Il parabolano frà Jacopo d’Acqui ricorda che, al tempo del Barbarossa, molte terre grosse si formarono in Piemonte coll’unire ville: e prima Chivasso, per opera de’ Milanesi: poi alquanti rustici, congregati in opposizione ai marchesi di Saluzzo, edificarono Savigliano, che vuol dire savio-villano, per venire dalla servitù di essi marchesi a libertà: altri coll’ajuto de’ Milanesi fra la Stura e il Gesso fecero una città detta Cuneo, perchè avea tal forma: così furono costituiti Fossano, Mondovì, Cherasco, per tenere in freno quei di Asti e di Alba[59]. Nel 1251 molte famiglie di Marmirolo nel Mantovano, trovandosi angariate da Guidone Gonzaga, abbandonarono in unanime concorso la patria, e si mutarono nel paese di Imola: il qual Comune donò loro molte terre colte e incolte, che essi obbligaronsi di mettere a frutto, pagandone annuo censo, e abitando uniti in un villaggio che Imola fabbricherebbe apposta, e che fu Massa Lombarda[60]. Fin dal 1157 il popolo di Marti e quello di Montopoli nel Valdarno inferiore discutevano de’ proprj confini, e si citarono i consoli a far dichiarare dai più vecchi e probi quali fossero veramente[61]. Firenze, l’anno 1300, decretava si facessero tre terre nel Valdarno superiore, per frenare gli Libertini di Gavelle e quei di Soffena e i Pazzi; le quali furono Terranova, Castelfranco di Sopra e San Giovanni.
Ad emanciparsi erano i borghi ajutati dalle medesime città, cui giovava l’aversi in giro consenso di liberi, anzichè minaccia di tiranni. Perciò i fuggiaschi s’accoglievano sopra le terre suburbane, che anticamente erano appartenute al vescovo, o, come allora dicevasi, al santo patrono, e perciò si chiamavano corpi santi in Lombardia, e appodiato a Bologna, camperie nella Toscana, sottoposte alle leggi e al podestà medesimo della città. Se i Comuni cittadini avessero dichiarato sciolti i feudi, tutti i campagnuoli sarebbero affluiti nelle città: ma queste non aveano mai avuto mente a costituire un diritto nuovo demolendo il preesistente, onde non attentavano ai legami che tenevano l’uomo alla terra ed al padrone, sebbene volentieri aprissero ricovero a’ fuggiaschi, e sostenessero chi si ribellava ai conti rurali.
Milano nel 1211 concedeva a tutti i contadini e borghesi di accasarsi in città, e li faceva esenti da ogni gravezza rurale, e accomunati ai diritti di cittadini, purchè non lavorassero di propria mano la terra, abitassero in città trent’anni, eccetto il tempo del ricolto. Imola nel 1221 prometteva la quinta parte degli uffizj a quei di Castello Imolese che andassero accasarsi in città. L’anno stesso Bologna prometteva immunità ai forestieri, e il consolato ad ogni venti famiglie che venissero a formar villa nel territorio bolognese.
I signori si opponevano a che i loro dipendenti giurassero il Comune; ed essendosi i terrazzani di Limonta e Civenna accomandati al Comune di Bellagio sul lago di Como, l’abate di Sant’Ambrogio, che n’era feudatario, protestò non averne mai dato concessione, e chiese sentenza, per la quale furono assolti dalla vicinanza dei Bellagini, dal contribuire il fodro, e venire al placito e alla giurisdizione[62].
Ad alcuni signori le comunità indissero guerra, poichè il diritto della personale vendetta, allora universalmente riconosciuto, rendeva alle città legittimo l’osteggiare i baroni, che fin sotto le loro mura aveano piantato fortifizj; e bandivasi pace alle capanne e guerra ai castelli. I conti d’Acquesena dominavano sei popolose terre in val di Belbo, e sorretti dal marchese di Monferrato e dalle armi, mille soprusi si permettevano sopra i vassalli, ed esigevano una oscena primizia. I terrieri soffersero un pezzo come sbigottiti; poi fecero popolo, e al tocco della campana di Belmonte assalsero determinatissimi le rôcche dei signori, questi uccisero, quelle diroccarono; e difesisi dal marchese Bonifazio mediante l’ajuto degli Alessandrini, trasferirono le proprie abitazioni là dove la Nizza sbocca nel Belbo, e vi edificarono Nizza della Paglia[63].
Altre volte non colla forza, ma otteneasi cogli accordi: come i conti Guido cedettero a Firenze i loro castelli per cinquecento fiorini; e come troveremo spesso nel procedere. Ma gli abitanti di Montegiavello, scontenti della dominazione d’essi conti Guido, scesero a stormo dall’altura, e compro un prato sul Bisenzio, vi costituirono il Comune, che poi fu la cittadina di Prato[64].
Nel 1200 la città d’Asti dai molti consignori comprava il castello e il territorio di Manzano, obbligando gli uomini a trasferirsi nel nuovo paese di Cherasco. Nel 1228 Genova comprava dai marchesi di Clavesana i castelli e le ville di Diano, Portomaurizio, Castellaro, Taggia, San Giorgio, Dolcedo, per l’annua prestazione di lire ducencinquantadue genovesi: nel 1233 faceva altrettanto con Laigueglia. Nel 1180 il Comune di Vercelli comprava in moltissime porzioni il castello di Casalvolone.
Converrebbe fare la storia di ciascuna borgata chi volesse dire come le città crescevano dalle ruine della feudalità campagnuola. Alcuni signori abbracciarono spontanei lo stato civile, fosse per maggior sicurezza o per godere l’autorità che l’opulenza, il dominio antico, le aderenze procacciano sempre in una comunità; sicchè discendendo dalle minacciose rôcche, giuravano il Comune e fedeltà ai magistrati cittadini, sottoporre i loro terreni alle tasse, servire alla patria colla persona e coi vassalli, e parte almeno dell’anno fissar dimora nelle città[65].
I Transalpini, avvezzi ancora a non vedere nei loro paesi che dominio de’ baroni, meravigliavano allo scorgere che le città di Lombardia aveano ridotto tutti i signori della diocesi a coabitare; talmente che a fatica si trovava alcun nobile o grande che non obbedisse alle leggi della città[66]. Alquanti duravano ancora nei loro castelli, massime ove li francheggiava la montagna, circondandosi di armigeri e di donzelli, per conservare l’antico potere: ma sebbene dissoggetti dai Comuni, non poterono mai costituire una salda aristocrazia, attraversati com’erano dalle altre classi. Restava dunque che sfoggiassero in lusso e in finte prodezze, assaltando un pagliajo od una grancia, o ferendo torneamenti, ovvero empiendo il tempo con giocare alle palle, agli aliossi, alla quintana, e mettersi attorno buffoni, nani, cantastorie, sonatori: finchè impararono a vendere ai pacifici Comuni il valore, cui si erano educati ed esercitati.
A tal modo formaronsi i Comuni; e combinando le idee classiche colle nuove, definivano la città essere un convegno di popolo, raccolto a vivere secondo il diritto; e che tutti gli uomini d’una città, e massimamente delle principali, devono operare civilmente e onestamente[67].