Sempre poi i vescovi serbarono qualche resto dell’autorità loro; e come ricchissimi che manteneansi ancora, e capi d’una gerarchia e di un tribunale ecclesiastico, guardavansi quai primi cittadini, opinando prima di tutti, e facendo la prima comparsa negli affari. Questo intralciamento di diritti e di pretensioni potea non recare trista sequela di cozzi e di gelosie?
In mezzo a queste, le Repubbliche si organizzarono ciascuna distintamente con una varietà che è mirabile sintomo d’estesa ragione negl’Italiani, ma che è impossibile a seguirsi se non nelle storie domestiche. Accennando que’ sommi capi in che le più s’accordavano, dirò come la suprema signoria stesse nell’assemblea dei cittadini, alla quale, a suon di trombe o di campana, convocavansi plebei insieme e nobili, sommati talvolta a centinaja e migliaja. In Milano era di ottocento, poi fu cresciuta e là ed altrove sino a millecinquecento e a tremila, escludendo solo i mestieri sordidi. A Firenze vi entravano le ventiquattro arti e i settantadue mestieri. In quella generale adunanza, a voti si decideva della pace, della guerra, delle alleanze. Sembra non vi si favellasse molto, e che ciò fosse un male lo lascerem dire ad altri; ma i partiti non si pigliavano generalmente a semplice maggioranza, volendosi ove i due terzi, ove i tre quarti; in alcun luogo si raccoglieva complessivamente il voto di ciascuno de’ corpi che componeano il gran consiglio.
Pei molti affari dove occorre segreto e decisione spedita e spassionata, venne istituito il consiglio minore o di credenza[158], composto de’ più ragguardevoli, giurati di non palesare i trattamenti. Erano di spettanza sua le finanze, il vigilare sopra i consoli, le relazioni esterne, e vi si disponevano i partiti da sottoporre alla deliberazione del popolo.
I consoli, magistratura, come dicemmo, di attribuzioni particolari, e che al formarsi de’ Comuni furono posti al governo, erano scelti per suffragi; e senza la cauta divisione de’ poteri, doveano render giustizia e amministrare la guerra, quasi non corresse divario fra i perturbatori dell’ordine interno e dell’esteriore. I campagnuoli non erano partecipi della pubblica amministrazione; ma molti castelli e borghi, massime di Lombardia, crearono consoli proprj, più limitati di autorità, sebbene intenti ad emulare i consoli cittadini.
I doveri dei consoli venivano annoverati nel giuramento che essi prestavano entrando in carica, e che inscrivasi negli statuti. In quelli di Genova, i più antichi che si conoscano[159], leggesi il seguente:
— In nome del Signore, noi piglieremo il magistrato questo giorno della purificazione della Madonna, e nel medesimo giorno, terminata la compagnia, il deporremo.
«Opereremo sempre a utilità del vescovado e Comune nostro, e ad onore della santa madre Chiesa.
«Esamineremo le quistioni private sulle istanze degli interessati, le pubbliche anche senza istanza, di buona fede, secondo ragione e con perfetta egualità, non pregiudicando al Comune in favore de’ privati, nè ai privati in favor del Comune.
«In caso di disparere tra noi, varrà la pluralità; in caso di parità, ci riporteremo a un savio, di cui non sia conosciuto il parere.
«Rivocheremo e miglioreremo le sentenze fatte dal nostro consolato, qualunque volta il richieda la giustizia.