I pontefici, mentre aveano assodata l’autorità su tutto il mondo, pochissima ne godevano nella città di loro residenza. Per le ripetute donazioni imperiali dominavano l’antico ducato di Roma, l’Esarcato e la Pentapoli: ma erano cinti da robusti signori, quali il duca di Spoleto nell’Ombria meridionale, nel Piceno e in parte del Sannio; a mezzodì il marchesato di Guarnerio fra gli Appennini e l’Adriatico, da Pésaro ad Osimo; di qui alla Pescàra quel di Camerino e di Fermo; quel di Teate dalla Pescàra a Trivento: principi indipendenti non appena l’imperatore avesse vôlto le spalle all’Italia. Le città poi a levante del Lazio e a maestro della Toscana formavano altrettanti ducati sotto vescovi e signori. La stessa campagna romana era sparsa di signorotti, che da Palestrina, da Tùsculo, da Bracciano ne faceano infelice governo, impedivano la coltura de’ campi, e perfino nei sepolcri di Cecilia Metella e di Nerone, o nelle terme di Caracalla fortificandosi, teneano serva ai loro capricci l’antica capitale del mondo: fra le sue mura stesse, sovente una fazione dal Coliseo, un’altra dalla torre di Crescenzio, una terza dal Pincio venivano a provocarsi.
Urbs, cioè la città per eccellenza, chiamavasi Roma, e senato il suo consiglio comunale come ai tempi di Cesare e di Scipione. Dieci elettori di ciascuno dei tredici rioni della città, ogn’anno sceglievano cinquantasei senatori; è probabile fossero tutti nobili, e che alcuni formassero per turno il consiglio secreto del patrizio, rappresentante della repubblica. Geroo, prevosto di Reichersperg, nel 1100, scrive ad Enrico prete cardinale: — I senatori romani giudicano delle cause civili; le maggiori e universali spettano al pontefice o al suo vicario, ed all’imperatore o al vicario di lui prefetto della città; il quale la dignità propria rileva da entrambi, cioè dal papa a cui fa omaggio, e dall’imperatore da cui riceve le insegne della dignità, cioè la spada sguainata. E come coloro cui spetta guidar l’esercito sono investiti col vessillo, così per lungo uso il prefetto della città è investito colla spada, sguainata contro i malfattori. Il prefetto della città poi della spada usa legittimamente a sgomento de’ malvagi e conforto dei buoni, a onor del sacerdozio ed a servizio dell’Impero»[97].
I nomi pomposi mal mascheravano il decadimento, giacchè i palazzi si sfasciavano[98]; la liberazione di Roberto Guiscardo avea ridotto deserti i quartieri fra il Coliseo e il Laterano, che la mal’aria finì di spopolare; il suo territorio abbracciava angusto circuito, di là del quale Roma trovava nemici i Comuni di Albano e di Tusculo come ai tempi di Romolo, ed ogni primavera bisognava uscire a combatterli, e devastare la già povera campagna. Unica ricchezza della città erano il denaro e i forestieri che vi traeva la presenza del papa: ma mentre questo nella restante Italia era venerato come capo del partito nazionale e tutore della libertà, quivi era esoso come principe; spesso n’era cacciato dai signori che ricusavano stargli dipendenti; ma il popolo che, con vezzo non più disimparato, avea gridato Morte e Fuori, ben tosto ne sentiva bisogno e desiderio, e gridava Viva e Torna, con quegli schiamazzi plateali che stoltamente si giudicano pubblico voto.
Dividevano allora la città due fazioni, guidate l’una da Leone de’ Frangipani, l’altra da Pier di Leone; e con violenze e tranelli faticarono a dare un successore a Calisto II. I Frangipani portavano Lamberto vescovo d’Ostia (1124), che prevalse col nome di Onorio II: ma alla costui morte si rinnovano bucheramenti e tumulti a favore d’un figliuolo di Pier di Leone: e sebbene i migliori s’accordino ad eleggere Gregorio cardinal di Sant’Angelo (1130), che volle chiamarsi Innocenzo II, gli altri vi oppongono il loro creato col nome di Anacleto II[99], e ne nasce uno scisma scandaloso. Anacleto colle spoglie della basilica Vaticana compra fautori ed armi; Innocenzo, che non poteva se non tenersi nei palazzi muniti dei Frangipani, stabilisce andarsene, e dalle navi pisane portato in Francia, in Inghilterra, in Germania, ricevette omaggio e riverenza, giovato dall’eloquenza di San Bernardo. La cella di questo, al concilio di Pisa, vedeasi affollata di prelati, ansiosi di trattar seco degli affari del mondo e dell’anima.
Per assistere Innocenzo contro l’antipapa e per frenare le città emancipate, Lotario imperatore (1133) calò dall’Alpi, non accompagnato da verun cavaliere di Svevia nè di Franconia, ed avendo per portastendardo quel Corrado, che dianzi aveva accettato la corona d’Italia. Ma a Milano si vide chiuse le porte in faccia, essendosi Anacleto amicato quell’arcivescovo Anselmo, scomunicato da Onorio II, talchè non potè farsi coronare re d’Italia; a Roma Anacleto respinse il competitore, fortificandosi in Vaticano, mentre Innocenzo doveva munire il Laterano, ove coronò Lotario.
Messa allora in campo la controversia dell’eredità della contessa Matilde, fu conciliata con questo patto, che Innocenzo investisse Lotario vita sua durante, e dopo lui il duca di Baviera genero di esso imperatore, siccome di feudi della Chiesa, alla quale dovessero retribuire cento marchi d’argento l’anno, poi al morire dell’ultimo tornerebbero alla santa sede. Con quest’atto l’imperatore veniva a riconoscersi vassallo e tributario del pontefice[100].
La fazione d’Anacleto rialzò ben presto il capo, sicchè Innocenzo invocò Lotario, il quale, riconciliatosi colla casa di Hohenstaufen, tornò con maggiori forze: ma gli effetti furono poco meglio felici che la prima volta; perchè, se Milano il favorì, gli si avversarono Cremona, Parma, Piacenza, che egli dovette per forza ridurre ad obbedienza.
Restavano sempre avversi all’Impero nelle parti meridionali i Normanni, che avendo ormai sottratte tutte le città greche ai catapani, e occupata la nuova Longobardia, eccetto Benevento che rimaneva ai papi, e Napoli che di nome dipendeva dai Greci, viepiù sentivano il bisogno dei forti, l’indipendenza. Quantunque sostenitori del pontefice contro gli stranieri, poca mostravangli condiscendenza nell’interno loro dominio, nè si tenevano in dovere di ricevere legati papali in paesi che essi col proprio braccio aveano sottratti agl’Infedeli o ai Greci, e restituiti alla vera Chiesa. Urbano II erasi guadagnato Ruggero, nominandolo legato in Sicilia (1098), cosa mai più concessa a verun regnante, e donde derivò quel che chiamarono poi tribunale della monarchia di Sicilia, cioè che esso e i suoi discendenti godessero il titolo ed esercitassero i diritti di legati ereditarj e perpetui della santa sede, per ciò portando nelle solennità mitra, anello, sandali, dalmatica, pastorale[101]. Morto poi Guglielmo II duca di Puglia, anche il dominio di qua dal Faro restò a Ruggero (1127), che così possedeva tutto quel che fu poi regno di Napoli.
Onorio II vide lesa la sua superiorità nel fare un tanto acquisto senza sua adesione, ben conoscendo come il gran conte dominando la Sicilia, la Puglia, la Calabria, avrebbe dettalo la legge a Roma. E perchè quegli assalì Benevento, città pontifizia, Onorio lo scomunicò, e mosse contro di esso in armi, dando perfino indulgenza plenaria a chi perisse in quella guerra. I principali conti assecondarono il pontefice; ma Ruggero, venuto di Sicilia con buon esercito, prese le città primarie; e il papa, che vedeva ogni giorno diminuirsi le sue truppe, s’accontentò d’investirlo della Puglia e Calabria. Non andò troppo sottigliando sui diritti l’antipapa Anacleto, e bisognoso di fautori, a Ruggero consentì il titolo di re di Sicilia, l’investitura della Puglia, Calabria, Salerno, e la supremazia sul ducato di Napoli e il principato di Capua; in Palermo fu celebrata la pomposa coronazione, e restò costituito il regno delle Due Sicilie, terminando le antiche repubbliche nel mezzodì, quando nel settentrione d’Italia sbocciavano le nuove.
I baroni e conti, fin allora tutti pari di potenza, mal soffersero di vedersi imposto un superiore; e Roberto dovette star sempre coll’armi in pugno, e con ferro, fuoco, prigioni soffogando le rinascenti rivolte, cagionò guasti non minori di quelli de’ Musulmani. Anche Amalfi fu costretta demolire le fortificazioni e a lui sottoporsi. Roberto principe di Capua, primo tra i baroni normanni e che intitolavasi per la grazia di Dio, vedendosi rapita l’indipendenza, si unì coi signori che voleano difenderla e collo straticò di Napoli. Soccombuto, andò invocare soccorsi dai Pisani, ma Ruggero colla flotta di Sicilia e della soggiogata Amalfi assalì Napoli, il cui straticò seppe resistere all’armi e alla fame.