Nella vita del beato Lanfranco, sotto il 1030, leggesi che il padre di questo era di coloro che custodivano le leggi e i diritti della città di Milano[48]; e lo storico Landolfo di San Paolo nel 1107 chiamasi secretario dei consoli[49]. In quell’anno stesso i Milanesi erano alle mani colla città di Lodi, e la stringevano d’assedio; Pavia cavalcava Tortona, la quale chiese l’alleanza dei Milanesi, mentre Pavia univasi co’ Lodigiani e Cremonesi, e presa la città nemica, la mandò a fuoco. E di vita propria ci diè sentore Milano sia nell’antica contesa coll’arcivescovo Landolfo, sia più chiaramente in quelle delle Investiture e pel matrimonio dei preti; poi i principi di Germania e Federico arcivescovo di Colonia nel 1118 scrivevano ai consoli, capitanei, cavalieri e all’intero popolo milanese, come a Comune indipendente, istigandoli contro Enrico V a tutelare le proprie libertà, fidati nell’ajuto di Cristo[50]. Nel 1117 i Lombardi, sgomentati da fenomeni straordinarj, pioggie di sangue, nascite di mostri, tuoni sotterranei, risolsero provvedere alla giustizia, all’ordine, alla penitenza; onde l’arcivescovo Giordano radunò in Milano una dieta straordinaria, dove non comparvero più principi e conti o feudatarj, ma sovra un palco da una parte si posero tutt’i vescovi, dall’altra i consoli delle varie città, i giurisperiti e popolo immenso, e trattarono del metter pace[51]: assemblea di liberi, che da se stessi consultano il proprio meglio, e che forse allora avvisarono come adempiere al difetto della giurisdizione reale, caduta così in basso. Sembra difficile che si abbia a intendere qui soltanto del Comune dei conquistatori, senza partecipazione del popolo.

Di questa distinzione del Comune dei nobili dal popolano ci presentò insigne documento Mantova; un altro abbiamo in Bergamo, dove i nobili troviamo più volte convocati insieme col clero a trattare di possessi ecclesiastici[52]. Poi re Corrado nel 1088 teneva in quella città un placito, assistenti varj giudici del sacro palazzo, alquanti vescovi, marchesi, conti, valvassori milanesi e bergamaschi, e varj cittadini di essa città[53].

Quanto alle terre del Piemonte, nel 1090 Ottone Riso e Benedetta sua moglie vendono una casa e una cascina omnibus vicinis de Bugella; acquisto comune, che indica una comune amministrazione dei Biellesi, benchè qui pure potrebbe supporsi dei soli conquistatori. Due anni appresso, gli abitanti di Saorgio maschi e femmine fanno una donazione a Sant’Onorato di Lerino. Nel seguente trovasi già in Biandrate un Comune con dodici consoli, e quei conti Guido e Alberto fanno patto di assistenza coi militi, cioè coi valvassori, per conservare i possessi e feudi che ottennero, promettendo lasciar che trasmettessero ai loro figli maschi e femmine i terreni di cui gli abbiano infeudati, nè proibire che vendano un edifizio che v’abbiano eretto, purchè non vendano essa terra senza consenso dei conti. I quali conti non imporranno pena ai militi di Biandrate se non per omicidio, spergiuro, furto, adulterio con una parente, tradimento, duello giudiziale e aggressione; gli altri delitti rimetteranno al laudo di dodici consoli. I militi a vicenda giuravano stare ligi ad essi conti, conservarne di buona fede i feudi; e tra loro stessi promettevano garantirsi i possessi contro chicchessia, nelle discordie rimettersi ai dodici consoli[54]: i quali pure giureranno risolvere le liti in Biandrate al miglior vantaggio del Comune e ad onor del luogo[55].

Nel 901 Lodovico IV imperatore al vescovo d’Asti Eilulfo concedeva la corte e il castello di Bene, Cervere, Niella, Salmour, e la contea di Bredulo fra il Tanaro e la Stura: ma nella città non aveano que’ vescovi che il castelvecchio, sin quando Ottone III nel 992 a Pietro concesse anche la città con quattro miglia in giro, e giurisdizione, il letto del Tanaro e le rive, e tutti i diritti camerali, e le successioni agli intestati, vietando a qualsiasi conte di pigliarvi ingerenza[56]. L’anno stesso agli abitanti d’Asti esso Ottone concedea facoltà di trafficare ove loro paresse; poi Corrado Salico nel 1037 li faceva esenti da ogni dazio e dogana in qualunque parte arrivassero mercatando, sempre ad istanza del vescovo. Al quale però già stavano mal soggetti, talchè due volte la principessa Adelaide dovette venire ad assisterlo, gettando il fuoco alla città; poi alla morte di essa, vi si formò il Comune, e li troviamo ben presto sostener guerra col marchese Bonifazio di Savona, e nel 1098 già stringer lega con Umberto II di Savoja erede di essa Adelaide. Amedeo III di quella casa, morto il 1148, dava franchigie comunali a Susa; Tommaso ad Aosta nel 1188, ricevendola in protezione: attesochè l’esser costituiti in Comune non repugnava alla dipendenza da un signore.

Chi cercasse, troverebbe in quel torno stabilite a Comune tutte le città italiane; ma l’accertarne il principio è difficile tra quell’agitazione costituzionale, reggimento indeciso fra la pace e la guerra, fra la sommessione e la rivolta, fra l’opposizione legale e l’insurrezione.

D’altro passo erano proceduti i paesi di Romagna. Inviolati da Barbari, aveano essi conservato l’ordinamento quale sotto l’Impero bisantino, con consoli sopra il Governo e i giudizj, e con tribuni che comandavano ai borghesi, distribuiti in scuole militari. Staccati che furono da quello, la difesa venne commessa ai vassalli, e il loro capo assunse l’aspetto generale d’allora, cioè di signore feudale ereditario, e trasse il titolo dalle terre che possedeva. L’ordinamento civile vi si trasformò quando i varj vescovi, che pretendevano alla superiorità, dopo Ottone il Grande s’inchinarono al pontefice; sicchè a questo rimase la primazia sovra la Romagna, e ai vescovi la giurisdizione e il nominare i magistrati, che, secondo allora solea, retribuivansi con terre feudali. A capo pertanto d’ogni contado aveasi un visconte, sotto cui i capitanei vescovili, indi i vassalli e i valvassori, e da ultimo il Comune dei liberi, i quali formavano il consiglio municipale coi vassalli del vescovo.

In qualche città, e nominatamente a Ravenna e sue dipendenti come Bologna, durava traccia delle istituzioni bisantine, essendo i cittadini distribuiti per scuole d’arti, che erano ad un tempo divisioni militari, aventi alla testa decurioni finchè durò l’antica costituzione romana, e con magistrati particolari per definire i loro affari, detti consoli de’ mercanti, de’ pescatori, de’ calzolaj, e così via. In ciascheduna corporazione un capitolario vigilava che fossero mantenuti i capitoli, vale a dire i diritti speciali di ciascuno, regolava i mercati, e risolveva le controversie. Il popolo di Bologna nel 1116 ottenne da Enrico V la conferma dei privilegi e delle consuetudini sue.


Più tardi si riscosse la campagna. La conquista dei Barbari aveva arrestato lo spopolamento, prodotto dall’affluire della gente nelle città; poi collo stabilirsi dei feudi la politica prevalenza fu trasferita dalle città alla campagna[57]. Attorno al castello del barone o al sagrato della chiesa accoglievasi una gente laboriosa, manufattrice, mercadante, che presto cresceva in borgate. I signori, accortisi come potessero vantaggiarne d’entrate e di forza materiale, concessero alcuni privilegi, che non li facevano indipendenti, ma ne cresceano le ricchezze e gli abitanti; e quest’incremento rendeva necessarj nuovi privilegi, per quanto poco garantiti contro la prepotenza. Alcuni anche per bisogno li vendevano, nè denaro mancava ai sudditi per tale acquisto, avessero pur dovuto togliersi il pane di bocca. Altrove non erano concessi ma pretesi, e l’esempio delle città ispirava ai campagnuoli desiderio di scuotere la dipendenza, e fiducia di riuscirvi. Rifuggiti in un bosco, sovra un colle, dietro un terrato, sfidavano di colà lo sdegno del signore finchè egli non calasse a ragionevole componimento.

Del come si formassero le borgate attorno alle chiese un bel documento ci resta. Compita nel 1093 la chiesa di Empoli, una delle più antiche collegiate di Toscana, prete Rolando ne divenne custode e prevosto, al quale nel 1119 la contessa Emilia promise quel che il marito suo Guido Guerra signore di Empoli già aveva giurato, cioè che a tutti gli uomini del distretto empolitano, o vivessero sparpagliati o riuniti in castelli e ville, imporrebbe di stabilirsi attorno alla chiesa matrice di Sant’Andrea, donando a tutte le famiglie un appezzamento di terra per costruirvi le abitazioni, oltre uno per erigere il castello: prometteva pure difendere esse case, di modo che, se mai, per guerra o per violenza dei ministri regj o per altro, fossero abbattute, i conjugi Guido le rifarebbero a loro spese[58]. Di poi nel 1182 i Fiorentini obbligarono gli Empolitani a giurar loro obbedienza e fedeltà contro chicchefosse, eccetto i conti Guido antichi loro signori, pagar cinquanta lire annue nel giorno del Battista, un cero più grosso di quel che gli uomini di Pontormo offerivano quand’erano vassalli del conte Guido Borgognone di Capraja.