CAPITOLO LXXXIII. I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia.

Sciolta la servitù della gleba, raccolti sotto un’amministrazione e una giudicatura sola i tre ordini ridetti cittadini, e da tutti scegliendo i consoli, e una specie di unità ricevendo dalla supremazia del papa, l’Italia trovavasi in essere di nazione assai più che non la Francia o la Germania. Non condensata, è vero, intorno ad una reggia, ma vigorosamente ripartita attorno ai tre centri d’autorità, il castello, la chiesa, il palazzo comunale, sarebbe camminata ad altissime fortune se gl’imperatori non l’avessero scompigliata col crearsi un partito.

Deboli erano questi, in Germania osteggiati dai maggiori feudatarj, che aspiravano alla sovranità territoriale; e in Italia dai papi nel lungo certame delle Investiture. Enrico V, ambizioso ed avido ma operoso, accorto, sprezzatore della pubblica opinione, poco sopravisse all’accordo di Worms col papa, e in lui si estinse la stirpe francona, che avea per un secolo dominato la Germania. Lotario II datogli successore (1125), rassegnò il suo ducato di Sassonia, e molt’altri possedimenti al genero Enrico di Baviera, della casa Guelfa: glieli disputò Federico il Losco di Hohenstaufen duca di Svevia, uno degli aspiranti al trono germanico: sicchè fra le due case cominciò l’inimicizia, che, dopo mutato natura ed oggetto, sconvolse Germania e Italia sotto il nome di Guelfi e Ghibellini.

Questi ultimi traevano il nome dal castello di Waiblingen nella diocesi di Augusta, appartenente agli Hohenstaufen; gli altri dalla famiglia bavarese dei Guelfi d’Altdorf. Azzo, marchese di Lombardia, morendo centenario nel 1097, avea lasciato tre figli: Guelfo, che, come nato da Cunegonda erede dei Guelfi di Baviera, andò a ducare questo paese, e divenne stipite della casa di Brunswick, salita poi al trono d’Inghilterra; Ugo si condusse alla peggio, e vendè le proprie ragioni all’altro fratello Folco figlio di Garsenda principessa del Maine, e progenitore dei marchesi d’Este in Italia. Signoreggiava egli il paese dal Mincio fin al mare, cioè Este, Rovigo col Polesine, Montagnana, Badia, oltre molte terre nella Lunigiana e nella Toscana. Guelfo ne pretendeva una porzione; e venuto a ripeterla coll’esercito, collegandosi al duca di Carintia e al patriarca d’Aquileja, di molti paesi s’impadroni: infine fu stipulato che la linea di Germania tenesse un terzo della città di Rovigo e la terra d’Este, senza pregiudicare alle pretensioni che ostentava sull’eredità della contessa Matilde.

Da questa linea proveniva Enrico, che per la cessione di Lotario era divenuto il più ricco signore d’Europa e il più potente di Germania, tenendo una serie di paesi dal mar Baltico al Tirreno. Ma dalla parte ghibellina Corrado duca di Franconia, fratello di Federico il Losco, aveva redato di qua dell’Alpi i beni allodiali della casa Salica, e scese in Italia cercandone la corona. Un principe non d’altre forze provveduto che di quelle somministrategli dal paese, non poteva riuscir pericoloso alla nascente libertà, onde fu il ben arrivato. A Milano lo storico Landolfo di San Paolo e il cavaliere Ruggero de’ Crivelli, deputati dall’arcivescovo Anselmo, discussero le ragioni dei due principi emuli davanti al popolo, il quale indusse il metropolita a coronar re Corrado (1128): molte città gli prestarono omaggio e doni; ma Pavia, Novara, Piacenza, Brescia e Cremona stettero contrarie a Milano, fin a dichiararne scomunicato l’arcivescovo che aveva unto l’usurpatore; anche la Toscana repugnò da lui; e Onorio II papa, che aveva riconosciuto imperatore Lotario, scomunicò questo pretendente. Il quale tentò invano occupar Roma; sicchè gli stessi che s’erano chiariti a lui favorevoli per farsene un appoggio, l’abbandonarono quando il videro incentivo di guerre. Maneggiatosi alcun tempo, egli si riconciliò con Lotario, e dopo essere stato a carico de’ Milanesi e Parmigiani, partì dall’Italia covando contro i Comuni lombardi un dispetto che trasmise al nipote Federico Barbarossa.

Essi Comuni, appena costituitisi, esercitavano nimicizie un contro l’altro; e particolarmente in quel piano che dalle alpi Retiche e Leponzie declina sino al Po ed al mare, ricco di nove città indipendenti, Como, Bergamo, Brescia, Milano, Lodi, Crema, Cremona, Pavia, Novara, frequenti appigli di risse porgeano i terreni confinanti, le rivalità di mercato, la comunanza delle acque irrigatorie. Presosi quel diritto del pugno, cioè della guerra particolare, che fin là avevano esercitato i feudatarj, i Comuni, non compressi da superiorità materiale, non da morale ritegno, abbandonavansi a quella ostilità di vicini a vicini, che sembra inesorabile maledizione degl’Italiani. Non avevano ancor finito di abbattere i conti rurali, e già rompevano guerra (1110) Cremona a Crema e Brescia, Pavia a Tortona, Milano a Novara e Lodi; l’ambizione e la forza davano ai poderosi il desiderio e l’ardire di opprimere i deboli.

Pavia, memore di essere stata sede dei re goti e longobardi, e Milano superba d’antichità, di vasto territorio, di popolazione maggiore e della superiorità metropolitica, gareggiavano di preminenza, e si contrariavano in ogni fatto. Nella lite delle Investiture Pavia propendeva alla parte imperiale, alla pontifizia Milano, con cui parteggiarono Lodi, Cremona, Piacenza; e per insinuazione della contessa Matilde, giurarono lega di vent’anni onde osteggiare re Enrico, e sostenere Corrado quando al padre si ribellò. Le due parti erano equilibrate di forze; e poichè nessuno stabile nodo le congiungeva, era sicura della vittoria quella che arrivasse ad isolar la rivale. In fatto, secondo preponderasse una parzialità o l’altra, le città mutavano bandiera; e girati pochi anni, a Milano troviamo unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia parteggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Reggio, Piacenza.

Quella mescolata che allora si faceva delle prerogative secolari colle ecclesiastiche, portava a nuove scissure. Crema col suo contado, che chiamavasi Isola di Folcherio, era stata a giurisdizione de’ marchesi di Toscana, fin quando nel 1098 la contessa Matilde ne fe cessione al vescovo e alla città di Cremona. Tale dipendenza spiacque ai Cremaschi, che coll’armi assicurarono la propria libertà: ma di qui cominciarono nimicizie lunghe e vergognose[93].

Milano pretendeva non solo alla superiorità che il suo metropolita traeva dal posto gerarchico, e per cui ordinava i vescovi della provincia e li convocava a concilio; ma che a lui competesse anche l’eleggerli, mentre le chiese particolari tenevano gelosamente al diritto antico di nominare i proprj pastori. Da ciò elezioni tempestose, contrastate, doppie, complicate dall’appoggio del papa e dell’imperatore, e per le quali il litigio delle Investiture dalle sommità sociali scendeva fin a contingenze affatto particolari. Per simili ragioni, e insieme per gelosia del ricco mercato che vi si teneva, i Milanesi campeggiarono Lodi, rinnovando le ostilità, cioè lo sperpero della campagna e la rapina delle messi per quattro anni, in capo ai quali ridottala per fame, la smantellarono (1111); gli abitanti dissiparono in sei borgate del contorno, sottoposte a rigide condizioni; sciolsero il ricco mercato, nè Lodi-vecchio risorse più.

Eguale contesa per l’elezione dei vescovi cagionò la guerra di Milano contro Como, descritta da un rozzo poeta contemporaneo[94], dolente di pubblicare il duolo anzichè la letizia d’un popolo da molti secoli fiorente. Aveano i Comaschi eletto canonicamente Guido de’ Grimoldi di Cavallasca; mentre il milanese Landolfo da Carcano, destinatovi da Enrico V, si fece ordinare dal patriarca d’Aquileja, parziale d’esso imperatore; intruso di rapina nella sede, procurava mantenervisi ad onta del popolo, e fortificatosi nel castello di San Giorgio presso Maliaso sul lago di Lugano, scialacquava in privilegi e donazioni il patrimonio della mensa. Risoluti a tor di mezzo lo scisma e lo sperpero, i consoli comaschi Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella coi vassalli di Guido vi assalgono Landolfo, e fattolo prigione, lo consegnano a Guido. Essendo nella mischia rimasto ucciso Ottone insigne capitano milanese (1116), Giordano da Clivio arcivescovo di Milano, invece d’insinuare pace e perdono, espone alla basilica Ambrosiana le vesti insanguinate e le vedove degli uccisi, le quali strillando chiedono vendetta; e serrata la chiesa, egli dichiara resteranno sospesi i sacramenti, finchè non sia vendicato il sangue sparso.