Tutto ciò derivava dal sistema feudale, che non fu già distrutto, come sarebbe avvenuto in una rivoluzione radicale, ma in esso presero posto i Comuni, che perciò si potrebbero chiamare repubbliche feudali; carattere che non vuolsi dimenticare da chi brami intenderne la storia e le evoluzioni. I Comuni entravano nella feudale società, traendo a sè i diritti già proprj de’ signori, come giudizj, imposte, zecca, guerra, e via discorrete: e conseguivano un grado in quella gerarchia, rilevando da re o dall’imperatore, e tenendo sotto di sè altre persone o corpi morali. Il concetto feudale non ammette esistenza indipendente; e però i Comuni si consideravano vassalli d’un signore, ed obbligati verso lui a certi doveri pattuiti, siccome un uomo. Tale dipendenza non era più del cittadino, bensì del Comune; ma coloro che a questo non appartenessero, restavano quasi iloti, senza impiego, nè nomi, nè le esenzioni o i privilegi degli altri. Come membri della società feudale, i Comuni aveano il diritto della vendetta privata, in conseguenza la guerra. Ciascuno era poi tenuto a quel solo per cui si era personalmente obbligato; donde una grande indipendenza personale; e il Comune provvedeva non al meglio degli individui, bensì all’oggetto di sua formazione, cioè a francarsi dalle vessazioni.
In conseguenza voleasi garantire la sicurezza o la prosperità col costituire altri Comuni nel Comune, fossero quelli di nobili, d’ecclesiastici, di borghesi, o i minori di ciascun’arte, o de’ singoli quartieri. E ogni Comune avea vita propria, con magistrati, borsa, leggi, tutto ordinato sempre alla propria conservazione, nè cooperante al ben generale se non in gravi contingenze.
Gli elementi stessi ond’eransi formati, doveano sfiancare i Comuni, uscendo da una società costituita guerrescamente, e da una sovrapposizione di conquiste. Da ciò confusione e mistura nei diritti; e per tradizione o per usurpamento o concessione o pietà, chi l’uno assumeva, chi l’altro; e v’avea possessi e contratti ed eredità a legge romana, a salica, a longobarda[73]. Il signore feudale o il vescovo a cui eransi sottratti, conservava diritto ad alcune tasse o a privilegi, e a nominare il magistrato coll’assistenza dei deputati comunali. All’arcivescovo di Milano rimaneva sottomessa la parte di città che si chiamava il Brolo; in nome di lui si proferivano le sentenze, quantunque non vi prendesse più parte; suo un pedaggio alle porte, sua la zecca: privilegi ottenuti dagl’imperatori, o che forse erasi riservati quando volontario o costretto depose l’autorità principesca di conte della città. Quel di Genova partecipava al governo insieme coi consoli, anche in suo nome faceansi i trattati e si segnavano gli atti, e nel suo palazzo s’adunava il consiglio[74].
Volta veniva che, nel medesimo Comune, sopra certi reati avesse giurisdizione il conte, sopra altri il vescovo; a questo pagavasi una taglia, a quello una dogana; alla tal chiesa un canone speciale, un altro alla comunità, un terzo all’imperatore, forse il quarto ad un privato od al Comune confinante. Chi dunque dalla città uscisse al territorio, passava sopra uno Stato diverso: da una città all’altra v’era la differenza che oggi da regno a regno: che più? una città era qualche volta divisa in due o fin tre giurisdizioni; una ecclesiastica intorno al vescovado, una regia intorno al palazzo o al castello, una comunale; nè di rado ciascuna era cinta di mura proprie, con porte che si custodivano gelosamente. Qualche villaggio era diviso fra due o più condomini, aventi ciascuno diverse gabelle, giurisdizioni distinte: l’università godeva privilegio di foro pe’ suoi scolari, le maestranze una giurisdizione sopra i loro consociati, il monastero sopra la tal fiera da esso istituita: poi diritti d’asilo, poi immunità personali. A Como il vescovo riscoteva il teloneo da’ fornaj: a Pisa la pubblica pesa era privilegio dei Casapieri della Stadera. Talora diversi Comuni costituivano una sola repubblica senza reciproca dipendenza, com’era in Piemonte la Valsesia, e così i dodici cantoni della val di Maira, sottopostisi poi ai marchesi di Saluzzo[75], e come fin oggi vediamo ne’ Comuni de’ Grigioni. Talora un Comune ne soggiogava altri, formando più estesa signoria.
Uniformandosi a questa natura feudale, anche i Comuni, divenuti persone con privilegi e rappresentanza, assunsero una bandiera propria e uno stemma. I più dei nostri ebbero la croce, variamente colorata, partita, campeggiata: Venezia adottò il leone del santo suo patrono; Napoli la sirena; Sicilia le tre gambe che ricordano la forma triquetra dell’isola; Empoli la facciata del tempio di Sant’Andrea, attorno a cui si formò la nuova città. Milano aveva l’insegna bianca colla croce rossa; poi ogni quartiere spiegava insegna propria, cioè porta Romana rosso, la Ticinese bianco, la Comacina scaccato rosso e bianco, la Vercellina rosso sopra e bianco sotto, la Nuova un leone a scacchi rossi e bianchi, la Orientale un leon nero. Delle regioni di Roma, quella de’ Monti ebbe per insegna tre monti in campo bianco; Trevi, tre spade in campo rosso; Campo Marzio, la mezzaluna in rosso; Ponte, il ponte Sant’Angelo in rosso; Parione, l’ippogrifo in campo bianco; Regolo, un cervo in campo azzurro; Sant’Eustachio, una testa di cervo portante la croce; Pigna, una pigna. Così delle otto compagne di Genova quella di Castello avea per arma un castello sopra archi sormontato da una bandiera, avente in campo bianco croce vermiglia; di Maccagnana, partito di azzurro e bianco; Piazzalunga, scudo terzato in palo d’azzurro; San Lorenzo, campo ondato rosso; Portoria, orlo di rosso, e in campo un P; Sosiglia, banda di rosso in campo bianco; Portanuova, inquartato d’azzurro e bianco; Borgo, palato in otto pezzi d’azzurro e argento. Altrettanto dicasi dell’altre città.
Sul vago e artistico pavimento della cattedrale di Siena vedesi, fatto nel 1373 a pietre tessellate, un rosone, artifiziosamente intrecciato di nove, oltre quattro tondi agli angoli del quadrato circoscritto; e figura lo stemma di questa città, cioè una lupa che allatta due gemelli, e attorno ad essa il nome e i simboli di dodici città amiche; il leone per Firenze, il lupo cerviero o pantera per Lucca, il lepre per Pisa, l’unicorno per Viterbo, la cicogna per Perugia, l’elefante colla torre per Roma, l’oca per Orvieto, il cavallo per Arezzo, il leone rampante con rastrello per Massa, il grifone per Grosseto, l’avoltojo per Volterra, il drago per Pistoja; animali diversi da quelli che esse città portavano di consuetudine.
Monza, posseditrice della corona ferrea, la improntò sul suo suggello, nel quale già da antico leggevasi Est sedes Italiæ regni Modæcia magni. Lucca portava Luca potens sternit sibi quæ contraria cernit. Verona, Est justi latrix urbs hæc et laudis amatrix. Padova, i proprj confini, Muson, Mons, Athesis, Mare certos dant mihi fines. Bologna, un san Pietro in pontificale, e Petrus ubique pater, legum Bononia mater; e così Urbs hec Aquilegie capud est Italie; — Est aquilejensis fides hec urbs Utinensis; — Ferrariam cordi teneas, o sante Georgi; — Salvet Virgo Senam quam signat amenam; — Herculea clava domat Florentia prava e Det tibi florere Christus Florentia vere. Messina dopo i Vespri siciliani alzò lo stendardo colla croce portata da un leone, e il motto Fert leo vexillum Messana cum cruce signum. Pistoja scrive attorno agli scacchi del suo stemma Quæ volo tantillo Pistoria celo sigillo. Firenze ebbe da principio la bandiera partita bianca e rossa, cui unì la luna rossa di Fiesole; dappoi il giglio, o piuttosto il fior di giuggiolo (ireos florentina): e quando i Guelfi prevalsero, si adottò il giglio rosso in campo bianco, mentre i Ghibellini tennero il giglio bianco, unendovi l’aquila nera imperiale. Inalberava anche il leone, il quale pure sta nel sigillo di Cortona colla scritta Tutor Cortonæ sis semper Marce patrone.
Spesso l’arma era parlante: come a Torino il toro rampante; a Monsumano e Montecatino, un monte sormontato da una mano o da un catino; a Barga una barca; a Pescia un pesce coronato. Gli animali stessi dello stemma si mantenevano vivi nelle città, come a Venezia e Firenze i leoni, una lionessa a Parma, gli orsi a Berna, Appenzell e Sangallo. Quando i tirannetti s’impadronivano d’un Comune, vi univano il proprio stemma, come i Visconti diedero a Milano la vipera; la quale poi insieme col leone veneto entrò nel petto dell’aquila bicipite austriaca.
Nati dal bisogno sentito di esimersi da ingiuste gravezze, non determinati da mutua fiducia ma da mutuo timore, de’ loro poteri non trovandosi in verun luogo la definizione e il confine, i Comuni, siccome si erano congiurati per la difesa, congiuravansi di nuovo per sostenere o una fazione o un capriccio; i signori per ricuperare le giurisdizioni; i mestieri e le università per sottrarsi ai pesi ed agli abusi: donde reciproca diffidenza, sfrenato egoismo, gelosia che induceva a ricorrere a particolari aggregazioni di classe o di sella, le quali generano il sentimento di corpo, tanto micidiale al sentimento di patria. Mancando un legame universale fra tanti parziali, si perpetuava la lotta de’ vassalli colle corporazioni tra sè, de’ confratelli di ciascuna corporazione, delle suddivisioni di ciascun Comune: mancando un freno e una direzione centrale, rompevano a guerre, tenevansi armati nel cuor della pace, edificavano le case a foggia di torri, e l’amministrazione era esercitata in mezzo e coll’aspetto d’un perpetuo stato di guerra.
Fondati non su libertà generali, ma su privilegi esclusivi e reciproca gelosia, tutti i Comuni cercavano prerogative a scapito degli altri; ciò che un tempo avevano praticato i feudatarj, allora lo facevano essi, imponendo pedaggi e taglie ad arbitrio, servizj gravissimi ed obbrobriosi: i magistrati municipali operavano con altrettanta prepotenza che i feudali; i prevalenti voleano soperchiare: gli oppressi se ne rifaceano sopra chi non fosse cittadino: l’oligarchia rinnovava le scene dell’aristocrazia antica; anzi, nel mentre i tiranni opprimevano l’uomo, qui toglievasi qualche volta la vita civile a classi intere; e uno statuto milanese del Comune aristocratico, al nobile che uccidesse un plebeo non comminava che tenue multa.