Tanta possa di Ruggero ingelosiva e gl’imperatori d’Oriente, già altre volte minacciati dai Normanni; e Lotario, a cui esclamavano i tanti oppressi da Ruggero; e più Innocenzo, che vedea sempre peggio rimossa la speranza di ricuperare la sua sede. Lotario, spinto dalle preghiere di Roberto di Capua, ed esortato da san Bernardo a toglier via lo scisma (1137), mosse contro Ruggero, allargò Napoli, rimise Roberto in Capua, sicchè Ruggero, perdute tutte le terre di qua del Faro, dovette ricoverare in Sicilia. I Pisani, vedendo il bel destro di vendicarsi dell’antica emula, con ben cento navi assalirono Amalfi, e costrettala a cedere, vi esercitarono fieramente i diritti della vittoria. Da quel punto (1157) Amalfi più non contò, sebbene le forme repubblicane conservasse internamente fin quando nel 1350 i re di Napoli le abolirono. I suoi banchi in Levante restarono deserti, od occupati da più felici successori; a’ suoi porti non concorsero più se non i devoti a visitare il corpo di sant’Andrea, che il cardinale Capuano rapì alla chiesa di Costantinopoli nel 1207, e che stillava manna. Chi oggi, andando a interrogare i tanti problemi della storia nazionale, visita la patria di Flavio Gioja e di Masaniello sulla deliziosa riva dove il mare frange tra Napoli e Salerno, sentesi stringere il cuore ai pochi e luridi abituri sopravanzati colà dove sorgeva l’antica legislatrice del Mediterraneo; e sedendo pensoso su qualche barca pescareccia nel porto a cui affluivano le ricchezze d’Oriente, invece dell’operoso tumulto di ottantamila abitanti, non vede che l’abbandonata negligenza di pochi pescatori, non ode che il gemito de’ limosinanti.

Era quello il momento di mettere al nulla il dominio de’ Normanni se, al solito, non fossero entrate contestazioni tra i federati. Alla presa di Salerno i Pisani recaronsi a dispetto che l’imperatore segnasse la capitolazione senza loro intervento: poi il papa pretendeva quella città appartenesse a lui, e volendo sminuzzare il dominio coll’eleggere un nuovo duca di Puglia, disputavasi a chi toccasse dargli l’investitura; alfine conchiusero gliela conferirebbero e il papa e l’imperatore, tenendo entrambi il gonfalone. Altre controversie nacquero per Montecassino: ma pure rappattumati, Innocenzo e Lotario ripresero la via di Roma, ove il papa coll’armi imperiali potè rientrare. Lotario, devastata l’Italia nell’andata e nel ritorno, se ne partiva con poca gloria e meno frutto, allorchè morì (5 xbre) vicin di Trento: uom prode e d’onore, amico del retto, ma non robusto quanto ai tempi occorreva.

Ruggero, che aveva aspettato il consueto scomporsi dell’esercito imperiale, tornò bentosto, riprese la città senza dare ascolto a san Bernardo, venuto consigliatore di pace: anzi pretese erigersi arbitro fra Innocenzo e l’antipapa Anacleto; e morto questo, ne nominò un altro (1138) in Vittore IV. Però Bernardo tanto fece, che menò l’antipapa a’ piedi d’Innocenzo, al quale pure si sottomisero i dissidenti. Ed egli raccolse in Laterano l’XI concilio ecumenico (1139) con duemila prelati, ai quali disse: — Voi sapete che Roma è capitale del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice, siccome feudo; nè senza di ciò possono legittimamente possedersi».

Ivi scomunicò Ruggero, poi in persona mosse con buone armi, disposto a guerreggiarlo se non accettasse le proposizioni di pace. Rejette queste, attaccò il pertinace, ma incontrò sfortuna eguale al suo predecessore Leone IX, e come lui ne trasse profitto: perocchè, caduto prigione con molti cardinali, vide il suo vincitore gittarsegli a’ piedi e domandargli perdono dell’averlo vinto; laonde egli conchiuse pace con Ruggero, rinnovandogli l’investitura già avuta dall’antipapa, purchè prestasse alla romana Chiesa l’omaggio e seicento schifati d’oro ogn’anno[102]. Nel titolo restava eccettuato Salerno, sul cui principato i papi ebbero sempre pretensioni; ma erano comprese Capua, tolta al perseverante Roberto, e Napoli colle sue dipendenze, la quale, avendo perduto in battaglia il duca, accettò di sottomettersi al nuovo re.

Di qui restò confermato l’alto dominio della santa sede, già da essa acquistato mezzo secolo prima, sopra il Reame. Ruggero da nuove vittorie, da bandi e confische cercò una legittimazione, che al secolo nostro garba meglio che non la benedizione papale.

A re Lotario in Germania parea dovesse succedere il guelfo Enrico, ma prevalse Corrado di Franconia, che, abdicata la corona italica, poco dopo andò crociato (1147) con settantamila cavalieri e innumerevoli fanti, pochi de’ quali dopo orribili patimenti lo accompagnarono al ritorno. Nella sua lunga assenza, i Comuni presero incremento in Italia; e sotto diverse sembianze ma in ogni parte appariva la libertà, e manifestavasi nel cozzarsi di Venezia con Ravenna, di Pisa e Firenze con Lucca, di Vicenza con Treviso, di Fano con Pésaro, Fossombrone, Sinigaglia, di Verona con Padova perchè avea stornato il letto dell’Adige; di Modena con Bologna perchè a questa erasi data la badia di Nonantola; di Cremona e Pavia con Milano, che già non paga della libertà, voleva anche dominio sulle città del contorno. Mal sostenuti dal potere imperiale, i baroni soccombevano agli sforzi de’ Comuni, che venivano estendendo l’eguaglianza popolare; sicchè questa prevalse anche in Toscana. Firenze, Siena, Pistoja, Arezzo primeggiavano sui Comuni e sui dinasti limitrofi; e, secondo una lettera di Pietro abate di Cluny a re Ruggero, «miserabile era l’aspetto della Toscana, confondendosi le cose umane e le divine; città, castelli, borgate, ville, strade pubbliche, fin le chiese erano esposte a omicidj, sacrilegi, rapine; pellegrini, cherici, monaci, abati, preti, vescovi, patriarchi v’erano presi, spogliati, battuti, uccisi»[103]. I principi normanni reprimevano a mezzodì il movimento repubblicano; ma non che favorissero gl’imperatori, stavano in sospetto delle antiche pretensioni che potessero addurre contro il recente loro dominio.

In ogni parte la podestà imperiale era dunque in calo: nè prosperava la pontifizia, alla quale nuovo genere di sfide recò Arnaldo da Brescia. Educatosi in Francia alla scuola di Abelardo, libero pensatore, più rinomato per gli amori e le sventure sue che per l’ardimento del suo eclettismo, Arnaldo fu prima guerriero, poi monaco, e cominciò a propagare in Italia le dubitanti e negative idee del suo maestro, e censurare la depravazione del clero. Bel parlatore, e ascoltato avidamente com’è sempre chi esercita la maldicenza, prese a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto che il clero possedesse beni, e regalie i vescovi, mentre avrebbero dovuto vivere all’apostolica di decime e di oblazioni, restituendo i possessi al principe cui appartenevano[104]; e in ciò metteva convinzione ed entusiasmo maggiore che non que’ novatori, i quali più tardi sull’orme sue vennero a scassinare col ragionamento il regime cristiano dello Stato e della Chiesa. Paragonava egli i Governi d’allora colle antiche repubbliche, sogno o delirio perpetuo degl’Italiani, che allora veniva infervorato dai rinnovati studj classici de’ giureconsulti. Volentieri lo ascoltavano i laici, che tenendo feudalmente privilegi dai vescovi, bramavano rendersene indipendenti; e i Politici, come si chiamavano i suoi fazionieri, crescendo più sempre di numero, scotevansi risolutamente dall’obbedienza del papa.

Era questo venuto in ira anche ai popolani perchè, essendosi rivoltati i cittadini di Tivoli e avendo sconfitto in malo modo i Romani, esso gli assalì da vero, e coll’assedio li costrinse a capitolare, ma non sterminò le vite e le mura loro. Imprecando dunque a tale benignità col solito titolo di tradimento, i Romani traggono tumultuosi al Campidoglio (1141), e come pegno della rinnovata repubblica rintegrano il senato di cinquantasei membri, e in nome di questo e del popolo romano intimano guerra ai vicini. Innocenzo morì prima di poterli domare (1143); e Celestino II, succedutogli per pochi mesi, tolse a perseguitare Arnaldo, benchè già amico suo, e che, mal sorretto dalla volubile aura vulgare, fuggì a Zurigo, prevenendo Zuinglio nel predicare contro la Chiesa, poi in Francia, in Germania, inseguito dappertutto dall’occhio e dalla voce di san Bernardo.

Le famiglie primarie dei Pierleoni e dei Frangipani, fin allora nemiche, si mettono d’accordo per umiliare la fazione democratica e svellere l’ordine repubblicano: ma i popolani, guidati dalla nobiltà inferiore, invocano l’immediata sovranità dell’imperatore, qual soleva ai tempi di Roma antica. Lucio II papa (1144), che in processione armata marciava al Campidoglio per isnidare i nuovi magistrati, è respinto a sassi, così che ne muore. Imbaldanzì la fazione avversa, e a fatica si potè nominare Eugenio III discepolo di san Bernardo (1145), il quale, per non dovere a forza riconoscere il senato, fuggì di Roma. Arnaldo soldò duemila Svizzeri, e questa forza mercenaria condusse a raffermare la magistratura repubblicana del Campidoglio. Proponevasi egli istituire un ordine equestre, medio tra il popolo ed il senato, ristabilire i consoli e i tribuni, insomma con una pedantesca e intempestiva restaurazione del passato ingrandire l’autorità imperiale, mentre il papa restringeva ai soli giudizj ecclesiastici.

Il vulgo è facile a credere che cogli antichi nomi ritornino le antiche grandezze; e coll’entusiasmo dell’applauso accoppiando al solito l’entusiasmo del furore, abbatte le torri e i palazzi dei nobili avversi e de’ cardinali, non senza ferirne alcuni, abolisce la dignità di prefetto di Roma per nominare patrizio Giordano, fratello d’Anacleto antipapa, ed obbliga tutti a prestargli giuramento. Eugenio, tentata invano la riconciliazione, scomunicò costui; poi, unite le sue forze con quelle di Tivoli, costrinse a tornare all’obbedienza, e fu accolto con tante feste, con quante n’era stato escluso[105]. Breve trionfo: e ben tosto costretto uscirne di nuovo, passò in Francia a sollecitar la crociata; mentre i repubblicani chiamavano Corrado III, vantando non avere operato ad altro fine che per restituire l’Impero nella grandezza che aveva sotto Costantino e Giustiniano, e perchè egli ricuperasse tutti gli onori che gli competevano e gli erano stati usurpati; avere perciò demolito le fortezze dei prepotenti; venisse in persona a compier l’opera, collocare sua sede in Roma, e abbattere i Normanni fautori del papa[106].