Convocati i baroni nel solito piano di Roncaglia (1154), minacciando spossessare del feudo chi non intervenisse, Federico vi ricevette pure i consoli delle varie città che gli giurarono fede. Ottone vescovo, suo storiografo, tuttochè nemico, ammirava i popoli d’Italia, i quali nulla ritenevano della barbarica rozzezza longobarda, ma nei costumi e nel linguaggio mostravano la pulitezza e leggiadria degli antichi Romani. Gelosi di loro libertà (prosegue egli), non soffrono il governo di un solo, ma eleggono dei consoli fra i tre ordini de’ capitanei, valvassori e plebei, di modo che nessun ordine soperchii l’altro, e li mutano ogn’anno. Per popolare le città costringono i nobili e signorotti di ciascuna diocesi, comunque baroni immediati, a sottomettersi alle città, e starvi a dimora. Nella milizia poi e ne’ pubblici impieghi ammettono persino i meccanici e i braccianti; per le quali arti esse città superano in ricchezza e potenza tutte quelle d’oltr’Alpi. Da ciò derivano la superbia, il poco rispetto ai re, il vederli malvolentieri in Italia, e non obbedirli se non costretti dalla forza[109].
Federico incominciò ad unir le sue truppe con quelle del cugino Guglielmo marchese di Monferrato, uno dei pochi che conservava la feudale potenza, malgrado le città[110]; e gli diè mano ad assalire e disfare i liberi Comuni di Asti e Chieri.
I Milanesi, avuto sentore dei mali uffizj fatti dai Pavesi, gli avevano assaltati senza pietà: e l’imperatore, ben vedendo che, se avesse parteggiato coi Milanesi, questi monterebbero in tal forza da più non obbedirlo[111], si chiarì pei Pavesi, nella loro città prese il diadema regio, mandò guastare il territorio de’ Milanesi, e quanti ne colse attaccò alle code de’ cavalli; soddisfece all’ira dei Pavesi col mettere a sterminio Tortona dopo robusta resistenza; bruciò Rosate, Galliate, Trecate, Momo, colle fiere esecuzioni sperando incutere spavento e distorre dal resistergli. A tacere la crudeltà, fu improvvido questo baloccarsi in fazioni parziali, invece di difilare sopra Milano. Nè per allora fece altro che sgomentare; poi mosse su Roma[112].
Ivi durava la repubblica proclamata da Arnaldo da Brescia; e i novatori, ridotto il papa alla Città Leonina, gl’intimarono rinunziasse ad ogni podestà temporale, accontentandosi del regno che non è di questo mondo: ma Adriano IV repulsava quelle domande. Al venir dunque dell’imperatore, tutti gli animi stavano sospesi. Ajuterebbe egli i repubblicani per umiliare il papa, antico avversario dell’impero? o vorrebbe reprimere questo slancio della gran città verso la forma sempre prediletta in Italia, e che annichilava la prerogativa imperiale? Federico non tardò a chiarirsi: dal conte di Campania, a cui erasi rifuggito, richiese Arnaldo, e lo consegnò (1155) al prefetto imperiale della città; e Roma, dalle tre lunghe vie che sboccano in piazza Popolo, potè vedere il rogo su cui l’eretico e ribelle era bruciato[113].
Non atterriti dal supplizio di Arnaldo (1155), i cittadini vollero patteggiare con Federico prima di riceverlo in città; ed i senatori, scesi dal Campidoglio a prestargli il giuramento, sciorinarongli una diceria sulle antiche glorie romane, e sull’onore che gli facevano accettando cittadino lui straniero e cercandolo oltr’Alpi per farlo imperatore; giurasse osservar le leggi, e mantener la costituzione della città e difenderla contro i Barbari; per le spese pagherebbe cinquemila libbre.
Di frasi retoriche i nostri furono sempre vaghi; ma il Tedesco positivo ai vanti postumi oppose la presente umiliazione; lui esser loro re, perchè Carlo e Ottone Magni gli avevano colle armi soggiogati, nè dovere i sudditi imporre legge al sovrano, bensì questo a quelli[114]: e mandò dietro loro un migliajo di cavalieri, che occuparono Castel Sant’Angelo e la Città Leonina. Colà fu coronato dal papa (18 giug), e si piegò alla rituale consuetudine di tenergli la staffa. I Romani, ch’erano stati esclusi da quella cerimonia e costretti a rimanere sull’altra riva del Tevere, levano rumore, e dalle grida passando ai fatti cominciano un’abbaruffata, ove molti cittadini rimangono uccisi, ma anche non pochi Tedeschi: gli altri al domani, per manco di viveri, dovettero abbandonare la città.
Tale era omai il solito accompagnamento della tedesca coronazione. Poi le febbri romane, come spesso, fecero giustizia contro la pioggia di ferro che la Germania versava sull’Italia[115]; e spirando il termine prefisso ai vassalli per militare, il Barbarossa dovette risolversi al ritorno. Non avea dunque abolito la repubblica romana, non francheggiato le pretensioni sue sovra la Puglia. Il re di Sicilia, avuto nelle mani Roberto di Capua, lo fe accecare, poi sepellire in carcere; e prese o battè gli altri baroni che avevano levato il capo fidando in Federico, il quale si volse indietro, ancora squarciando città. I Lombardi, rincoraggiati al vederlo in ritirata, lo bersagliarono con insistenza, e massime i Veronesi con tronchi abbandonati alla corrente arietarono il ponte di barche, per cui l’esercito tragittava l’Adige: poi nell’angusta valle di questo fiume il cavaliere Alberico di Verona lo molestò con pietre, e pretendeva da esso re ottocento libbre d’argento, e una corazza e un cavallo per ogni cavaliere tedesco, se volesse liberamente passare; ma il palatino Ottone di Wittelsbach lo snidò dalle alture. Federico, tornato in Germania, della sua spedizione diede ragguaglio allo storico con una lettera che si conserva, dove alla sconfitta trova le solite scuse, quand’anche non la maschera sotto una sicurezza minacciosa.
Come una molla al cessare della compressione, i Milanesi rialzano la testa; raddoppiano lamenti i tanti cui egli avea tolto la patria; per dispetto si vuol disfare ogni fatto di lui. Dugento cavalieri e dugento fanti di due quartieri di Milano vanno a riporre Tortona, che per loro amore si era sagrificata, e le consegnano la tromba da convocare il popolo, la bandiera, e un sigillo collo stemma delle due città, in segno d’unione. Lanciansi poi contro chi stava al segno dell’imperatore: ma i Pavesi li sbaragliano, assalgono la città, e v’entrano anche con due bandiere; alfine son ridotti a umilianti condizioni, battuta Novara, spianato Vigevano, presi venti castelli del Luganese e i fortissimi di Chiasso e Stabbio, sfasciata di nuovo Como, punita Cremona e i marchesi di Monferrato. Anche i Bresciani ruppero guerra ai Bergamaschi, e nell’infausta giornata di Palusco tolsero loro, con molti prigionieri, il gonfalone, che poi spiegavano ogni anno nella chiesa de’ Santi Faustino e Giovita. Devastazioni fraterne punivano le devastazioni straniere.
Il lamento de’ soccombenti arrivò di là dall’Alpi, e Federico struggevasi di riparare la vergogna e il danno. Anco assai gli coceva che il papa, senza sua partecipazione, avesse conferito il titolo di re della Puglia a Guglielmo figlio di Ruggero: onde moltiplicò querele, e proibì agli ecclesiastici de’ suoi Stati di volgersi a Roma per collazione di benefizj nè per qual si fosse motivo.
Federico non fondavasi più soltanto sul brutale diritto delle spade, ma era circondato di leggisti, i quali, gonfi d’una scienza nuova, proponevansi d’imitare gli antichi giureconsulti non solo collo zelare le prerogative imperiali, ma col cavillar le parole e sottigliare sulle interpretazioni. Avendo i Tedeschi arrestato un vescovo, il papa diresse all’imperatore un richiamo, ove diceva tra le altre cose: — Noi ti abbiamo concesso la corona imperiale, nè avremmo esitato ad accordarti benefizj maggiori, se di maggiori ne poteano essere». Colla sofisteria di chi vuole azzeccar litigi, i legulej di Federico pretesero il papa con ciò indicasse che l’Impero fosse benefizio, vale dire feudo e dipendenza della Chiesa. Se ne levò dunque un rumor grande, e trattandosene nella dieta di Besanzone, invelenì la contesa il cardinale legato Rolando Bandinelli esclamando: — Ma se l’imperatore non tiene l’Impero dal papa, e da chi dunque?»