuntur, secundum legem patris, romani sint. Liutpr., 74.
[157]. Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba. Paolo Diac., lib. I. c. 13.
[158]. Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit. Rot., 239. Qui lex è chiaro che significa «le condizioni imposte dai padroni a ciascun emancipato».
Sulle leggi longobarde sono a vedere: