I Fiorentini nel 1181 sottoposero il Comune d’Empoli, appartenuto dapprima ai conti Alberti, e l’obbligarono a giurare sui vangeli di custodire e ajutare ogni persona di Firenze e de’ suoi borghi: se alcuno del loro Comune danneggi qualche Fiorentino, l’obbligheranno a rifare i danni tra quindici giorni: chiesti dal magistrato di Firenze, andranno a oste e a cavalcata e guerre e paci, e faranno come quello vorrà, purchè non sia contro il conte Guido. Al san Giovanni d’ogni anno davano ai consoli di Firenze cinquanta libbre di buoni denari, e alla chiesa maggiore un cero[192].
I Perugini si erano sottomessi non solo i Catani, ma le città vicine, che tutte doveano mandare il pallio nella solennità di sant’Ercolano; Spoleto doveva aggiungervi un cavallo covertato di scarlatto; così Sarteano, oltre cento fiorini d’oro in una coppa d’argento; le città di Castello e di Gubbio lasciavano che Perugia prendesse parte all’elezione dei consoli; Montepulciano ne riceveva il podestà, che per sei mesi doveva esser de’ nobili, per sei de’ popolani, con piena giurisdizione criminale e civile, e la custodia delle chiavi delle porte e de’ fortilizj; e nel giorno di sant’Ercolano spedire il pallio che valesse almeno venticinque fiorini d’oro, da presentarsi a piè della scalea di San Lorenzo. Assisi scosse l’ubbidienza; ma costretta calare a patti, i Perugini v’entrarono il 1322, uccisero più di cento ribelli, e ridussero quel paese a contado, diroccandone le mura.
Padova si arrogò di eleggere il podestà di Vicenza. A quest’uopo raccolto il maggior consiglio, estraevansi da un’urna quaranta polizze, e quelli cui la polizza toccasse divenivano elettori. Questi quaranta si chiudeano nella chiesa del palazzo, accendendo una dopo l’altra due candelette da due denari; e prima che fossero consumate, essi doveano eleggere, fuor di loro, tre cittadini: fra i quali poi la sorte designava il podestà. Se non fosse cavaliere, veniva fatto; avea tremila lire di stipendio, dovea dar mille marche d’argento per malleveria al Comune, e la sua corte era tutta di Padovani.
Casale sul Po, fabbricato, dicono, da re Liutprando appo una chiesa di Sant’Evasio, fu città libera, ma debole, sicchè presto venne a soggezione de’ Vercellesi. I quali nel 1170 impongono agli uomini di esso che di buona fede salvino e custodiscano le persone e cose dei Vercellesi; di là alla festa di san Michele abbiano alzate e finite cento braccia delle mura di Vercelli, dove i consoli consegneranno loro i rottami d’altra cerchia: se i Vercellesi assumano guerra, essi pure l’abbiano di buona fede: ogni decennio i Casalaschi dai quindici anni fino ai sessanta prestino il giuramento ai consoli di Vercelli: se questi domandino il passaggio del Po per tragittare l’esercito o una cavalcata, non devono negarlo[193]. Lo stesso Comune agli abitanti di Trino concedeva di cacciare, pescare, pascolare nel loro distretto; non daranno alloggi; per cinque anni li provvederà di fieno, paglia e legno, purchè osservino i bandi di Vercelli; in tempo di guerra non riscoterà fitto delle terre; non saran tenuti a venire al podestà o ai consoli vercellesi per contratti fatti da qui indietro, salvo che per omicidj o per appellazioni; possano far legna nel bosco pagando un fitto[194].
Il Ghirardacci reca la formola con cui quelli di Monteveglio si sottomisero al Comune di Bologna: — Noi uomini di Monteveglio diamo il castello nostro al popolo di Bologna, con tutti i cavalieri e i fanti, per far guerra contro tutti i nemici suoi che sono o saranno, come più piacerà al pretore o a’ consoli; e con giuramento affermiamo di salvare i Bolognesi e le fortune loro, promettendo mandarvi l’esercito a nostre spese qualunque volta ne saremo richiesti, insino al fiume Secchia e dalle alpi alle paludi; e promettiamo pagare il tributo per quei che abitano dalla parte del fiume Samoggia. E tutto questo osserveremo contro chicchessia, eccettuato l’imperatore o duca o altro che tenga o terrà il patrimonio della contessa Matilde a nome dell’imperatore. Domandiamo però che i consoli bolognesi insieme col consiglio giurino conservare Monteveglio e i suoi abitatori e le facoltà loro, e che non ci abbiano a togliere il castello; e se in alcun tempo i Bolognesi facessero guerra all’imperatore, ci difendano colle nostre fortune, e ottenendo la pace, la impetrino anche per noi».
Altre volte i Comuni fondavano ville e borghi con diritti e riserve speciali.
I consoli e gli uomini di Vercelli nel 1197 stabiliscono che il luogo di Villanova rimanga libero e assoluto in perpetuo, ad onore e comodità del Comune vercellese, talchè nessuno presuma dagli abitanti estorcere fodro o bando o curadia o correggio o capponi o focaccie o spalle; nè pretenda sulla pesca, su alloggi, su giurisdizione qualunque. Essi abitanti coi loro eredi sieno liberi e immuni; salvo che, quei che n’hanno diritto, possano costruire molini, e dare terre da coltivare sia a terzo, o a fitto, o con qualsiasi altro patto. Essi abitanti restino liberi possessori dei sedimi a loro assegnati, potendo venderli, donarli, mutarli, distrarli. Nessuna forza vi si possa introdurre, se non dal Comune vercellese. Nessun de’ signori deva abitare in esso borgo, nè avervi diritto o giurisdizione.
Nel 1217 Vercelli stessa fondava Borgofranco, con fossati, quattro porte, quattro battifredi, chiesa di legno e graticci, coperta di tegoli, agli abitanti assegnando un sedime di casa ciascuno, sul quale si conduceano tre carri di legname d’opera a spese del Comune, e mattoni e tegoli quanti occorrono. Abbiano la strada da Casale e da Pontestura, mercato, pascolo verso Vercelli. Gli abitanti non devano render ragione ad uomini che non siano della giurisdizione vercellese, de’ contratti o danni fatti anteriormente, se non sul luogo stesso e sotto i loro proprj consoli. Avranno venti mansi del bosco di Lucedio a venti soldi il manso di fitto. Siano loro concesse per quattro anni tutte le spese del Comune: dopo cinque anni pagheranno il fodro, come i cittadini vercellesi: e come questi pagheranno la legna del bosco di Lucedio. Se alcuno muore senza erede, possa la sua parte vendersi ad altri fuor della giurisdizione di Vercelli.
Ivrea nel 1250 fondava Castelfranco, invitando ed anche costringendo andarvi ad abitare gli uomini di Bolengo, Pessano, Anipesso, e farvi guaite, scaraguaite, e ogni arredo di castello: a ciascuno si daranno abitazioni in proporzione di quelle che lasciano. Saranno considerati come abitanti d’una porta di Ivrea: liberi e franchi, giacchè inestimabil dono è la libertà, nè ben si venderebbe per tutto l’oro del mondo. Siano dunque immuni dal fodro, dal banno, dalla giurisdizione, dall’esercito, dalla cavalcata, dalla successione; abbiano il mero e misto imperio; si farà uno statuto, che le podestà di Ivrea giureranno d’osservare[195].
1 Comuni erano una specie d’associazione contro gli abusi e le prepotenze: sicchè quando la forza pubblica non sapesse o volesse provvedervi, formavano associazioni particolari, solito rifugio delle libertà, perchè coll’attenzione e anche colla forza garantissero i diritti, e che venivano a formare uno Stato nello Stato. E come già v’aveva alberghi di nobili, cioè aggregazioni di famiglie derivanti da ceppo comune, o unite per accordo, così il popolo pensò fare altrettanto col restringersi in leghe o in maestranze, onde col numero equilibrare la potenza o l’accortezza maggiore.