A molti venne il nomignolo dalla nazione, come Franceschi, Lombardi, Milanesi: a molti più dal soprannome d’alcuno, ridotto ereditario, ovvero dalla sua professione o dignità; onde i Grossi, i Grassi, i Villani, i Caligaj, i Molinari, i Calzolaj, i Sartorj, i Malatesta, i Balbi, i Cavalieri, i Barattieri, i Fabbri, i Cacciatori, i Ferrari, i Cancellieri, i Medici, i Visconti, gli Avvocati, e i tanti Confalonieri e Capitanei o Cattanei. La bella moglie acquistò il titolo ai Dellabella; ai Dellacroce un crociato; il pellegrinaggio a Roma ai Romei e Bonromei: l’amore di re Enzo prigioniero per una fanciulla bolognese è ricordato nei Ben-ti-voglio; un’invenzione preziosa nei Dondi dell’Orologio. Poi il carretto, la rovere, il tizzone, la colonna, la spada, la luna, la stella che uno assumeva per impresa del torneo o per stemma nelle spedizioni, diventava nomignolo; come il colore bianco, rosso, verde, nero, di cui si divisava nelle comparse, o che distingueva la fazione.
Son dunque i cognomi o aristocratici, dedotti dalla terra o dallo stemma; o borghesi, derivati dal mestiero; o popoleschi, tratti dai soprannomi; e molti rustici, dalla località o dalla coltivazione, come i Demonte, Dell’era, Dellavalle, Delprato, Delpero, Dellavernaccia. Si sbizzarrì poi assumendo nomi che consonassero o contrastassero col cognome, onde Castruccio Castracani, Spinello Spinelli, Nero Neri, Buontraverso de’ Maltraversi, e somiglianti.
I Latini usavano lo schietto tu, dicevano semplicemente Cesare saluta Mecenate, ed Augusto ricusò fermamente il titolo di dominus, e s’adontò quando si volle offrirlo a’ suoi nipoti. Tosto però l’accettarono i successori suoi, e fin nelle medaglie trovasi surrogato a quel di divus: indi irruppero titoli più pomposi, di nobilissimo, felicissimo, piissimo: religiosissimo fu intitolato Costante da un concilio, dopo convertiti i Donatisti dell’Africa: poi nelle acclamazioni il senato fe gara di aggettivi encomiastici agl’imperatori. Allora pure invalse di non parlar più alla persona loro direttamente, ma alla clemenza, alla celsitudine, all’eternità di essi. Nell’ordinamento del Basso Impero, la gerarchia delle cariche vedemmo distinta coi titoli d’illustre, illustrissimo, eccelso, chiaro.
Coi Barbari tornò la semplicità antica, ma al tu fu sorrogato il voi; il titolo di domnus, proprio di vescovi, abati e re, s’accomunò a tutti i monaci; più tardi se l’arrogarono anche i laici, raccorciato in don. Ambito era il nome di cherico, che sonava uom di lettere, per contrapposto di laico od illetterato[84]; indizio di tempi, in cui la scienza era tutta ristretta ne’ sacri recinti.
Nel secolo XIV, monsignore intitolavasi un principe della Chiesa, messere un cavaliero e gentiluomo, e madonna la moglie sua; maestro l’avvocato o magistrato o chi sapesse, il che continuano gl’Inglesi. Nelle legazioni del Cinquecento vediamo col tu trattati ancora gli ambasciadori dalle repubbliche e dai principi; e «s’usa comunemente (dice il Varchi de’ Fiorentini nel XVI secolo) se non è distinzione di grado e di molta età, dire tu e non voi ad un solo; e solo a cavalieri e canonici si dà del messere, come a’ medici del maestro, e ai frati del padre». Dagli Spagnuoli ci fu poi attaccata la prurigine dei titoli; quando Carlo V s’intitolò maestà, moltiplicaronsi le altezze, e colle aggiunte di serenissima e di reale; l’eccellenza restò ai nobili, tanto che Urbano VIII nel 1631 trovò pei cardinali il nuovo titolo d’eminenza: quelli di cavaliere, dottore, notajo, conte del sacro romano imperio furono pascolo della vanità borghese.
Nell’attuazione dei Comuni, tra i fatti isolati se ne consumava uno grandissimo, l’emancipazione del servo. Sempre la religione vi si era adoperata, e molti per pietà e per salvezza dell’anima propria affrancavano i loro schiavi[85]. I Comuni, appena costituitisi, aprivano asilo ai servi cui riuscisse importabile il giogo del padrone, o a denaro li ricompravano; e quando movessero in armi contro i baroni del contorno, li sollecitavano a vendicarsi in libertà, sicchè fuggendo lasciavano questi indeboliti, mentre invigorivano la città. Si estesero le manomessioni, e talvolta vennero affrancati tutti gli abitanti d’un borgo, o certe professioni. Così a Bologna nell’anno 1256 il prefetto Bonacursio raduna anziani, consoli, maestri dell’arti e dell’armi, e tutti i membri del grande e del piccolo Consiglio, e propone si liberino i servi e le serve del Comune tutto. Passato il partito, si stanzia chi ne possiede li venda al prefetto e al pretore, per soldi dieci se di quattordici anni, otto se meno, sborsati dall’erario; e furono annoverati tra i fumanti, coll’obbligo di dare certa quantità di grano[86]. Erano descritti in un libro chiamato Paradisum dalla parola con cui cominciava, e dove esponeasi la creazione dell’uomo, il peccato, la redenzione, per la quale gli uomini son rifatti liberi: laonde Civitas Bononiæ quæ semper pro libertate pugnavit, avea redenti a prezzo i servi, statuens ne quis, adstrictus aliqua servitute, in civitate vel episcopatu Bononiensi deinceps audeat commorari, ne massa tam naturalis libertatis, quæ redempta pretio, ulterius corrumpi possit fermento aliquo servitutis, cum modicum fermentum totam massam corrumpit, et consortium unius mali bonos plurimos dehonestet. Un atto solenne del 1289 appella a uno statuto del Comune di Firenze, pel quale, essendo di naturale diritto la libertà individuale e il non dipendere ciascuno che dal proprio arbitrio, laonde le città pure e i popoli si schermiscono dall’oppressione, e i proprj diritti difendono e sviluppano, veniva provveduto che nessuno, di qual paese o condizione si fosse, potesse comprare, o altrimenti acquistare coloni, servi, censiti, nè angherie o altro vincolo alla libertà delle persone[87]. Due anni dopo, la legge fu confermata, perdonando a quei che l’avessero trasgredita per lo addietro.
Erano tentativi isolati, come ogn’altra cosa di quel tempo; nè un generale provvedimento per abolire la schiavitù mai fu preso: pure si vedono scemare i servi personali nel XII e XIII secolo, succedendovi i famigli o servi moderni, i quali a volontà possono togliere congedo dal padrone. Le chiese, che erano state di tanto sollievo agli schiavi, furono di ritardo alla totale loro affrancazione, atteso che non credeansi in diritto d’alienare le proprietà, delle quali l’attuale investito si considera solo utente: la stessa larghezza con cui li trattavano, facea non si trovasse tale schiavitù ripugnante all’umanità e alla religione. Perciò servi della gleba in Italia trovanti ancora nel secolo XIV.
Nei capitoli del 1296 di Federico I d’Aragona pel legno di Sicilia, frequente memoria ricorre di schiavi anche cristiani; del qual tempo anche lettere papali e contratti ne menzionano: tra i Veneziani ne incontriamo eziandio nel seguente, come nel Friuli sottoposto al patriarca d’Aquileja[88]. Del 1365 abbiamo un contratto, ove uno schiavo consente di passare da uno ad altro padrone[89]. Fra i provvedimenti fatti per sostenere la guerra di Chioggia, s’imposero tre lire d’argento il mese per ogni testa di schiavo; anzi nel 1463 i Triestini obbligavansi a restituire ai Veneziani i loro schiavi disertori[90].
A contatto con paesi non cristiani, i nostri poterono trarne di là, o imparare a tenerne per lusso, talchè la schiavitù si prolungò sotto la forma domestica. Gli statuti di Lucca fin nel 1537 dichiarano che il padrone d’una schiava può costringere il violatore di essa a comprarla pel doppio valsente, oltr’essere multato in cento lire. Le leggi genovesi opponeansi al trasportare gli schiavi in terra d’Egitto[91]; ma il divieto si eludeva col recarli a Caffa, dove il soldano spediva a farne accatto, giovandosi della franchigia di quel porto. Lo statuto criminale di Genova del 1556 pronunzia pene contro chi ruba schiavi, e considera il servo qual proprietà del padrone[92]: quello dell’88 lo tiene qual mercanzia, e caso che devasi far getto, si riparta il danno per æs et libram all’antica, comprehensis pecuniis, auro, argento, jocatibus, servis masculis et fœminis, equis et aliis animalibus. Probabilmente questi tardi servi erano di gente infedele, e massime prigionieri musulmani, quando la tolleranza religiosa neppur di nome si conosceva. Altre volte i soldati per abuso della vittoria vendevano schiavi i vinti, come i ribaldi dello Sforza fecero nel 1447 coi Piacentini: alla schiavitù condannavano pure le scomuniche. N’era però sempre tenuissimo il numero: come eccezione si notavano nel catasto delle città; e voglionsi intendere piuttosto come dipendenti, giacchè il famoso Bartolo a’ suoi tempi già dichiarava che servi propriamente detti non v’erano più.
Nei Comuni adunque non s’ebbero i vantaggi rapidi d’una subitanea e radicale rivoluzione; ma neppure la terribile responsalità d’un’insurrezione fallita. Riuniti per la resistenza, ponendo questa per primo dovere e mezzo e scopo, invece di sistemare aveano a distruggere, invece di fondare sconnetteano. Nella lotta si vince, ma l’odio sopravive e diventa seme di discordie; i dinasti mal frenati si rialzano per soggiogare i Comuni; i re ingrandiscono favorendo questi; la spada prolunga la guerra contro l’industria e la capacità. Que’ mali passarono, ma restano gli effetti; resta la rivoluzione da loro operata, perpetua e legittima come quelle che migliorano la sorte delle classi numerose: lo schiavo non è più cosa, ma uomo, dall’impersonalità sollevato ad avere nome proprio e responsalità: nè sforzi e sangue e rovine pajono soverchi a questo fine sacrosanto. Dove a pochi è data la forza e l’intelligenza, facile è guidar la moltitudine: dove tanti esercizj s’aprono alle facoltà morali e intellettive, come avviene nelle fazioni, grandemente sono eccitati gl’ingegni, e ne esce una gente operosa, accorta, che cerca e trova mille occasioni di segnalarsi: e l’uomo dall’angustia degl’interessi domestici volgendosi alle pubbliche cose, mentre cresce di pratica, nobilita le passioni, dilata l’accorgimento, scopre e pondera i diritti. Che se a noi Italiani i Comuni non lasciarono una patria, lasciarono la dignità d’uomini; ed offrono nella storia moderna le prime di quelle pagine, tanto attraenti, dove si vede un popolo travagliarsi contro i suoi oppressori, ingrandire col proprio coraggio, rassodarsi con opportune se non sempre savie istituzioni.