Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli di sempre augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria. E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla distruzione di Milano[127].

Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la città che unica potea reggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara, Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano, mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere Italiani[128].

All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo, celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto papa col nome di Alessandro III (1159); ma il cardinale Ottaviano romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi (Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi, Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’ soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi, marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e svallato con un nuovo esercito (1164), andava rimettendo al freno le città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che l’accompagnavano, onde voltò come in fuga (1166), mentre essi munivano le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.

Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria tapinavano di città in città, invocando soccorso e vendetta. Perchè lo straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida (1167 aprile), terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse, combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico III[130]. Oltre le città che firmarono, fu lasciato (come oggi si dice) protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.

Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata; poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare nella Lega Lombarda.

Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe. Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’ combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].

Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che Federico si trovasse impelagato in Lombardia così, da non poter minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli, tantochè restarono disconchiusi.

A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi, promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città. La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare. Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modo finendo lo scisma: e i Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro, nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani, ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito, ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri, oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà; infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja, lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti d’oro[132] e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare per le sue terre (1168) travestito in Germania.

Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme voluttuoso sì, che traeva dietro donne e muli tanti, da costare più che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco, pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona d’un grossissimo naviglio veneto detto Tutt’il mondo, per quanto lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di Bertinoro.

Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e quando gl’imperiali rizzarono le creste, distrussero il castello di Gravedona, e la memorabile isola Comacina (1169), la quale più non risorse.