Chiese, monasteri, ecclesiastici andavano immuni, coi loro contadini e livellari, e fin coi beni di nuovo acquisto, per quanto le Repubbliche tentassero aggravezzare almeno questi; e a malincuore i preti s’inducevano a pagare pei beni patrimoniali, non però in mano di laico, ma del vescovo, cui per tale occorrente comunicavano il registro dei loro beni[205].

Le imposte moderate, tali cioè che il gravato creda poterle sostenere col crescere di operosità, servono di stimolo; scoraggiano allorchè costringono a mutare le abitudini; giudicate importabili, svogliano dagli sforzi, e uccidono l’industria. I Comuni nostri mostravansi al fatto persuasi che ogni spesa fatta dal Governo al di là di quel che occorre a conservare e proteggere l’ordine sociale, è un dissipamento e un’ingiustizia oppressiva: ma per questo vorremo noi misurare la felicità d’un paese dai centesimi dell’estimo?[206].

Il valutare le rendite è difficilissimo, prima perchè di lor natura sono variabili, poi perchè la scarsezza del denaro faceva se ne esigesse gran parte in derrate; oltrechè le forme della contabilità erano troppo diverse dalle odierne.

Variissimi erano i modi dell’esazione, i tesorieri, i deputati alle grasce e all’annona, eletti parte dal pubblico consiglio, parte dal podestà, parte a sorte, e da’ feudatarj nelle proprie giurisdizioni, ma sempre sottoposti al sindacato. Spesso la riscossione affidavasi a qualche monaco, od a corpi religiosi, come più disinteressati; e per renderla più sicura ordinavasi perfino a chi non l’avesse ancor pagata non venisse resa giustizia[207]; del quale ripiego si valeano principalmente per tassare anche i cherici. Nel contado a ciascuna pieve si assegnava una quota da ripartire fra le ville ed esigere: al qual uopo v’avea consigli o adunanze; dove sussistevano ancora i visconti vescovili, questi presedevano a tal bisogna insieme coi consoli di campagna.

Le case costituivano quasi la garanzia del cittadino in faccia al Comune. Pertanto il venderle equivaleva a perdere la qualità d’accomunato; per ciò stesso di chi fosse espulso veniva demolita l’abitazione, e al forestiere non si permetteva di possederne; e i nobili di campagna, quando fossero accettati in città, per prima cosa vi fabbricavano un palazzo. Ad Ivrea si considerava cittadino chi vi abitasse, possedesse pel valore di dieci lire, fosse scritto nel libro dell’imposta del Comune[208].

Zecche ebbero già i Longobardi a Pavia, a Milano, Verona, nel Friuli, a Lucca, e forse a Spoleto e Benevento; e possiam credere continuasse così sotto ai Franchi e agli imperatori tedeschi: ma presto conti e marchesi domandarono o pretesero moneta propria. Per privilegio dell’imperatore Lotario I a Manasse, gli arcivescovi soli poteano coniarne a Milano; diritto che conservarono finchè la repubblica il trasse a sè. Altrettanto sarà addivenuto nell’altre città, e ci restano monete di più di cento zecche nostrali: anche alcune famiglie n’aveano il diritto, come in Piemonte i discendenti di Aleramo, marchesi di Monferrato, di Saluzzo, di Ceva, di Busca, di Savona, del Carretto; e alcuni feudatarj dell’Impero, quali i conti di Desana, di Crescentino, di Cocconato, ecc. Per lo più quelle monete aveano corso soltanto nel paese.

Tentò il Barbarossa ritrarre a sè questa regalia, e fece battere i soldi imperiali nei villaggi dove avea distribuito i cittadini della distrutta Milano; ma poi la dovette consentire alle città federate, le quali ben presto all’effigie dell’imperatore surrogarono i santi patroni[209]. Cadute le repubbliche ai tiranni, Azzone Visconti a Milano diede il primo esempio di stampare del proprio nome le monete: Genova ne battea prima del 1139, quando ne chiese e ottenne privilegio da Corrado II di Germania. A imitazione del genoino, i Fiorentini nel 1252 batterono il ducato, che da una parte recava il Battista, dall’altra il giglio, donde il nome di fiorini che si propagò in tutta Europa, con oro di ventiquattro carati, e il peso d’un ottavo d’oncia, o un sessantaquattresimo di marco, e divideasi in venti soldi[210]. Subito gl’imitarono Francesi, Ungheresi ed altri popoli, e fra noi i re di Napoli, i conti di Savoja, i marchesi di Monferrato, i Veneziani; e molto accreditato fu in commercio lo zecchino veneto, battuto primamente nel 1284, sul quale si conservarono sempre la rozza impronta primitiva del doge che riceve lo stendardo da san Marco, e la barbara e devota iscrizione Sit tibi, Christe, datus quem tu regis iste ducatus.

Dacchè la lira cessò d’equivalere veramente al peso d’una libbra d’oro o d’argento, variò senza limite la proporzione, solo sussistendo la divisione in venti soldi, e del soldo in dodici denari. Non entreremo nel pecoreccio degli avvicendati valori delle monete e del conguaglio fra l’oro e l’argento; e basti dire che quest’ultimo era principalmente adoperato nel commercio di Levante e che in generale vuolsi fare stima che la scoperta dell’America ne ridusse il valore a un sesto, e a un terzo quel dell’oro.

Monete di rame non si conoscono de’ tempi barbari, onde o mancavano al giornaliero commercio, o si dovea coniarne di argento troppo sottili, o peggiorare la lega.

È argomento dell’opulenza italiana che Venezia, all’entrare del secolo xv, battesse l’anno un milione di zecchini; e Firenze quattrocentomila fiorini in oro, e più di ducentomila libbre d’argento; e dal 1365 al 1415 vi si erano coniati undici milioni e mezzo di zecchini d’oro. Se vogliansi lodare come manifatture e come lusinga alla nazionale vanità che tanto lega i cittadini, ognun però vede quanta confusione dovesse derivare da tanta varietà. Il disordine introduceva il solito morbo de’ cambisti, che soli tenendo il filo di quel labirinto, vantaggiavano alla grossa.