CAPITOLO LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi.

Se dunque ricapitoliamo la storia del popolo, dopo Carlo Magno ci occorre anarchia e scompaginamento universale; città e stirpi discordi; ogni barone, ogni guerriero animato da interessi diversi; non un pensiero della povera plebe. La feudalità comincia a collegare duchi e conti col vincolo di devozione allo stesso capo e di servizj reciproci; i possessori di allodj, franchi di ogni carico pubblico, indipendenti fra loro e quindi antisociali, consentono o sono forzati a divenire vassalli, cioè a prestare ligezza ad un signore, nella cui protezione trovano un compenso alle servitù, all’omaggio, agli obblighi. L’uomo preferisce sempre lo stato socievole all’isolamento, e il governo feudale offriva la combinazione per allora migliore di sforzi materiali onde organizzare la pace e dirigere la guerra.

Nelle città non v’era modo come uno potesse distinguersi: ignote le lettere; a soli nobili le ricchezze; dei gregarj le armi. In conseguenza le plebi rimanevano ancora fuori della società, e ad insinuarvele s’industriarono i Comuni, dove conquistati e conquistatori, uomini dipendenti dal re o dal vescovo o dai signori, venivano fondendosi in una stessa cittadinanza, a giurisdizione dei vescovi; poi anche da questi si emanciparono, istituendo il Comune laico. Nè era un tremuoto popolare che diroccasse i castelli: essi non domandavano la libertà, ma l’eguaglianza sotto un signore, un freno alla gerarchia feudale, o di potere in questa pigliar posto. Per tal modo la gente bassa diventa un ordine; la ricchezza mobile si erige a fianco alla fondiaria; e il feudalismo, che dianzi era la società intera, si restringe a sola la nobiltà.

L’Italia non avea di quei duchi o conti, poderosi quasi piccoli re: l’autorità regia, annessa all’imperiale, restava lontana e controversa; sicchè le città trovarono minori ostacoli a costituirsi, tanto più che avevano sugli occhi l’esempio delle marittime. Perciò, caduta la Casa Salica, i Comuni lombardi muovono guerra ai capitanei, togliendo loro le entrate e la giurisdizione di conti, e la esercitano in vece loro. I Comuni si valgono degli imperatori e dei papi per cacciar le picche più a fondo nelle viscere de’ nemici; e li strascinano nelle microscopiche loro inimicizie; laonde queste parziali associazioni, combinate per salvarsi dalle baronali prepotenze e dal politico scompiglio, vennero ottenendo o conquistando giurisdizione particolare, diritto di guerra e di moneta[68], governo proprio, insomma a farsi piccole repubbliche. Gli uffiziali, non più dai vassalli, ma sono scelti fra’ comunisti; onde sottentra l’abitudine agli affari, e ne vengono magistrati da far fronte allo Impero, giuristi che in parlamento potranno pettoreggiare i capi della feudalità, e dottori alle cattedre, e cherici che saliranno ai vescovadi e alla tiara.

Consoli era l’antico nome de’ magistrati civili, detti alla tedesca scabini o giudici perchè principale loro uffizio il giudicare. Altri consoli erano i capi delle maestranze e delle compagnie mercantili, la cui efficacia nella istituzione de’ Comuni fu maggiore che non soglia credersi. Man mano che si affrancassero, le città attribuivano i poteri a questi magistrati, che allora dalle funzioni giuridiche fecero tragitto alle amministrative, dalle particolari alle pubbliche. Il vescovo di Luni avea guerra col marchese di Malaspina, che compose nel 1124 coll’interposto dei consoli di Lucca[69].

I consoli erano due o più: Perugia, che vuolsi già facesse guerra a Chiusi nel 1012, a Cortona nel 49, a Foligno nell’80 e 90, ad Assisi nel 94, era governata da dieci consoli nel 1130, quando in piazza San Lorenzo gli uomini dell’isola Palvese fecero la loro sommessione[70]: Bergamo n’avea dodici: Milano sei o sette per ciascuno dei tre ordini di capitanei, valvassori e cittadini[71]: probabilmente anche altrove erano scelti in questa proporzione, ovvero da cittadini e nobili, dove questi costituissero un unico stato, o anche da uno stato solo, che fosse agli altri prevalso. A Firenze furono quattro, poi sei, secondo la città era divisa per quartieri o sestieri; ma uno godeva maggior fama e stato, e dal nome di esso qualche cronista notava l’anno.

Nè le sole città, ma anche borghi e castellari ebbero consoli proprj: e per mille esempj valga Pescia, non ancora città, i cui consoli e consiglieri nel 1202 concordavano con quelli delle limitrofe comunità di Uzzano e Vivinaja intorno all’elezione e alle attribuzioni dei consoli, per evitare le controversie[72].

Niuno confonda i Comuni del medioevo coi municipj che trovammo fra gli antichi. Questi ultimi erano formati da coloni venuti da Roma, che, sostenuti dalle armi della metropoli, si piantavano sopra il territorio conquistato per tenere i vinti in soggezione: nel medioevo sono i vinti stessi che aspirano ad esser pareggiati ai vincitori, acquistando i diritti, prima d’uomini, poi di cittadini. Nel Comune romano il padre è in casa sua magistrato e sacerdote: nel nuovo, il clero costituisce classe distinta e indipendente, e l’autorità paterna rimane circoscritta entro i limiti della pietà. Alla comunanza romana non partecipava propriamente che l’ordo, vogliam dire le prosapie senatorie iscritte nell’album, per eredità trasmettendo il potere e l’amministrazione; che se una si estinguesse, l’Ordine medesimo sceglieva tra le megliostanti della città quella che dovesse empiere il vuoto: pochi ricchi, in possesso della piena cittadinanza, erano circondati da una turba di schiavi, alle cui mani abbandonavano tutti i servizj. Nel nuovo Comune invece, per la prima volta al mondo, l’industria si esercita libera, e frutta ricchezze e franchigie. In quello gli uomini di miglior diritto stanno adunati nelle città, rimanendo alla campagna i servi: nel medioevo i prepotenti vivono ne’ castelletti foresi, mentre le città sono di gente industriosa, che poc’a poco e a forza di lavoro si affranca. Colà insomma è aristocrazia, qua democrazia: quello provvede alla politica potenza d’una classe eccezionale, questo ai diritti dell’intera popolazione: in quello i privilegiati si conservano col gelosamente escludere le classi inferiori; nel moderno ognuno si travaglia verso miglior condizione, e nella lotta invigorisce la personalità.

Ma la prima rivoluzione dei Comuni può considerarsi come aristocratica, tanti elementi signorili abbondarono nella sua composizione, i quali vedremo poi sistemare i governi, dettar leggi a tutto loro pro, combattere più valorosamente che non avrebbe saputo una plebe inesercitata. Dipoi si ampliò il Comune a segno, che chiunque avesse pane e vino proprio, esercitasse mestiere d’importanza, o si trovasse agiato di sue fortune, ebbe parte almeno indiretta alla municipale autorità, e contribuiva ad eleggere i magistrati nel generale convegno degli abitanti. Allora nella classe degli uomini liberi si trovarono accomunati gli antichi arimanni, liberi quantunque non possessori; gli abitanti delle città municipali, sempre rimasti indipendenti; i borghesi affrancati delle città feudali; gli abitanti sollevati dei Comuni; alfine anche i servi emancipati della campagna.

Ma dalla libertà civile e dall’equità suprema, ch’è ora il fondamento d’ogni Stato, stavano ben lontane. Dappertutto le persone rimaneano libere in grado diverso; sopra viveva qualche antico arimanno; in alcuni Comuni, sebbene già redenti, sussistevano borghesi del re e borghesi dei signori, i primi più alteri e in migliore stato, gli altri affrancati sì, ma in mezzo a parenti ed amici tuttavia servili; poi i nobili, i liberi uomini del Comune, del barone, dei privati; ecclesiastici privilegiati, guerrieri assoldati, viventi con diritto straniero.