In quelle assemblee tumultuose, dove la passione è unica consigliera, e l’urlo predomina sulla ragione, fu decretata la guerra; i Milanesi, mandato un araldo a denunziarla, assalsero Como, e incominciarono una guerra, paragonata all’assedio di Troja per la durata, e meglio per l’accordarsi delle forze lombarde contro una sola città.

Il guerreggiare d’allora non conduceva a pronti esiti, come le imprese comandate e dirette da volontà unica e robusta. Un Comune avea ricevuto un torto, e nel consiglio erasi decisa la guerra? più giorni rintoccava la campana, acciocchè gli uomini capaci s’allestissero d’armi; uomini che mai non s’erano esercitati insieme, che fin allora aveano badato ai campi o alle arti, e che non usavano nè vestire nè armi uniformi, unicamente diretti a vincere e far al nemico il peggior male. A buona stagione traevasi fuori il carroccio, e dietro e attorno a quello moveva la gente contro il territorio nemico, stramenava le campagne, sfasciava i casali, rapiva gli armenti che non avessero avuto tempo di ridursi nel recinto della città, alla quale poi mettevasi assedio, procurando il più delle volte prenderla per fame, giacchè, prima de’ cannoni, le terre murate aveano sempre il vantaggio sopra gli assalitori. Nelle guerre feudali vedemmo i soldati abbandonare il capo a mezzo dell’impresa, allo scadere dell’obbligato servizio. Qui gli assalitori erano gente che avevano campi, arti, famiglia, interessi, onde mal sopportavano i diuturni accampamenti, e alla mietitura o all’avvicinarsi della vernata tornavano a casa a rifocillarsi, per ripigliar poi col nuovo anno la campagna.

Di tal guisa fu condotta la guerra contro Como. I Comaschi erano valorosissimi fra i Lombardi, come montanari e avvezzi in opra di caccia e battaglie: e chiuso colla Camerlata e col castello Baradello il passo verso Milano, poterono impedire gli approcci al patrio suolo. Li secondavano gli abitanti della Vallintelvi, intrepidi petti, e insieme abilissimi a inventare congegni militari. Maggior numero di città prese parte con Milano, quali Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, la Liguria, Vercelli colla mercantile Asti, e colla contessa di Biandrate recante in braccio il giovane figliuolo: Novara venne spontanea, invitata la forte Verona, e Bologna dotta nelle leggi, e Ferrara non meno famosa che Mantova per bravissimi arcadori, e Guastalla e Parma coi cavalieri della Garfagnana, benchè avesse guerra con Piacenza[95]. La politica gli avrebbe stornati dal favorire la poderosa città contro la inoffensiva, ma v’erano costretti dalla prepotenza. Ch’è peggio, gli abitanti dell’isola Comacina e di quei contorni si chiarirono ostili a Como, sicchè anche il lago fu contaminato di battaglie navali. Fin a Varese si allargò la guerra e al lago di Lugano; ardite le fazioni, alterni i successi; or una parte or l’altra innalzavano al cielo inni per vittorie fratricide. Se non che fra tanto ardore poca era l’abilità, pochissima la disciplina, nessuna autorità preponderante; e come avviene nelle mosse tumultuarie, ognuno volea comandare, nessuno obbedire. La campagna era una desolazione, straziati i fecondi oliveti e le vigne della spiaggia, rapite le mandre.

Moriva intanto il vescovo Guido, causa e fomento della guerra; moriva esortando a star saldi nella cattolica fede e nella carità e difendere la patria. I Comaschi aveano perduto molti valorosi; soffrivano da dieci anni di devastazione sì per terra, sì dal lago, del quale la sponda orientale apparteneva ai Milanesi, che con tutti i loro alleati s’accinsero all’estremo sforzo. Tratti legnami da Lecco, ingegneri e costruttori da Genova e Pisa, strinsero dappresso la città (1127), i cui abitanti, sprovveduti d’ogni altro riparo, l’abbandonarono notturni, per ricoverarsi nel munito borgo di Vico; e quivi interposero di pace Anselmo arcivescovo di Milano. E ne fu condizione, che, salve le vite, si sfasciassero le mura e le fortificazioni della città e dei sobborghi; Como riconoscesse Milano con annuo tributo. Eppure i vincitori sfrenati posero a sacco e fuoco la città, menarono in cattività agricoltori, servi, cittadini. Non s’aveano allora guarnigioni per tener in ceppi i vinti, e perciò bisognava disperderli: in fatto i Comaschi furono costretti abitare all’aperto, pagare annualmente il viatico e il fodro, e smettere il solito mercato. Ciò per altro non li privava del governarsi a comune, con leggi e magistrati proprj.

Di questa guerra narrammo le particolarità, come esempio di tutte le altre allora agitate. Ne inorgoglì Milano, che poco poi osteggiò Crema, e tutta Lombardia andava a scompiglio per fazioni interne; laonde papa Innocenzo II s’argomentò al riparo spedendo san Bernardo, borgognone, fondatore de’ Cistercensi ed anima della società cristiana di quel tempo. Ne’ monasteri non voleva egli si cercasse un rifugio contro il mondo, bensì forza di combatterlo e guidarlo; l’operosità essere principio di salute, e perciò i monaci addestrava alle lettere e all’agricoltura. Dottissimo coi teologi, popolarissimo coi campagnuoli, vigilava sull’intera cristianità, maneggiava gl’interessi delle nazioni, pur sempre ribramando la sua devota solitudine, alla quale tornava appena avesse finito di riconciliare i re, di far riconoscere i papi, o di spingere tutta Europa contro l’Asia; e preparava libri che il fecero collocare allato ai santi padri, e fra gli ascetici prediletti alle anime contemplative. Quand’egli calò in Lombardia, accorreva la gente per udirlo, e il riceveano a ginocchi, e mettendo fuori argento, oro, arazzi, quanto aveano di meglio; e beato chi ottenesse un filo della sua tunica. Riuscì egli ad esaltare lo zelo, sicchè uomini e donne si vedeano in capelli raccorci e vesti dimesse, e sulle tavole acqua invece dei vini generosi; liberati prigionieri, emendati i costumi, e ciò che più era difficile, ristabilita dappertutto la pace. I Milanesi, meravigliati all’unione di tanto senno con tanta bontà, il voleano arcivescovo (1135); ma egli, per cui i gradi e le comparse erano una condanna, s’affrettò di tornare alle maschie voluttà della solitudine penitente, lasciando presso Milano il monastero di Chiaravalle, dal quale e dagli altri di Morimondo e di Cerreto i Cistercensi tolsero a sanare le pantanose pianure, introducendovi i prati irrigatorj, la fabbrica de’ formaggi e la coltivazione del riso.

Non avea fatto che partire Bernardo, e gli sdegni ribollirono; e Cremona e Pavia, dove l’eloquenza di lui poco aveva approdato, si ritorsero contro Milano. Il vescovo pavese guidò le milizie; e i Milanesi non solo lo sconfissero, ma lui stesso fecero prigioniero con molti de’ suoi, i quali rimandarono colle mani legate al tergo, e attaccato un fascetto di fieno acceso tra i fischi plebei. Tornarono i Pavesi alla riscossa, ma a Maconago furono rotti ancora. I Milanesi portarono pur guerra a Novara e Cremona, la quale oppose loro il castello di Pizzighettone sull’Adda. Violenze che partorivano violenze, e colle violenze doveano finire.

Quel che intitolavasi regno d’Italia era diviso tra molti feudatarj, quali il marchese di Monferrato tra gli Appennini, il Po e il Tànaro; il marchese del Vasto, che poi fu detto di Saluzzo, fra il Po e le alpi Marittime; ai quali due s’interponeva il contado d’Asti, e accanto quel di Biandrate che dominava il Canavese fra la Dora Riparia e la Baltea. Gl’imperatori, per assicurarsi il passo in Italia, aveano sottoposto a duchi tedeschi anche il pendio meridionale dell’Alpi; onde la Baviera stendeasi fin a Bolzano, cioè di qua dall’alpi Retiche che ci separano dai Tedeschi; i Guelfi e il ducato d’Alemagna fino a Bellinzona, di qua dalle Lepontine; quel di Svevia fino a Chiavenna, di qua dalle Retiche; le alpi Giulie erano a dominio del duca di Carintia, al quale furono recate la contea di Trento, e le marche di Verona, d’Aquileja, d’Istria, tenendo in rispetto la Lombardia da un lato, dall’altro gli Ungheresi. Ma i re tedeschi, intenti ad assicurare la prevalenza della gente germanica sopra la slava, vollero estenuare la Carintia, sicchè abbondarono di concessioni col Veronese, che poi da quella restò separato del tutto quando i patriarchi d’Aquileja ebbero la sovranità del Friúli, poi dell’intera Istria, succedendo alle famiglie ereditarie degli Eppenstein, Sponheim, Andechs. Allora Verona, tornata italiana, maturò pur essa i germi repubblicani, sotto un vescovo cui dava importanza il custodire gli sbocchi dell’Alpi e il passo del fiume, che coprono l’Italia dai Tedeschi.

Il marchese Obizzo Malaspina, oltre la Lunigiana, avea possessi nel confine di Cremona, e da Massa presso il Lucchese fino a Nazzano presso Pavia: tratto di settanta miglia[96]. La Casa savojarda di Morienna usciva dalle sue valli allobroghe per allargarsi sempre più di qua dall’Alpi, occupando i marchesati d’Ivrea e di Susa; e Ulrico Manfredi, al tempo d’Enrico I, possedeva dall’alpi Cozie fin alla riviera di Genova, e da Mondovì ad Asti: la qual città era signoreggiata da un suo fratello vescovo. Ma troppo spesso suddivisa per eredità, la casa di Savoja non accennava all’importanza che trasse più tardi dalla sua postura.

Nell’Appennino toscano avanzavano conti e marchesi e molti dominj immuni di nobili; ovvero monasteri, badie, beni vescovili isolati, sceveri dal movimento repubblicano. La potenza dei marchesi, poi della contessa Matilde, avea nell’Etruria frenato le fazioni, e assicurato il predominio papale, sicchè rado o non mai s’era veduto un vescovado diviso fra due competitori. I governi liberi vi tardarono dunque a svolgersi fin quando, disputandosi fra il papa e l’imperatore la successione a quella signoria, i popoli, incerti a chi obbedire, furono men soggetti ad entrambi i competitori, e nella negligenza di questi provvidero da sè al proprio ordinamento.

Roma offriva sempre gran mescolanza d’antichissimo e di novissimo, e dei tre elementi di popolo, di feudo, di sacerdozio. Prefetto, consoli, senato offrivano una costituzione repubblicana, i feudatarj e i castelli rappresentavano il diritto della spada, il papa la sovranità; e si urtavano e prevaleano a vicenda. Nel X secolo, tutto forza, sormontarono i feudatarj, oligarchia turbolenta, che quasi assorbì la ecclesiastica. Colla restaurazione degli Ottoni la nobiltà fu repressa e il papato rialzossi, appoggiandosi però allo straniero, che riservava a sè la moneta e la giustizia.