[337]. Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capo Qui percuoti. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo; ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì, e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono avverati. Jordani, Chron., cap. 220 e 222.

[338]. Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo, debba schiacciarsi il guscio (Ovidio, Fasti). Sant’Agostino (Expositio epistolæ ad Galatas, c. IV) dice: Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et annos et tempora observent. Così il mangiar ceci alla Commemorazione dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual tempo si astenevano dalle nozze (Fasti, V); l’augurare al Capodanno; il dir Dio t’ajuti quand’uno starnuta (Plinio, lib. II. c. 2. § 11); l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribus videmus affigi? Apulejo, Metam., lib. III). Nei Cesti di Giulio Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà il modo di disfarsi dei nemici: — Preparate dei pani a questo modo. Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera, quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè, un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato

(è la nota musicale fa di sis): chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più, ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione, pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura, datela ai vostri nemici come potrete».

Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti. Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una semplice lavatura d’acido nitrico diluito.

[339]. Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni della loro scala, le lettere s, r, g, m, p, d, n; i Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere, che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica, distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:

UT queant laxis REsonare fibris

MIra gestorum FAmuli tuorum

SOLve polluti LAbii reatum,

Sancte Joannes.