Mal si andrebbero dunque a cercare fra quei Comuni gli esempj della libertà politica, come oggi la intendiamo; alla quale nulla è più avverso che lo spirito di famiglia e di paese. Onde sottrarsi all’anarchia di piazza, i possessori cercavano stabilire qualche ordine restringendosi col re o coll’antico feudatario, donde i partiti interni, fomite di nuove dissensioni. Altre volte ricorsero a que’ signorotti medesimi da cui s’erano emancipati, e questi, unita la forza all’abilità, riuscirono a costituirsi tiranni. E tanto più che bastavano bensì a frangere l’ingrata soggezione, e prevalere al barone e al vescovo; ma allorchè que’ signori si collegassero, o venisse contro di loro il re o l’imperatore, l’impeto, comunque volonteroso, di borghesi e mercanti non valeva contro eserciti agguerriti, e bisognava ricorrere a capitani addestrati.
I Comuni dunque a principio crebbero a grande importanza, poi cozzarono tra loro; e se in paesi stranieri, annodatisi intorno al monarca, ebbero meno splendore, ma condussero all’unità nazionale, qui la impedirono. Come in fatto si sarebbe potuto maturare la coscienza nazionale ove ciascuna comunità avendo l’occhio soltanto a sè, nella sua piccola indipendenza per nulla brigavasi del ben generale? anche quando nell’universale pericolo le città s’allearono, come vedremo nella Lega Lombarda o nella Toscana, il vincolo era troppo lasso, troppo scarsa la civile sperienza, sicchè potessero costituire una regolata federazione.
Nei patimenti aveano i borghesi invigorito il carattere per modo, da sdegnare la servitù: ma è mai possibile arricchirsi a un tratto di civile sperienza? Furono dunque costretti procedere tentoni, parte servendo alle idee rimaste delle antiche istituzioni municipali, parte imitando l’ecclesiastica gerarchia, poi innovando via via che il bisogno si sentiva o cadeva l’opportunità. Ma se non riuscirono a coronare l’edifizio civile, niuno corra ad incolparli prima di riflettere che costoro erano un pugno di popolani inermi e disorganati, ignari della guerra come della politica, circondati da villani rozzissimi e incalliti al servire, contrastati dall’autorità regia, dalla signorile, dalla sacerdotale; talchè ci dee piuttosto toccare di grata meraviglia che essi abbiano osato ripudiare la servitù e aprire la nuova era del popolo.
E immensi furono i vantaggi venuti dai Comuni, chi li guardi meno come rivoluzione politica, che come sociale. Mentre la scala degli antichi proprietarj scendeva dal barone o valvassore fino al semplice fittajuolo, quella dei redenti si elevava dal servo della gleba al semplice libero, talchè le razze servili poterono sottrarsi dalle nobili, per arrivare ad un’amministrazione propria e indipendente. In siffatta comunanza d’uffizj e di servigi ribattezzavansi nel nome di cittadini, disimparavano a tenere come unico diritto la conquista e la forza, e obbligati ad uscire dall’angusto circolo de’ personali interessi per provvedere ai pubblici, ripigliavano la coscienza delle magnanime cose.
Coi Comuni crebbe l’importanza delle famiglie e degli individui, e in conseguenza si dovette notarli e distinguerli meglio che non si facesse quando l’uomo non era nulla se non per la terra che possedesse, o pel signore cui apparteneva. L’uso latino de’ nomi, prenomi, cognomi e soprannomi, accumulati all’eccesso negli ultimi tempi[76], cadde coll’Impero; giacchè non rimasero quasi che schiavi d’un nome solo, e stranieri che un solo pure ne usavano. I nomi dei santi ebraici o cristiani prevalsero ben presto, e si applicavano o mutavano nel battesimo, il quale soleasi conferire in età già fatta, ovvero nella cresima; talora le donne lo cangiavano al matrimonio, e frati e monache conservarono fin ad oggi di cangiarlo all’atto del professarsi. E poichè ai costumi antichi sta tenace la Chiesa, oggi medesimo i vescovi non soscrivono che col nome di battesimo, e i frati si distinguono solo dalla patria, come usava al tempo della loro istituzione.
Per quanto scarse fossero le relazioni, è facile scorgere quanta confusione dovesse produrre l’indicarsi l’uomo col nome soltanto[77]; tanto più che, nelle scritture, il nome stesso ci si presenta mozzo, diminuito, accresciuto, storpiato[78]. Vi si rimediava in parte coi soprannomi, dedotti da qualità personali, dal luogo d’abitazione o di provenienza, dall’impiego[79], e spesso anche beffardi[80].
Queste però erano denominazioni personali, che non si trasmetteano alla parentela. Solo quando i feudi si resero ereditarj verso il Mille, da questi si dedusse il titolo delle famiglie; donde quelli di Ro, di Este, di Romano, di Muntecuccoli: e poichè talora veniva da paesi tedeschi, alterandosi nel tragitto in Italia, n’è scomparsa l’etimologia[81]. Non è però sicuro indizio d’antico possesso d’un paese l’averne il cognome, attesochè spesso plebeamente traevasi dalla terra da cui uno si fosse mutato in un’altra. Ma le famiglie che spingono l’albero genealogico più indietro del Mille, e que’ cataloghi di vescovi, di cui si nota il casato fin in antichissimo, sono vanità e imposture.
I Veneziani, reliquia latina, aveano ritenuto i cognomi antichi, e tali pajono que’ Crassi, Memmi, Cornelj, Querini, Balbi, Curzj; fin nell’800 troviamo i dogi indicati col cognome de’ Particiaci, Candiani, Giustiniani e simili; e in una scritta del 1090 sono firmate cencinquanta persone, a nessuna delle quali manca il cognome[82]: Cornuinda Molino, Stefano Logavessi, Bonfilio Pepo, Giovanni de Arbore, Sebastiano Cancanino, Manifredo Mauroceni, Stadio Praciolani, Domenico Contareno, e così via. Anche Genova conservò molti cognomi latini: Apronj, Asprenate, Balbi, Bassi, Bibulini, Calvini, Camilli, Carboni, Cerchi, Clementi, Costa, Crarsi, Erminj, Fabiani, Forti, Galerj, Galli, Galleni, Gavi, Gemelli, Giusti, Graziani, Laberj, Lena, Longhi, Lupi, Mari, Marciani, Marini, Massa, Montani, Muzj, Natta, Nigri, Ottoni, Palma, Pansa, Persi, Persici, Pisani, Ponzj, Ruffini, Sabini, Salvi, Serrani, Settimj, Sertorj, Staieni, Stella, Valenti, Veri, Viviani; non gliene mancano di greci: Bisio, Cybo, Grillo, Macarj, Medoni, Parodi, Partenopei; e in una carta del 1117 vi si trovano nominati i buoni uomini che presero parte a un laudo, fra’ quali Lanfranco Roca, Oberto Maluccello, Lamberto Gezone, Uggero Capra, ed altri quorum nomina sunt difficilia scribere.
Era consuetudine nei nobili di rifare l’avo nel nipote, talora anche il padre nel figlio, o riducendolo a diminutivo, o aggiungendo juniore, novello o simile; onde Guido Novello da Polenta, Malatestino, Ezelino da Etzel. Siffatto nome di predilezione si trasformò spesso in casato, onde i Pieri, i Ludovisi, i Carli, i Mattei, gli Agnesi: o adottavasi quel d’un personaggio che si fosse distinto, come i Degiorgi, i Delpietro: talvolta anche vi si prefisse la parola figlio sincopata, onde i Figiovanni, i Fighinelli, i Firidolfi; o il titolo, come i Serangeli, i Serrislori. Talora nella bassa Italia, ad esempio degli Arabi, enumeravasi tutta l’ascendenza[83].