Nel 1198 il popolo di Milano, scontento dei nobili, istituì la credenza di Sant’Ambrogio, detta anche de’ Paratici, cioè degli artigiani, affidando la propria tutela ad un tribuno, e assumendo per divisa una balzana bianca e nera; i mercanti e le arti liberali stabilirono la Motta, che inclinava al governo d’un solo; i nobili rinserraronsi in quella de’ Gagliardi; i catanei e valvassori, che teneano fondo dai nobili, ne formarono una quarta sotto l’arcivescovo, pretendendo recuperare a questo il dominio temporale della città: ciascuna avea consoli proprj, pubblicavano editti e decreti, ed esercitavano atti di giurisdizione sovrana.
Siffatte erano in Bologna la lega della Giustizia; in Vercelli le società di Sant’Eusebio e Santo Stefano; in Asti quelle di Castello e dei Solari. A Firenze verso il 1260 i pivieri di campagna eransi raccolti in quarantatre leghe, ciascuna delle quali ricevea dalla Signoria ogni semestre un capitano cittadino e popolano della città di Firenze e veramente guelfo; prometteano non ricettare i banditi l’una dell’altra; nessuno potea ricusare gli uffizj affidatigli dalla lega[196]. Siena era divisa per terzi, e ciascuno di questi in circa venti contrade, ognuna delle quali eleggeva un capitano e un alfiere, preseduti dal gonfaloniere del terzo. A Genova fin dal 1130 fra sette poi otto compagne vedemmo divisi tutti i cittadini: e ognuno ajutava i proprj membri contro ingiustizia e violenza qualsifosse, fin alla morte degli avversarj; e da ciascuna si traeva un’egual contribuzione di cavalli, fanti e denaro[197].
Talvolta tre o quattro persone con atto pubblico si costituivano in fratellanza, stipulando comunione di beni e reciprocamente difenderli e succedersi. Talaltra alquante famiglie formavano una consorteria, pigliando un nome comune, fabbricando una torre per difesa e ricovero di tutti, come i Pugliesi e i Maladerra di Sanminiato, che presero il nomignolo di Paraleoni[198]. Forse teneva dell’indole stessa quella delle tredici famiglie di Borgo Sansepolcro, che insieme aveano fabbricato la torre di piazza. In Lucca già nel 1203 esisteva la società di Concordia de’ pedoni (probabilmente detti in opposizione ai cavalieri o nobili) con priori e capitani e giuramento d’ajutarsi a vicenda con armi e senza, rifarsi reciprocamente dei danni; e guaj a chi offendesse alcun di loro: nessuno poteva essere accusato ad altro giudice prima d’informarne i priori[199].
Non di rado i Comuni affidavano il governo, o parte di esso, o un affare, od un’amministrazione, o l’eseguimento d’una condanna a qualcuna di siffatte compagnie; e dove l’una esorbitasse, se ne innalzava una contraria.
In Chieri erano le società de’ Militi e di San Giorgio; e della seconda abbiamo gli statuti, preziosi a qui ricordarsi[200]. Vi si entrava per successione o per nomina: chi ne uscisse per passare in altra, era passibile di cinquanta lire e dell’infamia. La società pagava le imposte di ciascuno; e solo ai membri di essa poteano vendersi le case e le terre. Come il Comune, quella città era ordinata sotto quattro rettori cittadini o un solo forestiero, che duravano quattro mesi, con notaj e massari per le spese ed entrate. Eravi un minor consiglio ed uno maggiore, il quale eleggeva i rettori. Non poteansi proporre per gli uffizj del Comune se non membri della società; non arringare contro il partito preso da questa; e poteva obbligarsi ogni membro a dir nel consiglio pubblico il suo parere; che se per ciò incadesse in una multa, era pagata dalla compagnia. Ai rettori di questa incombeva di difendere i membri, e mantenerli illesi, dovess’anche urtare contro le deliberazioni del Comune. Alcun di essi era insidiato? lo facevano custodire: ferito o percosso? domandavano riparazione e compenso: non l’ottenevano? toccavasi a stormo, e tutti tutti gli accomunati erano tenuti prender le armi, e correre a mettere a ferro e fuoco i beni dell’offensore; e così gli anni successivi, in sino a che non si fossero accordati. A chi rifiutasse obbedire alla chiamata, o non soccorresse al compagno avvolto in contese, multa di cinquanta lire. Niuno praticasse con chi aveva offeso uno della compagnia.
Non è questa una repubblica costituita nella repubblica? e gl’interessi de’ consorti poteano essere in collisione con quelli del Comune, e la loro unione facea che fossero pronti a sorreggere una parte o l’altra nelle insurrezioni, che così invelenivano di ciò ch’era preparato per loro rimedio. A Siena nel 1371 i lavoranti di lana garriscono coi loro maestri, pretendendo essere tassati secondo le leggi del Comune, non secondo quelle dell’arte; e levano rumore, minacciando sangue: ma la forza pubblica prevale, e presine tre, li mette alla corda; i compagni per liberarli s’avventano alle armi, la città prende partito per essi; la querela diventa politica, gli ordini pubblici ne restano mutati, e gli artigiani dominarono in Siena, fin quando nel 1384 i nobili, unitisi al popolo minuto, li spodestarono, e fin a quattromila ne espulsero: onde la città perdette le arti, e se ne bonificarono l’Anconitano, il Patrimonio, il Regno e Pisa[201].
Le taglie che già si solevano pagare ai re o ai conti, furono forse conservate, pagandole al Comune: ma di esse e del sistema di esazione non si raccoglie soddisfacente concetto; e il variare di qualità e quantità secondo i tempi, a fatica si seguirebbe in una storia municipale, non che in questa generale. La rendita maggiore proveniva da gabelle e dazj che, secondo la scarsa economia d’allora, molto gravavano sulle merci introdotte ed esportate. Da principio quelle che entrassero nelle città o sul distretto pagavano per teloneo un tanto al carro o alla bestia: dipoi più equamente si prefinirono tariffe sul valore. La prima milanese è del 1216, e impone quattro denari per lira del prezzo delle mercanzie, cioè un mezzo per cento: poi nel 1396 fu alzata al dodici per lira, cioè cinque per cento, senza distinzione[202]. Fruttavano pure all’erario le multe de’ condannati e le confische. Poi il genio fiscale altre imposizioni introdusse, come quella del sale[203], dei forni, del bollo alle misure, del vino al minuto, delle acque di pubblica ragione.
In maggiori strettezze ricorrevasi a prestiti, dando in pegno qualche preziosità, come i Milanesi diedero più volte il tesoro di Monza. Quel Comune, per combattere Federico II, supplì alla carezza del denaro con carta monetata, prefiggendo potessero con essa scontarsi le pene pecuniarie; il creditore privato non fosse tenuto riceverla in pagamento, ma il debitore non restasse esposto al sequestro se in cedole avesse tanto da spegnere il suo dovere. Per togliere di giro questa carta monetata si pensò formare il catasto de’ beni, neppure eccettuati gli ecclesiastici, misurati da geometri, e prezzati dall’uffizio degli inventarj. Con tale provvedimento il debito fluttuante restò rimborsato nel 1248; ma per fare il Naviglio grande, poi per uno o per altro titolo la tassa venne prolungata[204].
I Milanesi lagnavansi che i nobili, abitando in campagna, si sottraessero ai carichi dello Stato; nella concordia del 1225 questi soli, e non la plebe, si volle soggetti alle taglie. A Firenze, il 1362, non trovandosi chi prestasse al cinque per cento, ser Piero di Grifo, uomo molto saputo in tali materie, suggerì che, a chi prestasse cento fiorini, gliene fosse scritto trecento; onde quel monte fu detto dell’uno tre. Poi, per altra guerra, a chi prestava cento si scrisse ducento, e chiamossi il monte dell’uno due. Nel 1380 fu ridotto tutto al cinque per cento, e il capitale nominale al reale; dal che nacque grandissima confusione a motivo di quelli che aveano venduto e comprato.
Il catasto sovra dichiarazione giurata del possessore e di testimonj si eresse a Genova nel 1214, a Bologna il 1235, a Parma il 1302. In Firenze al 1336, secondo Giovan Villani, i tributi erano, la gabella della mercanzia, del sale, de’ contratti, il vin minuto, le bestie, la macina, e l’estimo del contado, fruttanti in tutto trecentomila fiorini. Pare da ciò che solo il contado fosse colà sottoposto a taglia, forse per conguagliare le gravezze particolari ai cittadini: e in fatto l’estimo della città non potè farsi stabilmente che per opera di Giovanni Medici nel 1427, obbligando a descrivervi tutti i beni mobili od immobili che ciascuna famiglia possedesse dentro o fuori del dominio fiorentino, compresevi le somme di denaro, i crediti, i traffichi, le mercanzie che avevano, gli schiavi e le schiave, i bovi, i cavalli, le gregge d’altri animali, regolando al sette e mezzo per cento, sicchè ogni sette fiorini di rendita se ne poneva cento di stima. Sottraevansi le spese e i carichi, poi dell’avanzo si riscoteva la decima. Chi non pagasse metteasi a specchio, cioè si registrava in un libro, e rimaneva escluso dalle magistrature.