L’imperatore, mal fidandosi a quel popolo leggero, provvide di truppe il pontefice; che con queste e con altre di Francia piantossi a Tusculo, e da quei terrieri e dai Normanni sostenuto, potè rinnovare i patti col popolo, lasciandogli il senato, ma nominando egli stesso un prefetto, giusta la prisca consuetudine. Però se il popolo voleva conformare lo statuto ai concetti di Arnaldo e della storia, senza sgomentarsi delle idee classiche sopra l’illimitata autorità del principe, l’alta nobiltà desiderava mantenere la condizione feudale, impedendo e ai papi di dominare e al popolo di emanciparsi. Continuò la repubblica sotto Anastasio IV; ma Adriano IV inglese (1153-54), avendo la plebe assassinato il cardinale di Santa Pudenziana, diede lo straordinario esempio di interdire la capitale del cristianesimo finchè Arnaldo non fosse espulso. Il popolo sgomentato, massime che s’avvicinava la pasqua, cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.
Anche Ruggero, che teneva carezzati i pontefici sol in quanto gli giovavano, poco avea tardato a venire in nuova rotta con essi, ne devastò le terre, guerreggiò e depredò Montecassino. Guerra più gloriosa recò ai Barbareschi d’Africa, assalendo Tripoli nido di corsari, Bona, Tunisi, e menandone schiave le donne in Sicilia. Gl’imperatori d’Oriente non cessavano di credere usurpati a sè i possessi de’ Normanni, e li molestavano; onde Ruggero mandò un’armata verso l’Epiro, prese Corfù, Cefalonia, Corinto, Negroponte, Atene, asportandone immense ricchezze e persone da ripopolarne la Sicilia, ma specialmente operaj di seta. L’imperatore bisantino, cognato di Corrado III, sollecitava questo a venire in Italia e rintuzzare il baldanzoso Normanno; intanto egli medesimo faceva grosse armi, e col soccorso de’ Veneziani assalse Corfù; ma Ruggero ardì spingersi a Costantinopoli, gettando razzi incendiarj contro il palazzo imperiale. Pure Corfù gli venne tolta, e la sua flotta battuta dalla veneta e genovese.
Corrado accingevasi a calare in Italia per la corona, e insieme per guerreggiare Ruggero (1152), quando morì a Bamberga, si volle dire avvelenato da medici della famosa scuola di Salerno, ch’erano rifuggiti a lui fingendo paura di Ruggero.
CAPITOLO LXXXIV. Federico Barbarossa.
Federico di Buren, feudatario della Svevia, che oggi diciamo Baviera, Baden, Würtenberg, a poche miglia da Goeppingen fabbricò s’un’altura un casale, detto perciò Hohenstaufen, donde trasse il titolo la sua famiglia. Quanto coraggioso, tanto fu leale verso l’imperatore Enrico IV, che in compenso gli diede il ducato di Svevia e la mano di sua figlia Agnese. Morendo vecchissimo, lasciò due figli, Federico e Corrado, il primo de’ quali fu investito da Enrico V de’ feudi paterni, l’altro della Franconia (1137), e fu anche coronato re d’Italia dai Milanesi (pag. 90), ed eletto imperatore da alcuni, poi da tutti alla morte di Lotario di Sassonia. Morendo lasciò un figliuolo, ma conoscendo non esser tempi da fanciulli, raccomandò un figlio di suo fratello, Federico di nome, di soprannome Barbarossa. Alla dieta di Francoforte, dai principi dell’Impero e da molti baroni di Lombardia, di Toscana e d’altri paesi italici eletto re (1152), coronato in Aquisgrana, mandò ad Eugenio III e all’Italia notificando la sua elezione, che fu generalmente aggradita, anche nella speranza ch’egli riconciliasse Guelfi e Ghibellini, giacchè, capo di questi pel padre, per madre era nipote di Guelfo di Baviera, capo degli altri.
Sul fiore dei trent’anni, già era famoso nelle battaglie, ne’ tornei, nelle crociate; saldo d’animo e di corpo, pronto d’ingegno, di memoria prodigiosa, dolce nel favellare, semplice nei costumi, paragone di castità, provvido ne’ consigli, valentissimo in opere di guerra, dai Tedeschi vien noverato fra i principi più insigni; certo fu de’ più robusti caratteri del medioevo; proteggeva i poeti e verseggiava egli stesso, sapeva di latino e di storia, e volle che dal cugino Ottone vescovo di Frisinga fossero scritte le sue geste[107]. Offuscava tante doti coll’ambizione e l’avarizia, o almeno così qualificarono gl’italiani il suo desiderio di ristabilire qui la regia prerogativa, e d’ottenerne i mezzi, cioè il denaro. Certamente a una profonda idea del dovere come egli lo intendeva, sagrificava interessi, sentimenti, pietà; e dovere supremo pareagli il rintegrare l’autorità imperiale, come tipi di questa togliendo Costantino e Giustiniano nell’aspetto ch’erano presentati dalla risorta giurisprudenza romana; e le idee sistematiche proseguiva coll’ostinatezza propria della sua nazione. Di qui le città, acquistato vigore, meno docili si manifestavano; di là la Chiesa aveva dimostrato la sua indipendenza, almeno in diritto; i baroni si tenevano in armi per assicurarsi la supremazia territoriale; e Federico si propose di frangere tutti questi ostacoli col riformare il sistema ecclesiastico e il feudale, e abolire i Comuni.
Coronato appena, ecco deputati del pontefice a pregarlo di soccorsi contro i Romani rivoltosi; ecco Roberto di Capua invocare d’essere rimesso nel principato, toltogli dal re di Sicilia; ecco cittadini di Como e di Lodi, che, trovandosi colà per traffici, senza missione delle proprie città se gli buttano ai piedi, cospersi di cenere e con croci alla mano, implorando riparazione, e vendetta delle loro patrie soccombute ai Milanesi.
Diedero pel talento a Federico queste occasioni di assumere aspetto di vindice dei deboli, cui potrebbe poi a sua volta regolare; mentre alleandosi coi forti, non avrebbe fatto che crescere a questi la baldanza. I Lodigiani stavano talmente allibiti, che invece di saper grado a quei loro concittadini, li caricarono d’ingiurie; a Sicherio, che il Barbarossa spediva con lettere di rimprovero ai Milanesi, non osarono fare accoglienze: di pessime poi n’ebbe costui allorchè le presentò ai Milanesi, che le calpestarono urlando; e fu gran che s’egli potè uscire dalle lor mani e camparsi in Germania. Dello smacco s’inviperì Federico; e i Lodigiani vollero mansuefarlo collo spedirgli una chiave d’oro, e raccomandarsegli caldamente; anche Cremona e Pavia gli inviarono grossi regali; Milano pure ravveduta il donò d’una coppa d’oro piena di denaro: omaggi di paura, e i re li credono d’amore.
Pubblicato l’eribanno, Federico coll’esercito feudale mosse verso l’Italia, perocchè la potenza e il primato di questi imperatori non valeano se non discendendo in persona. Per via raccoglievano dai feudatarj immediati il donativo, il foraggio e la tangente di milizie; mandavano ad esigere dalle città le dovute regalie; e poichè reprimevano coll’armi i contumaci, il loro viaggio era segnato da devastazioni. All’arrivo del re rimaneva sospesa la giurisdizione dei magistrati feudali, ed egli in persona rendeva giustizia, e ascoltava in appello chiunque si credesse gravato dal proprio signore o inesaudito. Altrettanto avveniva nelle città; le quali pertanto consideravano come di gran conto il privilegio che non entrassero nelle loro mura i re, i quali, quanto vi stavano, erano despoti; iti che se ne fossero, tornava ognuno a fare il proprio talento[108].
A questa forma calossi il Barbarossa, e truppe non minori delle sue gli menava Enrico il Leone, de’ Guelfi d’Este. A questa famiglia l’imperatore avea dato l’investitura della marca di Toscana, del ducato di Spoleto, del principato di Sardegna, e dei beni allodiali della contessa Matilde; ed Enrico, gran prode, possedendo i ducati di Sassonia e Baviera, acquistata Lubecca, avuto il diritto di erigere vescovadi di là dall’Elba, e adopratosi a sottoporre gli Slavi, era riuscito de’ più potenti di Germania, nè inferiore al Barbarossa se non perchè gli mancava la corona.