[161]. In obitu Satyri oratio, num. 38. Celestino papa, epist. 2, attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare. Religio divina alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi. S. Girol., in Ezech., c. 44. Landolfo Seniore (Hist. mediol., lib. II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete, che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche (ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti, e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie, i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti decenti. Giulini, ad annum.

[162]. Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri, prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li trovava s. Agostino (Confess., IV. 6); e Martino di Tours era abitato alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (Vita s. Martini, IV) scrive che esso Mediolani sibi monasterium statuit. E Paolino da Périgord nella Vita dello stesso:

... Constructa statuit requiescere cella

Heic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris

Italiam pingit pulcherrima Mediolanus.

[163]. La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.; cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso, ventinove di penale, dieci di politico.

Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:

Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...

Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.

[164]. Lib. XXVII, cap. 3.