[165]. Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s. Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI: o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro. Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a darsi il titolo di servo dei servi di Dio, adottato poi da Gregorio Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo di vicario di s. Pietro; cui dopo il secolo XIII fu sostituito quello di vicario di Gesù Cristo.

[166]. La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino, morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul lago di Como.

[167]. Labbe, Concil., tom. V. p. 959; ed Epist. del 4 ottobre 584, ap. Gio. Diacono, I. 31.

[168]. Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal padre Thomasin (Disciplina de beneficiis, par. II, c. 88. n. 10), rende all'Italia quest'autorevole testimonianza: Omnes presbyteri qui sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant.

[169]. Epist. II. 35.

[170]. Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium, an terreni proceris agat. Epist. I. 25.

[171]. Lib. II. epist. 11 e 31: — Quia comperimus multos se murorum vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque, per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur. Epist. I. 42.

[172]. Epist. X. 51; xi. 51.

[173]. «Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega; che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da' suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato. Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al severo giudice incolpato e punito».

[174]. Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi: