I Veneziani che aveano giurato ad Alessandro, finch’egli vi stesse, non ricevere nella loro città Federico, dispensati dalla promessa, andarono a prenderlo da Chioggia colla splendidezza che la sposa dell’Adriatico pose sempre nelle sue feste. Federico, approdato alla piazzetta, baciò il piede del papa, al quale poi servì da mazziere, allontanando colla verga la folla; della predica che Alessandro recitò in latino, il patriarca d’Aquileja fece la spiegazione in tedesco, onde contentare la devozione dell’imperatore; il quale assolto, dopo il credo baciò ancora il calcagno del pontefice e fe l’oblazione; poi ne ricevette la comunione; e finita la messa, lo accompagnò per mano sino alla porta della basilica, gli tenne la staffa, e lo menò per la briglia fino al palazzo[139]. Che il papa mettesse il piede sovra il collo dell’umiliato imperatore, proferendo il versetto del salmo Sovra l’aspide e il basilisco passeggerai, calcherai il leone e il drago, e che Federico rispondesse di rendere quell’omaggio non a lui ma a san Pietro, è un fatto controverso, ma che nulla ripugna coi tempi; che se gli spiriti forti del secolo passato, striscianti appiè dei troni, lo negarono con orrore, la libera Venezia non esitò a farlo dipingere tra i fasti nazionali.
In nome del Barbarossa, Enrico di Diesse giurò sui vangeli, sulle reliquie, e sopra l’anima dell’imperatore, che questo manterrebbe la pace: altrettanto fecero dodici principi dell’Impero, gli ambasciadori di Sicilia, e i consoli di Milano, Piacenza, Brescia, Bergamo, Verona, Parma, Reggio, Bologna, Novara, Alessandria, Padova, Venezia. I vescovi di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova, Fano, che in opposizione alle loro plebi aveano favorito all’imperatore e all’antipapa, furono ribenedetti.
Alessandro III fu ricevuto festivamente anche dai Romani, avendo conceduto che il senato durasse, ma con giuramento di fedeltà al papa, al quale si restituissero la basilica di San Pietro e le regalie. L’antipapa venne all’obbedienza dacchè si trovò abbandonato dall’imperatore: ma un avanzo di coloro che credono fermezza l’ostinazione, nominò un altro che presto fu imprigionato. Un concilio ecumenico in Laterano di trecentodue vescovi procurò rimarginar le piaghe della Chiesa.
Federico, ch’era tornato in Germania per racconciarne il freno, mandò deputati, i quali in Piacenza stesero i preliminari d’un accordo. A Costanza, memorabile città lietamente posta colà dove il Reno sfugge dal lago, e al verdeggiante declivio fan contrasto le ghiacciaje del Sangallo e d’Appenzell, fu poi conchiusa tra le città lombarde e l’Impero la pace (1183 — giugno) che coronava i magnanimi sforzi, e consolidava le repubbliche nostre, non più come un fatto ma come un diritto. L’imperatore dichiarava avrebbe potuto castigare i colpevoli, ma per clemenza e dolcezza preferiva perdonare, e far loro del bene. Comprese nel trattato furono Milano, Vercelli, Novara, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza: come alleate dell’imperatore figurarono Pavia, Cremona, Como, Genova, Alba, Tortona, Asti, Alessandria che, anticipando la pace, n’aveva conchiusa una particolare, e mutato il nome in Cesarea. De’ signori feudatarj non appajono che Obizo Malaspina di Lunigiana colla parte imperiale; colla nostra i conti di Biandrate e di Monferrato. A Ferrara si lasciò arbitrio di accedere fra due mesi. Restarono escluse nominatamente Imola, Castro, San Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno, Céneda. Venezia non v’è tampoco nominata, giacchè, essendo indipendente affatto dall’Impero, non voleva pregiudicarsi con questo trattato.
A tenore del quale, le città della Lombardia, della Marca e della Romagna, entro il loro recinto godrebbero le regalie che da immemorabile possedevano, e fuori di esso, solo in quanto n’avessero concessione dall’imperatore; il vescovo con deputati imperiali esaminerebbe quali infatti fossero tali diritti, se pure le città non volessero declinare quest’indagine col pagare ciascuna annui duemila marchi d’argento, o meno, a volontà dell’imperatore. Questi, salva la sua supremazia, conferma le immunità e i diritti concessi avanti la guerra da lui o da’ predecessori, purchè non cadano a pregiudizio d’un terzo. I vescovi che per lo innanzi solessero per imperiale concessione confermare i consoli, continuassero; nelle altre città si facessero tra cinque anni confermare dai commissarj imperiali, e in appresso ricevessero l’investitura dall’imperatore. Il quale ponesse in ogni città un giudice, cui appellarsi nelle cause civili eccedenti il valore di venticinque lire imperiali (lire 1575), e che giudicassero fra due mesi, ma secondo le leggi della città. Tutti i cittadini dai sedici ai sessant’anni giureranno fedeltà all’imperatore ogni dieci anni; a questo, ogniqualvolta venisse in Italia, daranno il fodro e gli alloggi, ripareranno le strade, apriranno mercato pel suo approvvigionamento: egli però non si baderà a lungo in nessuna città o diocesi, per non esserle di soverchio aggravio. Del resto sia in arbitrio delle città il fortificarsi e confederarsi, e rimangano cessate le infeudazioni che si fossero concedute dopo la guerra a pregiudizio di esse[140].
L’imperatore tornò poi la sesta volta in Italia, ma in aspetto amico; sicchè le città nostre gareggiarono in mostrare che, come gli aveano resistito in campo, sapeano accoglierlo ed onorarlo pacificato. A Verona durò tre mesi molto alle strette col pontefice Lucio III intorno ai beni della contessa Matilde, senza riuscire ancora ad una definizione. I Romani, tornati ben tosto sugli umori vecchi e sulle idee di Arnaldo, ostinavansi non tanto ad aver repubblica quanto a disobbedire al papa, che tennero sempre fuori di Roma; e marciati contro Tusculo, dove s’erano fortificati gli avversarj, presi molti cherici, gli accecarono, conservando gli occhi a un solo che li riconducesse in città sovra giumenti e con mitere in capo. Così i nostri emulavano la brutalità tedesca: e qual bene promettersi da una repubblica mancante di quel che n’è primo fondamento la morale? Il papa li scomunicò (1188); ma solo a Clemente III venne fatto di sopire la rivolta di quarantacinque anni, col solito scapito della libertà; poichè egli ridusse sotto la propria autorità il senato, il Comune, la basilica di San Pietro, e le altre chiese e i diritti regali, pochi lasciandone alla città.
Federico, malgrado la pace, ad or ad ora abbandonavasi allo sdegno; indispettito coi Cremonesi che, da fedelissimi, gli erano poi mancati, non solo edificò Crema a loro dispetto[141], ma li guerreggiò; col papa Urbano III ebbe nuovi diverbj per l’eredità della contessa Matilde; de’ vescovi che morissero occupava i beni; col pretesto di punire badesse scandalose, invadeva possessi de’ monasteri; impediva il passo dell’Alpi a quei che andassero a Roma. Fe’ cingere la corona di ferro a suo figlio Enrico; e perchè quello di re d’Italia non fosse un titolo senza soggetto, procurò congiungere alla primazia sui Lombardi il dominio del reame meridionale: ma donde sperava il consolidamento della grandezza di sua casa, ne venne la ruina.
Commessi gli affari d’Italia ad Enrico, il Barbarossa tornò in Germania a domare i baroni che gli aveano recato molestia durante la guerra d’Italia, ed esercitò l’autorità imperiale con rigore qual altri non aveva usato da Carlo Magno in poi, fisso soprattutto nel pensiero di renderla ereditaria nella sua famiglia. Singolarmente gli diede a fare Enrico il Leone. Avendo esso imperatore saputo indurre il vecchio Guelfo a rinunziargli i beni di sua casa in Italia e in Germania, fra cui l’eredità della contessa Matilde, Enrico da quel giorno negò soccorrerlo nelle guerre d’Italia, benchè supplicato a ginocchi; messo al bando dell’Impero, fu vinto, e a stento ottenne di conservare il Brunswick e il Luneburg: ma l’abbassamento di quella casa lasciò rialzarsi i baroni secolari ed ecclesiastici, che si assicurarono il pieno dominio del proprio territorio.
Repente un gemito universale annunziò che Gerusalemme, la santa città, liberata col sangue di tutta Europa, era stata ripresa dai Musulmani, e il colle di Sion e la valle del Cedron echeggiavano ancora alle invocazioni di Allah. Il gran Saladino, profittando della rivalità dei principi latini, gli assalì (1187) e sconfisse, occupò Acri, Cesarea, Nazaret, Betlem, e alfine Gerusalemme stessa: ed ebbe prigioniero il re Guido di Lusignano. Menò egli strage particolarmente de’ cavalieri del Tempio e dell’Ospedale, moltissimi fece prigioni, fra cui Guglielmo di Monferrato, cugino del Barbarossa, il cui figlio avea sposato Sibilla sorella di Baldovino re di Gerusalemme, che gli portò in dote la contea di Joppe. Un altro suo figlio Corrado, trovandosi allora pellegrino in Terrasanta, tolse a difendere Tiro, durando intrepido, benchè Saladino minacciasse uccidergli il vecchio padre se non rendesse questa città.
La nuova di tali disastri fu portata in Italia da messi vestiti a bruno, che andavano tratteggiando gli esecrandi oltraggi usati alla religione, la santa croce trascinata per le vie, il sepolcro insozzato, i fanciulli educati al Corano, le donne tratte negli harem, e mostravano una immagine dove Cristo era battuto e calpesto da un Arabo, nel quale doveva riconoscersi Maometto. Quest’annunzio accelerò la morte ad Urbano III, che prima aveva scritto a tutti i potentati cristiani eccitandoli a soccorrere Terrasanta. Come avviene nei gravi disastri, una riforma generale parve diffondersi; tregua si convenne fra tutti i combattenti; i cardinali raccolti a Ferrara per eleggere il nuovo pontefice, non solo incitarono i re alla crociata, ma proposero voler guidarla essi stessi; bandirono la tregua di Dio per sette anni, e scomunicato chi la violasse; e cominciando l’ammenda da sè, promisero vivere poveramente, e non ricever doni da sollecitatori, non montare a cavallo (1187), finchè la terra santificata dalla presenza di Cristo non fosse ricuperata. Gregorio VIII, vecchio di santa vita e macero da penitenze, nel brevissimo regno non fece che predicare la spedizione, e a tal uopo cercò rappattumare i discordi, e principalmente Genovesi e Pisani che si erano continuato feroce guerra. Clemente III succedutogli persistette nell’intento: fra gli altri, Guglielmo arcivescovo di Tiro, ministro di Baldovino IV e storico delle crociate, predicò a Milano, a Bologna, ove duemila cittadini presero la croce, e in altre città: si permise ai re di riscuotere una decima Saladina sopra tutte le rendite d’ecclesiastici e di secolari per le spese della guerra: si comandò il magro ogni mercoledì, digiuno ogni sabbato, non giurare, non giocare a dadi, non imbandire più di due piatti, non portare vesti scarlatte o vajo o zibellino, ed altre manifestazioni che durano quanto l’entusiasmo.