Sol quando, cessato di credere alla sua duplice unità, meramente al corpo badando, si proclamò l'uomo destinato alla felicità, ogni attenzione si limitò a farlo star bene, e accelerargli il paradiso quaggiù, non essendo certo se altrove vi sia.

Invece dunque dell'odierno interminabile lamentarsi, si faceano preghiere a Colui che solo può deviare i mali, ed espiazioni per non meritarli; maniere che alcuno direbbe inefficaci quanto le stizzose querele d'oggidì, se non vi si fosse aggiunta la carità per alleggerirli.

Di qui l'importanza de' sacerdoti e de' monaci, le cui preci e le penitenze, attesa la comunione de' fedeli, contribuivano a diminuire i castighi. Che se oggi in Europa quattro milioni di giovani baliosi sono condannati involontarj al celibato in mezzo a tristi esempj, armati, provocatori, ozianti, acciocchè siano pronti a volger l'armi più raffinate, non tanto a sterminio de' nemici, quanto a repressione de' sudditi; allora alquante migliaja di frati inermi si diffondevano tra il popolo, mangiando parte del suo pane, che retribuivano con conforti, benedizioni, assistenza; tanto operosi, che dissodarono mezza Europa, e ci tramandarono tutti i libri che ci restano dell'antichità; tanto amici del vulgo e vulgari essi stessi, che move gli stomachi dilicati il grossolano loro vestire e lo sparecchiato vivere; tanto obbligati alla virtù, che il mondo gli accusava di fingerla, e che metteansi in cronache e canzoni coloro che si mostrassero ghiotti e disonesti; pii così che si fanno caricature della loro santocchieria; così caritatevoli che si imputano d'aver fomentato l'ozio colle limosine, come si imputano perchè frenavano il popolo con rosarj e santini, invece della mitraglia e degli ergastoli.

De' tesori che oggi si profondono nell'esercito, allora si donava parte alla Chiesa, ed essa suppliva a quel tanto che oggi nel culto, nella beneficenza, nell'istruzione consumano i Governi; più lodati quanto più tolgono al cittadino di ciò che è suo, per dare gratuitamente servigi che esso forse non chiede. Monasteri e spedali erano gli edifizj meglio situati in campagna e meglio fabbricati in città; sicchè si potette poi adattarli a palazzi dei ministeri, a ville regie, a caserme, a carceri, a quell'altre necessità dell'odierno progresso.

Posta come importanza suprema la salute dell'anima, voleansi liberi i modi di conseguirla; e non si sarebbe tollerato che un re ordinasse in qual modo credere, quali culti adottare o respingere, a quali scuole mettersi, quali scienze e con quai libri e da quali maestri imparare. Tale persuasione deducevasi dall'infallibilità della Chiesa, la quale sentenziava come organo dello Spirito Santo, e in concilj composti del fior d'ogni nazione. E quelle sentenze non erano le transazioni di assemblee, mutabili dall'agosto all'ottobre; ma tali che il volger de' secoli e tanto incremento di cognizioni non vi cangiarono un punto di essenziale. Quella persuasione trascendeva sino all'intolleranza; e se unica era la verità, unica la via di giungere alla salute, pretendeasi dovessero tutti crederla e seguirla; e fin castighi corporali si inflissero a chi non volesse abjurare l'eresia. Vero è che allora l'intolleranza, persuasa profondamente, tormentava i corpi nella fiducia di salvar le anime; mentre in altri tempi l'intolleranza politica empì le carceri a mero vantaggio d'un uomo o d'un sistema, e per opinioni che, non solo in altri luoghi, ma in altri giorni menano alle ovazioni; e l'intolleranza scettica applica una pena ben più atroce, l'infamia a chiunque declina da opinioni, che ella stessa domani avrà barattato.

La Chiesa, oltre custode, dispensiera e interprete della verità, consideravasi anche depositaria del potere. Unica fonte di questo era Dio; laonde i principi non regnavano perchè figli di re: e se non bastava che nel proprio attuamento esterno ella si costituisse in una repubblica, dove nessun posto era ereditario, e il torzone poteva divenir pontefice, e nulla si risolveva se non in sinodi e concistorj, la Chiesa ungeva i re purchè giurassero ai popoli; cioè sanciva costituzioni, non fissate da una carta e garantite solo dalla forza, bensì fondate sovra la morale eterna e l'inconcusso evangelo. Con tal modo essa creò gli Stati, autorò i principi nuovi, benedisse alle leghe popolari, e consacrò le repubbliche; dava lo scettro ai re di Sicilia, come ai dogi l'anello di sposo del mare, non mettendo divario nelle forme, purchè restasse la libertà.

La società non rimaneva dunque abbandonata al fatale arbitrio delle potestà di fatto; nell'economia religiosa e sociale dell'umanità non eransi dispajati il legame intimo che nell'eternità stringe l'uomo a Dio mediante la coscienza, e il legame imperioso universale che nel tempo sottomette a un'autorità esteriore. Allora tutto era fede religiosa nelle cose soprannaturali, dove ora è fede politica nelle cose terrene: allora attribuivasi all'intelligenza e alla rivelazione l'infallibilità, che oggi passò alla forza e allo scettro; allora tutto riponevasi nella religione, oggi tutto nella dottrina, sino a ridurre la scienza del governo ad abilità, l'educazione a istruzione; sino a misurare la prosperità dalle maggiori spese del governo e l'incivilimento dal numero delle scuole; quand'anche a proporzione di queste aumentino i delinquenti, i pazzi, gli esposti, i suicidi.

In fondo a tutti i fatti v'è un mistero: l'origine loro, la loro destinazione; giacchè li vediamo andare, e non sappiamo perchè. Questo mistero allora rispettavasi, come il medico applica il chinino alle febbri senza sapere di queste o di quello l'essenza. Sottentrata poi l'indagine, più non si potè arrestarsi; che cos'è il papa? il re? la proprietà? la famiglia? perchè i comandanti e gli obbedienti? perchè i ricchi e i poveri? perchè il bene e il male?

Ne deriva la presunzione, la quale non solo beffa opinioni che più non sono le sue, ma non vuol tampoco dubitare che un giorno anche il suo senno possa venire chiamato a scrutinio da qualche futura infallibilità. Eppure, per poco che uno sia vissuto, dovrebbe ricordarsi quanto i giudizj nelle stesse materie e sulle identiche persone s'invertirono in questi otto anni[1], e perciò accettare i sentimenti d'altre età, almeno quale spiegazione di atti che altrimenti mancano di significato.

Al ferreo medioevo sottentrò un tempo che, per contrapposto, fu intitolato secol d'oro. Ma l'Italia quanto vi dovette patire, e fra quante vergogne abjettarsi, fin alla suprema di perdere la nazionalità! Certo il medioevo non subì papi quali Alessandro VI e Clemente VII; non abusi della vittoria così avvilenti come il sacco di Roma; non ribaldi così calcolanti come il Valentino; non maestri quali il Machiavelli; nè principi che violassero la morale non solo impunemente, ma quasi con vanto; nè leghe assassine come quella contro Venezia, nè paci sozze come quelle di Cambrai e di Castel Cambrese. Eppure si fa astrazione dai nomi del Medeghino, del Leyva, di Carlo V, per proporre all'invidia il secolo di Rafaello e dell'Ariosto. Perchè non fare altrettanto, non dico affine di encomiare, ma affine di conoscere il medioevo?