Rintronato dalla dottrina che i Governi possano tutto, qual meraviglia se il popolo li imputa di qualunque male succeda? I poveri stentano? le credenze vacillano? le famiglie si sfasciano? che più? intemperie e malattie guastano il paese? se ne accagiona il Governo; e odiandolo come maligno o disprezzandolo come inabile, si cerca abbatterlo per sostituirne un altro, che all'atto non compar migliore. Fallite le prove, sottentra lo scoraggiamento, e l'abbandonare fino i diritti meno contestabili; si piega senza nemmanco la dignità di mostrare che si obbedisce spontaneamente e per stima o persuasione.
Tutto ciò rende difficilissimo l'intendere il medioevo, che fu un irregolato sviluppo della personalità, senza le formole generali secondo cui sono disposte le classificazioni di quella pittura o aritmetica che s'intitola filosofia e statistica. I Governi, derivati dall'eguaglianza di molti capi riunitisi per la guerra sotto di un solo, primo tra i pari, non bastavano tampoco alla legittima difesa dei diritti individuali, ch'è la loro razionale attribuzione; e ciascuno, invece di aspettar tutto dalla società, esercitava intere le proprie facoltà. La classe preponderante si diede un sistema mirabilmente opportuno ad arrestare le migrazioni guerresche, da ottocento anni micidiali della civiltà, fissarle ai territorj, e provvedere alla difesa di questi senza il flagello degli eserciti stanziali: mentre gli antichi non conosceano che l'indipendenza dello Stato e della città, nel feudalismo si otteneva l'indipendenza de' singoli; le relazioni fra individui erano determinate da fede, speranza e carità comuni, e i doveri appoggiandosi soltanto su promesse, prendeano aria di lealtà; gli uomini, non tiranneggiati da opprimente accentrazione, si spingeano ciascuno individualmente alla ricerca del vero, all'attuazione del buono, in una libertà (come disse il Sismondi) che avea per iscopo la virtù, a differenza della moderna che ha per iscopo il ben essere; erranti ma originali, e con infinita varietà di centri e di modi.
Azione privata però non vuol dire isolata, e si concilia coll'associazione, anzi viemeglio quant'è più libera. La rivoluzione che da settant'anni sobbalza l'Europa, figliata da una filosofia che considera la società come un aggregato convenzionale di individui, predicò dai palchi la particolare indipendenza, la formale eguaglianza, il lasciar fare; e in conseguenza vituperò le istituzioni del medioevo, che quella scarmigliata attività aveano sottoposta a regole, mediante suddivisioni gerarchicamente coordinate, entro le quali ognuno operasse stabilmente, anzichè arrancarsi di continuo a sempre maggiore elevazione. Divenuto adulto quel ch'era bambino, si buttarono via le fascie; sta bene: ma insieme si sciolsero i legami benefici, si tolse ogni difesa togliendo ogni unione morale, e l'uomo ne' bisogni si trovò ridotto ai proprj espedienti, e in balìa della forza e della scaltrezza.
Di qui un sospettar reciproco, giacchè in ognuno si vede un emulo, un competitore; s'ignora che cosa pensi, perchè operi, come intenda. Paura e livore rimangono dunque i sentimenti più comuni; fiaccato il coraggio civile, spenta l'operosità interiore, si ha sempre bisogno d'appoggiarsi all'esterno, di cercar l'approvazione altrui. Quindi pertinacia, non costanza d'opinioni, e al chiacchericcio de' circoli, e alle arguzie de' begli spiriti far bersaglio le convinzioni profonde e chi soffriva per esse: quindi il dubbio, padre d'ipocrisia e d'inazione: quindi esitanza a dir ciò che si pensa, e meraviglia e quasi raccapriccio quando alcuno l'esprime senza le complimentose smozzicature: quindi il non procedere mai per slancio; sicchè fra molto intelletto e poca coscienza, il predominio rimane assicurato al ciarlatano, che, deposta ogni vergogna, urla più forte, nella certezza che nessuno oserà opporgli il senso comune, altra parola soggetto di scherni.
Coloro che scorgono questi mali traverso alla bassa adulazione di noi stessi, invocano un rimpasto della società, un organamento che nessuno sa quale sia, nessun vede donde verrà, ma certo non potrà venire dal vilipendio del passato; non da questo divorzio dell'anima dal corpo, degli interessi dall'incremento morale; non dal persuadersi che i fatti siano tutto, e nulla le credenze; non dal sottigliarsi a criticar la società, anzichè accingersi a migliorare gli individui.
A questo invece si dirigevano le istituzioni del medioevo, come fondate sui dogmi di Chi, per riformare il mondo, non sovvertì la società, anzi ne rispettò fin le patenti ingiustizie, ma le elise col far buoni coloro che doveano applicarle o subirle. A quel modo, poco a poco dalla forza passarono gli uomini civili a reggersi sulla fede, cioè sull'autorità; di cui era e depositaria ed espressione la Chiesa.
I pensatori d'oggi vogliono l'attualità, e dicono «A che serve rivangar il passato?» come chi credesse inutile d'un frutto studiar il fiore e la pianta e la radice. Il presente deriva dal medioevo, e molti mali e beni d'oggi vi nacquero; sicchè chi voglia progredire, noi potrà se non meditando seriamente sulle colpe e virtù passate, e cercandovi la morale eterna sotto la varietà de' contingenti.
Ora, chi voglia intendere il medioevo, non avrà mai troppo insistito sulla costituzione religiosa, che tra le infinite differenze, unica rimaneva costante, e dava un'unità, mancata ai tempi di dubbio accidioso e di arrogante oscillazione.
Nel politeismo, su cui il mondo erasi a lungo adagiato artisticamente, si svolse la splendida e armonica civiltà ellenica, trapiantata poi a Roma. Il cristianesimo gli diede il crollo; dopo tre secoli di battaglie e discussioni rimase trionfante: ma, nell'attuarsi nella società civile, si trovò impacciato da quei sostegni ch'egli stesso nella fanciullezza aveva invocati. Quando però l'imperio romano cadde, e seco tutto l'impianto gentilesco, la Chiesa, che nella fede e nella morale nuova riconciliava i barbari vittoriosi coi civili conquistati, si trovò incomparabilmente superiore a quelli per istruzione, per ordinata gerarchia, per moralità, per generali idee di giustizia e di rettitudine. I popoli nuovi aggradirono questa religione, la quale, non che richiedere sottilità d'argomentazioni e copia di dottrine, sottrae alla critica i dogmi cardinali; e su questi riposava lo spirito e si modellavano gli atti, mentre la ragione de' più colti esercitavasi nell'applicarli e nel trarne induzioni.
Questa religione attribuisce l'onnipotenza, la sapienza, la bontà unicamente a Dio; all'uomo il peccato e, punizione di esso, i mali che, mentre necessariamente circondano la vita, servono a prepararne una migliore. L'uomo dunque era un essere decaduto, cui la redenzione avea ravviato al bene coi precetti e con un modello divino, ma senza togliere l'originale disaccordo fra il conoscere e il volere; dato nuovi mezzi alla Grazia, ma senza abolire la concupiscenza: laonde ogni cura dovea drizzarsi a deprimere la materia col rialzare le facoltà morali, invigorir l'anima col mortificare la carne.