Nocte die bellans, regni calcando procellas.

[400]. Sub specie religionis. Otto Frisingensis.

[401]. Pro remedio animæ meæ et parentum meorum, dedi et obtuli Ecclesiæ sancti Petri, per interventum domini Gregorii papæ VII, omnia bona mea jure proprietario, tam quæ tum habueram, quam ea quæ in antea acquisitura eram, sive jure successionis, sive alio quocumque jure ad me pertinent, et tam ea quæ ex hac parte montium habebam, quam illa quæ in ultramontanis partibus ad me pertinere videbantur. Pare la contessa avesse già fatta donazione sotto il papato di Gregorio VII, ma perdutasi la carta, la rinnovasse il 1112 a favore di Pasquale II. Questa carta è stampata in fondo al poema di Donnizone, Rer. It. Scrip., tom. V. p. 584; e può ben essere falsa: tuttavia la donazione non potrebbesi ragionevolmente negare, attesochè fu recata in mezzo subito dopo la morte di Matilde; e se si disputò sopra l'estensione con cui intenderla, non ne fu impugnata la genuinità. Vedi Tiraboschi, Mem. modenesi, I. 140.

[402]. È ancora uno dei più disputati problemi l'origine dei Veneti primi. Secondo Erodoto, i Veneti si davano per colonia dei Medi: secondo Pomponio Mela, lasciarono al lago di Costanza il nome di lacus venetus; ed una delle più alte cime del centro alpino è detta Venediger Spitz. Strabone indica gli Heneti sul mar Nero; sul Baltico abbiamo la Vinden-burg: Tolomeo, Plinio, Tacito danno i Venediti Montes, il Venedicus Sinus; i Veneti appartenevano alla Confederazione Armoricana: aggiungevasi la Venta Belgarum, la Venta Icenorum, la Venta Silurum; altri della Celbiteria accennati da Plinio. Come genti di paesi così distanti si ridussero nell'angulus di Tito Livio? Come poi i Veneti Secondi chiamarono patria il Friùli? Come negli interrogativi del dialetto di Venezia i verbi son conjugati colla pretta forma friulana?

[403]. Flaminio Cornaro, Eccl. ven., tom. XI. p. 309.

[404]. La cronaca veneta di Martin da Canale divisa a lungo la spedizione di Carlo Magno contro Venezia, e come questo si piantò a Malamocco, donde tutti i cittadini fuggirono a Rialto. Molestati assiduamente dai Franchi, un giorno vennero a mischia con essi, e dalle navi scaraventarono contro quelli gran quantità di pani, onde Carlo comprese non li potrebbe prendere per fame. Una donna, fintasi traditrice della patria, gli menò uomini che per gran danaro fabbricarono un ponte galleggiante sul quale tragittare l'esercito; ma l'aveano disposto in modo che rovinarono e affogarono la cavalleria di lui. Allora sconfortato, Carlo chiese vedere il doge, e con esso entrò in Venezia; e mentre navigava, giunto ove l'acqua è più profonda, con tutta la forza del suo braccio vi gettò un lunghissimo stocco ch'egli impugnava, e disse: — Come cotesto stocco che ho gettato in mare, non apparirà più mai nè a voi nè a me nè a persona viva, così non sia al mondo persona che abbia possanza di nuocere al dominio di Venezia; e a chi nocerà, gli venga sopra l'ira e il maltalento di Domeneddio, così come venne sopra di me e sopra la mia gente».

[405]. In tale occasione Guglielmo Apulo (Rer. It. Script., V.) dice de' Veneziani:

Non ignara quidem belli navalis, et audax

Gens erat hæc: illam populosa Venetia misit,

Imperii prece, dives opum, divesque virorum,