Pretensione siffatta era tutt’altro che nuova nel diritto pubblico d’allora; ma Ottone di Wittelsbach, che portava la spada dell’Impero, lanciolla per trapassare il legato, che a fatica si salvò, e che ebbe ordine di andarsene senza vedere convento o vescovo per via. L’imperatore diede straordinaria pubblicità all’incidente per eccitare l’indignazione tedesca contro le tracotanze papali: se non che Adriano dichiarò aver usata la parola benefizio non per feudo, ma nel senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior d’intelletto[116].
Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria, Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto sul territorio milanese (1158), proclama la pace del principe. Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le private battaglie, delle quali durava sempre il diritto. A tal uopo si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella; per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro, ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace, sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto assicurava le persone.
Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia (1158), e quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118]. Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120]. Isolati così i Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana, sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e con questi piomba sopra Milano.
Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino, e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]: valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate, come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei: e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di Milano[123].
Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?) non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare coi testi le sue spade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora, insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche, perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre. Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati, marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge, attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai non era sussistito, e sopra diritti sostenuti da un forte esercito? onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in assoluto padrone d’Italia.
I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni, struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e (fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra; e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.
Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese; poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco col tu solenne, ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’ palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni di Federico, sicchè il papa scontento intendevasi colle città lombarde, e preparava forse la scomunica contro il prepotente.
Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono detti podestà perchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni fatte coi sudditi, e fremendo insorgono (1159); accolgono a sassate i messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridando Fora fora, Mora mora; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa. Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la mura, risposero coll’avventarsi alle armi.
Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della Germania. E cominciano guerra da Barbari (1162), sperperano il paese, uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi paterni, onde proteggere le macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.
Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la assalì (1162) scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno, côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti, dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani, fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione. Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe; e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico; otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto Italiani e il conte di Biandrate, ma fin i baroni tedeschi e la corte supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.