Qui avete sott’occhio una vera carta di Comune; e quantunque v’appajano come concessioni quelle che oggi si hanno per generale giustizia, pure alleggeriva la soggezione immediata ai marchesi e conti; la mediata moderava nell’esigenza delle tasse e ne’ giudizj; dava a Lucca un’esistenza comunale in faccia ad altri Stati, sicchè l’università e i singoli cittadini fossero rispettati come tali.

Benchè, col cessare della guerra delle Investiture, rivalesse l’autorità dei marchesi, questa non tolse al Comune di Lucca di operare indipendente: dal 1088 al 1144, ebbe guerra coi Pisani; distrusse i castelli Castagnoli, Vaccole, Vecchiano, Ripafratta, appartenenti a Cattanei o conti rurali; da Uguccione e Veltro, visconti di Corvara nella Versilia, comprò questo tenimento e il castello di Vorno che spianò; e chiamò a giudizio arbitrale i vescovi di Luni e i marchesi di Malaspina[38]. Non sapremmo dunque definire a che si riducesse la supremazia dei marchesi di Toscana, che pur sussistette fino a che il marchese Guelfo della casa di Matilde, principe di Sardegna, e duca di Spoleto, nel 1160 al popolo lucchese cedette ogni diritto, azione, giurisdizione, che gli competessero sia a titolo del marchesato, sia per l’eredità della contessa; solo per novant’anni riservandosi il censo di mille soldi, sebbene non siano pur la metà di quel ch’egli potrebbe ritrarne[39]. Così que’ cittadini furono riscattati da ogni servitù particolare, e l’assicurata libertà garantirono col giurar fedeltà e sommessione all’imperatore.

Benchè Lucca sia così ricca di documenti, il Tommasi, nel Sommario della storia di essa, dice non potersi «fissar con sicurezza quando v’incominciasse la repubblica, gli storici lucchesi segnando un’epoca chi più chi meno remota;..... se narrano i primi scrittori fatti bastantemente provati donde traspirano manifesti segni di libertà e d’indipendenza, producono i secondi tali carte contemporanee da smentire appieno gl’indicati segni, perocchè mostrano esse più presto soggezione gravissima, che la ben menoma franchigia». Quest’incertezza è di gran lunga maggiore per gli altri Comuni, e deriva dal fatto dei mal determinati poteri, tanto dominante nel medioevo, che non deve presumere d’intendere la storia civile chi non l’abbia sempre sott’occhio.

Ampio privilegio fu concesso il 1129 da re Ruggero, e confermato il 1164 da re Guglielmo alla città di Messina, in benemerenza de’ sussidj prestati a snidare i Normanni. Portava che i Messinesi, tranne i casi di Stato, non potessero convenirsi in civile o in criminale se non da giudici eletti da loro, neppur nelle cause col fisco; il re non operasse dispotico, ma si attenesse alle leggi, e se contrario a queste dava alcun decreto, fosse irrito e nullo; non nominasse uffiziali pubblici che messinesi e benevisi; e fosse reputato cittadino coronato di Messina. I deputati di questa tenessero il primo luogo nelle assemblee convocate dal re; solo colà si coniasse la moneta del regno; nel tribunale suo fosse un consolato per deliberare in affari marittimi, composto di Messinesi, nominati dai padroni delle navi e dai negozianti. I Messinesi andassero esenti da dogana per tutto il regno; potessero senza compenso tagliar nelle foreste regie quanto occorresse a fabbricare e risarcir le navi: nessuno d’essi fosse forzato al servizio militare; la galera di Messina inalberasse lo stendardo reale; nelle assemblee dal re convocate per gl’interessi di quella città non si deliberasse che in presenza dello stratego, dei giudici e d’altri uffiziali della città; gli ebrei vi godessero diritti e immunità pari ai cristiani. Tale carta, confermata poi ed accresciuta, rendeva il comune di Messina quasi sovrano[40].

Al popolo di Ferrara Enrico III nel 1055 concedeva che i cortensi fossero assolti dal dare la terza pel placito; i villani nelle lor terre abitanti non andassero al placito pubblico, ma per loro rispondessero i padroni; le navi e i cavalli loro non fossero obbligati a servizio se non quando esso imperatore venisse in Italia; non pagassero il ripatico se non a Pavia; e così vien fissato quanto retribuire pei pesci, pel sale a Cremona, a Venezia, a Ravenna; tutt’altrove si era immuni d’ogni esazione. Due volte l’anno tengano il placito generale per tre giorni, in ciascun de’ quali diano tre porci, cento pani, una libbra di pepe, una di cinnamomo, tre sestieri di miele, e in tutto una vezza di vino; al quarto giorno diano a colui che tenne il placito, un majale e cinquanta pani[41].

Anteriori diritti possedevano le comunità del lago di Como, giacchè Ottone il Grande nel 962, ad istanza dell’imperatrice Adelaide, confermava agli abitanti dell’Isola Comacina e di Menaggio i privilegi che avevano ottenuti dagli antecessori suoi, assolvendoli da molti pesi e dal venire al placito, se non tre volte l’anno in Milano[42]. Verso il 1090 troviamo i Comaschi alle prese coi popoli della riva dell’Adda, quando il beato Alberto, fondatore del famoso convento di Pontida, s’interpose di pace: i Comaschi lacerarono il suo lodo; mal per loro, giacchè nel combattimento ebbero la peggio.

Fin dal 990 il popolo di Cremona sosteneva briga con Olderico, suo vescovo insieme e conte, e cacciatolo, abbattè la città antica, e una maggiore ne fabbricò contro l’onore imperiale[43]. Il 1114 Enrico V confermava i privilegi de’ Cremonesi, cioè i beni ch’essi in loro lingua chiamano proprietà comunali[44], e di fabbricare fuor di città il palazzo imperiale, il che equivaleva a promessa di non entrarvi coll’esercito.

Del Comune di Brescia trovansi vestigia al 1000: nel 1020 già sono citate le concioni pubbliche che si tenevano in San Pietro de Dom, e il banditore comunale, a nome di esso Comune, investiva gli uomini degli Orzi del castello, delle fosse e degli spaldi di Orzi: essi a vicenda promettendo difendere quella rôcca contro chi fosse ardito a disputarne il possesso al Comune di Brescia, presterebbero ogni quindici anni il giuramento, pagherebbero alla madonna d’agosto cinque soldi milanesi. Del 1029 si conosce uno statuto che concerne anche i feudi. Nel 1037, per togliere le contese tra il vescovo e il Comune, più di cencinquanta uomini liberi di Brescia si radunano, e Odorico vescovo promette non eriger fortilizj sul colle Cidneo, e cedere al popolo alcuni boschi di Castenedolo e di Montedegno, pena duemila libbre d’oro se fallisca al promesso.

I Bresciani nel 1102 avevano promulgato una legge contro gli usuraj: e due anni appresso Ardizzo Aimone, console di colà, girava per le città lombarde onde indurle a federarsi in difesa comune, convenendo nel monastero di Palazzuolo[45].

Dicemmo come a Mantova fosse costituito il Comune degli arimanni. Ai 27 giugno 1090 la contessa Matilde gittava un bando qualmente i fedeli suoi Mantovani cittadini ricorsero alla clemenza di essa, bramando esser rilevati dall’oppressione d’alcuni loro concittadini e domandando fosser loro restituiti gli arimanni, e le cose tutte comuni, tolte ad essa città dai predecessori della contessa. Al che annuendo, abolisce e sterpa tutte le esazioni ed angarie non legali, imponendo che nè essa nè gli eredi suoi od altra persona grande o piccola di sua podestà possa molestare i cittadini di Mantova per le persone loro, i servi, le ancelle, i liberi dimoranti in quella terra, e l’arimannia e le cose comuni ad essa città spettanti sulle rive del Mincio, o le cose mobili e immobili. Nessuno alloggi in qualsiasi casa della città, o in quella d’un gentiluomo (militis) nel sobborgo, o nella canova di chicchessia, contra lor voglia. Restituisce loro i beni occupati, in modo che pascolino, seghino, caccino a voglia; possano sicuramente andare e venire per acqua e per terra senza pagar pedaggio, ed avere quella buona e giusta consuetudine che ottiene ogni miglior città di Lombardia[46]. Nel 1133 Lotario II confermava al popolo di Mantova i privilegi conceduti già dall’imperatore Enrico II, compresa l’arimannia e le cose comuni di essa città, su ambe le rive del Mincio e del Tàrtaro; abbiano facoltà di trasferire il palazzo imperiale dal borgo San Giovanni al monastero di San Rufino di là dal Mincio; restino liberi dall’albergaria, e possano andare e venire a tutti i mercati dell’Impero, senza molestia nè esazione di teloneo. Concede inoltre l’isola dov’era stato il castello di Ripalta, sicchè altro fabbricarne non potesse egli nè i successori suoi[47].