Gl’Italiani, che, appunto in quest’occasione, Corrado abate uspergense chiama «bellicosi, discreti, sobrj, lontani dalla prodigalità, parchi nelle spese quando non sieno necessarie, e soli fra tutti i popoli che si reggano a leggi scritte», corsero primi all’impresa; e Toscani e Romagnuoli, sotto la guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna, approdarono a Tiro. Guglielmo il Buono ordinò un generale registro di tutti i feudatarj del regno di Sicilia e degli uomini che ciascun doveva[142], intimando stessero pronti a partire; ed essi s’obbligarono a contribuire il doppio d’uomini: e una flotta condotta dall’ammiraglio Margaritone di Brindisi valse non poco a sostener Tiro. Saladino, costretto a lasciare questa città, tentò sorprendere Tripoli; ma i nostri giunsero in tempo a salvare quegli ultimi resti del glorioso acquisto.
Federico Barbarossa, che giovane avea fatto l’impresa di Terrasanta, volle coronare la faticosa vita coll’assumere di nuovo la croce. Imbevuto del concetto della onnipotenza imperiale qual gli era stata definita a Roncaglia, mandò intimare a Saladino lasciasse la città santa a lui, signore universale perchè successore degli antichi cesari. Saladino vi oppose il diritto della conquista, e si preparò a sostenerlo. Il Barbarossa col proprio figlio e con sessantotto signori, trentamila cavalieri e ottantaduemila fanti passò dunque in Palestina e prosperò; ma traversando il fiume Salef restò annegato; e la crociata riuscì a fine disastroso.
Il Barbarossa, come gli eroi della tragedia antica, operava in forza del carattere, non della moralità; postosi un principio, voleva seguirlo. I Comaschi gli applausero come restauratore del diritto, punitor delle violenze; altrove fu esaltato come liberatore d’Italia, mirando solo agli interessi particolari e a quella indipendenza che spesso fu considerata come idea principale, mentre non è che secondaria. Tutti poi i nostri lo inneggiarono quando rinunziò alle idee germaniche, conservando sola la lealtà, con cui accettò il patto di Costanza. I Germani lo venerarono qual rappresentante della loro stirpe, e non lo credettero morto, ma che si fosse ridotto nel campo dorato sul Kiffhäuser, tenendo corte colla figlia e coi burgravi, sedendo a una tavola di marmo, attorno alla quale crebbe la sua barba rossa. E verrà giorno che uscirà ancora co’ suoi fedeli, e farà grande il popolo tedesco sopra tutti gli altri. In Italia altrimenti; e mentre a Carlo e Ottone, perchè favorevoli alla causa popolare, fu mantenuto il titolo di Grandi, Federico, non inferiore ad essi, vien tuttora ricordato con orrore dal popolo, cui si mostrò infesto[143].
CAPITOLO LXXXV. Ordinamento e governo delle Repubbliche.
Così scarsi tornano nella nostra storia i momenti, ai quali possa confortarsi la ragione ed esaltarsi il sentimento, che è ben dritto se gl’italiani si fermano con compiacenza sopra la Lega Lombarda.
Legame puramente esterno e di momentanea provvisione, essa non cambiava le condizioni de’ singoli Stati, ciascuno de’ quali come indipendente proseguiva nella fatica di ordinarsi. Abbastanza ripetemmo che la rivoluzione dei Comuni, tanto decisiva, non fu radicale, e lasciò sussistere molte parti del passato, che oggi sarebbero le prime a distruggersi. Oggi poi si vorrebbe innanzi tutto precisare i diritti dei cittadini, farli tutti eguali in faccia alla legge, concentrare i poteri maestatici in un magistrato supremo, abbastanza robusto nella sua azione; separare la podestà legislativa dall’esecutiva, e dare indipendenza e stabilità alla giudiziale, distribuita in una gerarchia di tribunali con precise attribuzioni; proclamare leggi fisse, ed evitare ogni tumultuosa applicazione di esse; discutere pubblicamente i conti, scompartire con equità l’imposta, ottenere l’esercizio rapido e uniforme dell’autorità, sottraendola all’arbitrio di un capo, alle gelosie dell’aristocrazia, alle tumultuose incostanze del vulgo; trovare il modo più conveniente a rendere rappresentato ogni bisogno, ogni forza, ogni capacità, ed anche la provincia per togliere la prevalenza oppressiva della capitale; chiarire e sodare le relazioni cogli Stati vicini, e i diritti e doveri reciproci; e principalmente assicurare l’indipendenza dello Stato per maniera che nessuno estranio s’intrometta dell’interno suo ordinamento.
Non a questo senso intendevasi allora la libertà, nè chiaro concetto si avea di ciò che or chiamiamo lo Stato; e dal tentonare d’inesperti sarebbe troppo l’attendersi quel senno e quella prudenza, che sì spesso fallisce a noi pure, a noi insegnati da lunghissima esperienza e da tanti errori. Ingegniamoci di orientarci per quanto è possibile fra tanta varietà di ordini, di statuti, di vicende.
Sottoposta che fu la campagna alla città, limite di ciascuna Repubblica rimase ordinariamente quello delle giurisdizioni vescovili; onde oggi ancora le diocesi, colla bizzarra loro conformazione, indicano il territorio di quelle. Da ciò, se non originata, mantenuta la prodigiosa differenza dei dialetti; da ciò la moltiplicità di edifizj civili e religiosi, nessuna volendo restare di sotto della vicina; da ciò le guerricciole; da ciò fatti meno penosi i frequenti esigli, poichè il fuoruscito a due passi trovava sicurezza, senza aver mutato nè favella nè clima.
La pace di Costanza ebbe sanzionata la rivoluzione, che da serve ridusse franche le città, ma non attribuiva loro l’indipendenza, bensì la libera podestà di governo, il diritto d’eleggere ciascuna i proprj magistrati, far leggi, munirsi, conchiudere pace e guerra, imporsi tributi e ripartirli, regolare la polizia rurale e l’industria, militare sotto la propria bandiera, non essere obbligati andar fuori del Comune per pagare tributo o rispondere a citazioni, esercitare liberamente la pesca e la caccia. Essa pace non conferiva però nuovi diritti, neppure uguagliava gli antichi; ciascuno rimaneva nella condizione ove l’avea trovato la guerra, con più o meno privilegi, secondo gli aveva compri, estorti, acquistati, ottenuti. Nè tampoco si distruggeva veruna delle antiche dipendenze; e nella città libera potevano ancora durare un conte feudale, un vescovo con diritti sovrani, qualche uomo indipendente dai comuni magistrati, e servi fuor della legge.
Di sopra poi di tutti stava un re o un imperatore, la cui supremazia in sostanza si riduceva a mettere il proprio nome sulle monete e agli istromenti, riscuotere annuo tributo, e la paratica al primo suo venire in Italia, determinata per ciascun Comune con particolari convenzioni. Nel 1185 Federico I «volendo viemeglio premiare quelli che più perseverano nella devozione alla sacra maestà dell’Impero, ed osservando il valore, la fede, la devozione de’ suoi diletti cittadini milanesi, il cui affetto, più degli altri ardente, li mostra di giorno in giorno meglio meritevoli de’ suoi favori»[144], cede loro tutte le regalie che esso teneva nell’arcivescovado di Milano in terra e in mare, determinando il tributo in lire trecento, oltre la paratica. Quest’ultima dagli abitanti di Treviglio fu fissata in sei marchi d’argento. Il Comune di Brescia ricompravasi nel 1192 da tutte le regalie per due marchi l’anno, e gliene faceva carta Enrico VI.