In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità, sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.
Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire Tortona, una nuova città piantarono (1168) ove la Bòrmida confluisce col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici la soprannomarono della paglia, perchè di paglia si coprirono le case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato, un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini, privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].
Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco soffertovi; coll’assedio costrinse Asti a rinunziare alla Lega; e rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo, che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella pianura di Legnano (1176 — 29 mag.) ecco gli si attraversa l’esercito de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’ nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica, e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire umiliato e fremente.
Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno de’ giudici o re di Sardegna (1163), agognando tutta l’isola, ne aveva impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento: ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: ma Barisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico, promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto, appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori, conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo provvedevano per le sue imprese.
Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con proposizioni di pace.
E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e sette eserciti[135] contro il clima e le libertà d’Italia. Pertanto s’industriò di staccare dalla Lega Alessandro, e gli inviò deputati ad Anagni, i quali gli dissero: — È indubitato che, dai primordj della Chiesa, Dio volle vi fossero due capi, dai quali venisse governato questo mondo: la dignità sacerdotale, e la podestà regia. Se queste non si appoggino in vicendevole concordia, non potrà mantenersi la pace, e il mondo andrà in subugli e guerre. Cessi dunque la nimistà fra voi due, capi del mondo; e vostra mercè sia resa la pace alla Chiesa e al popolo cristiano»[136]. Alessandro rispose, ben egli volerla, ma questa dover essere comune anche a’ suoi alleati e difensori. Il pontefice trattava di ciò pubblicamente; gli ambasciadori imperiali avrebbero voluto stipulare in privato, col pretesto che alcuni avversavano la loro concordia: ma sebbene per quindici giorni si disputasse, nulla fu tratto a riva. Federico dunque chiese un abboccamento con Alessandro, e questi (tanto si fidava) volle da lui, da suo figlio e dagli altri grandi il giuramento di non nuocere alla sua persona, e andò a Venezia coi deputati delle città lombarde[137].
Federico proponeva o si stesse al dettato della dieta di Roncaglia, oppure a quanto osservavasi al tempo di Enrico IV: i Lombardi rifiutavano la prima, non convenzione, ma ordinanza di Roncaglia; quanto all’altra, dicevano mal ricordarsi di quegli usi; sapere che da un pezzo godeano le regalie e il diritto di eleggere i magistrati, e voler conservarlo; sicchè non potè venirsi a conchiusione. Bastò dunque appuntare un accordo (1177), ove Federico riconosceva il pontefice escludendo gli antipapi, e prometteva tregua per quindici anni col re di Sicilia, per sei colle città lombarde, duranti i quali egli non n’esigerebbe il giuramento di fedeltà, e si stabilirebbero de’ treguarj che terminassero le contese eventuali, impedendo di farsi ragione colle armi. Esso imperatore in compenso godrebbe per quindici anni i beni allodiali della contessa Matilde, che poi cederebbe alla Chiesa romana; e a tali condizioni verrebbe ricomunicato.
Fu Alessandro III uno sleale, che abbandonò gli alleati suoi per patteggiare in disparte? o fu un inetto che non seppe cogliere il destro di distruggere la potestà imperiale e l’ingerenza tedesca, e assicurare per sempre l’indipendenza d’Italia?
Nè l’un nè l’altro può crederlo chi non confonda le idee e le aspirazioni dei tempi nostri con quelli d’allora. I Lombardi non aveano mai inteso d’annichilar l’imperatore, e fino ne’ momenti più prosperi chiesero soltanto di vedere assicurati i proprj privilegi, sotto la primazia di quello: come gli arimanni si consideravano liberi perchè dipendenti dal solo re, così libere chiamavansi le città che non avessero altra superiorità che l’imperatore. Anzi i capi della Lega dinanzi al papa nella chiesa di Ferrara il 1177 dichiaravano: — Sia noto alla santità vostra e alla potestà imperiale, che con riconoscenza riceveremo la pace dall’imperatore, salvo l’onore dell’Italia, e che desideriamo essere rimessi nella grazia di lui, secondo le vecchie consuetudini, nè ricusiamo le antiche giustizie: ma non consentiremo mai a spogliarci della nostra libertà, che abbiamo ereditata dai padri e dagli avi, e non la perderemo che colla vita, essendoci più caro il morir liberi che il vivere in servitù»[138].
A tale intento avviava appunto la tregua, durante la quale fu stipulata una soda pace. Quanto al pontefice, abbattendo l’imperatore avrebbe disfatto l’opera de’ predecessori suoi, i quali avevano ridesto il nome d’imperator romano, e affidato a quello la primazia temporale della cristianità; e quand’anco gli ebbero contumaci e ribelli, mai non pensarono distruggerli, ma al più surrogarne uno, meglio docile e religioso.