Abbiam veduto come il paese più meridionale d’Italia, cuna di tante magnanime repubbliche prima della conquista romana, poi dopo l’irruzione dei Barbari suddiviso tra molti principati longobardi e molti Comuni greci, venisse concentrato dai Normanni in un dominio, che d’allora gl’italiani chiamarono per antonomasia il regno (1130). Re di Sicilia, duca di Puglia, principe di Capua, Ruggero II assunse la pomposa divisa Appulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer; anzi Falcone Beneventano riferisce un documento, ov’egli s’intitola Dei gratia Siciliæ et Italiæ rex, Christianorum adjutor et clypeus.

Colle genti che rapì sì nella spedizione di Grecia, sì in quella contro Tripoli e l’isola delle Gerbe, ripopolò la sua isola. Come sapesse a tempo chinarsi e resistere ai papi, narrammo; si mostrò sempre riverente a san Brunone, che in Calabria avea fondato i Certosini; le scienze amò e protesse; all’Edrisi, famoso geografo musulmano, diede un feudo perchè dimorasse alla sua corte compilando le Peregrinazioni d’un curioso che vuol conoscere a fondo i diversi paesi del mondo, ove dispose in nuovo e bizzarro sistema le cognizioni geografiche degli Arabi, ad illustrazione d’una sfera d’argento, pesante ottocento marche, dov’erano incisi tutti i paesi conosciuti. Il palazzo di Palermo sua capitale, colla magnifica cappella di san Pietro, avente le pareti e il pavimento a musaici squisiti, e dove ancora si legge l’iscrizione trilingue da lui apposta al primo oriuolo che ivi collocò; la cattedrale di Cefalù e quella di Salerno, ricca delle spoglie di Pesto; le chiese di San Nicolò a Messina e a Bari, il monastero della Cava, sono monumenti della magnificenza di Ruggero. A Palermo, oltre edifizj spiranti dovizia e splendidezza, aperse un vasto parco, popolato di selvaggina, e ricreato d’acque condotte sotterra[214]: dalla Grecia e dall’Africa trasferì la coltura dell’albero del pane, del papiro[215], del pistacchio, della canna da zuccaro; e dalla Morea i gelsi e i filugelli, e operaj di seta. Che però questa già vi si lavorasse dagli Arabi, lo prova il famoso manto imperiale, fatto per ordine di Ruggero, con iscrizione cufica del 528 dell’egira, rispondente al 1133; e che poi portato in Germania da Enrico VI, ora conservasi a Norimberga. Ma allora i telaj rompevano il silenzio della reggia di Ruggero per preparare d’ogni genere tessuti, e broccati, e fiorami, e arabeschi, con gemme interposte e colori variatissimi[216]; oltre che vi si convertiva in panni la lana francese.

Tornando d’Oriente, Pisani, Veneziani, Genovesi rinfrescavano a Palermo: Spedalieri e Templari rizzarono conventi in Trapani, ordinaria posata de’ Crociati[217]: i Veneziani aveano a Palermo una società mercantile con magistrati proprj, cassieri e presidente; i Genovesi un banco a Siracusa e casa forte a Messina: gli Amalfitani empivano una strada di Napoli di loro botteghe, massime di stoffe di lana e seta, e avevano un quartiere a Siracusa, un consorzio mercantile a Messina.

I Musulmani conservavano ancora alcune campagne, godendo eguaglianza di leggi, con una tolleranza unica a quei tempi; quartiere proprio nelle città con franchigie, magistrati e notaj, e libero culto; sin feudi ottennero; e se alcuni come prigioni di guerra teneansi in condizione servile, più di centomila distribuiti in tribù sotto i loro sceicchi lavoravano liberamente il val di Màzara ed altri territorj. Filippo, uno degli eunuchi di Ruggero, musulmano convertito, salì fino grand’ammiraglio, e fu spedito ad espugnare Bona in Africa (1149). Ne presero gelosia i baroni normanni, che l’accusarono di mangiar carne il venerdì e in quaresima, andare con repugnanza nelle chiese, e di piatto tornare alle moschee: e Ruggero l’abbandonò al loro rancore, sicchè, legato alla coda d’un cavallo indomito, fu fatto a pezzi, e i pezzi gettati al fuoco[218].

Pochi anni dappoi il musulmano Mohammed ebn-Giobair, che viaggiò in Sicilia, scriveva: — Re Guglielmo, commendevole ne’ suoi portamenti, si giova de’ Musulmani, e ha paggi eunuchi per intimi, fedeli all’islam benchè nascostamente; ha gran confidenza ne’ Musulmani, e v’affida anche gli affari più delicati; tiene una compagnia di Negri musulmani sotto un comandante musulmano; i visiri e i ciambellani trae dai molti paggi, i quali sono e impiegati del Governo e persone di Corte, e sfoggiano lusso di vesti, agili cavalli, e tutti hanno corteggio e seguito proprio. Il re a Messina ha un palazzo bianco come una colomba, dove stanno occupati molti paggi e fanciulle; esso s’abbandona ai piaceri della Corte a modo dei re musulmani, cui imita nel sistema delle leggi, nell’andamento del Governo, nella distribuzione dei sudditi, nella magnificenza. Molto deferisce ai medici e astrologi suoi: dicono legga e scriva l’arabo, e un suo intimo ci assicurò abbia adottato il motto Lode a Dio, giusta è la sua lode; come il motto di suo padre era Lode a Dio in riconoscenza de’ suoi benefizj. Le fanciulle e concubine del suo palazzo sono musulmane tutte; e un cameriere di nome Yahia, impiegato nella manifattura de’ panni, dove ricama a oro le vesti del re, ci assicurò che le cristiane Franche dimoranti in palazzo erano state convertite dalle nostre senza che il re lo sapesse, e molto s’industriavano in opere di carità.

«A Palermo i Musulmani conservano un avanzo di fede; tengono pulitamente le moschee, fan la preghiera alla chiamata del muezzin, dimorano in borgate distinte dai Cristiani, tengono e frequentano i mercati. Proibita la pubblica professione di fede (khotbah), fanno solo l’adunanza del venerdì, ma ne’ giorni del beiram pregano per i principi abbassidi. Hanno un cadì, che giudica i loro processi: una moschea principale ed altre innumerevoli, nella più parte delle quali si dà lezione del Corano. Le donne cristiane nell’eleganza del parlare e nel modo di velarsi e di portare i mantelli imitano le musulmane. A Natale escono in vesti di seta color d’oro, avvolte in mantelli eleganti, coperte di veli di colore, con stivaletti dorati, e pompeggiano nelle chiese, cariche di collane, d’essenze, di belletto come le musulmane.

«Non è guari, arrivò a Trapani il caid Abu’l-Kassem, capo de’ Musulmani in Sicilia, caduto in disgrazia del re per calunnie; e sebbene sfuggisse la condanna, gli furono estorti trentamila denari d’oro, senza rendergli alcuna delle case e terre avite. Dianzi riebbe il favore del re, che lo pose in un servizio di governo, ed egli vi si rassegnò, come lo schiavo di cui siansi presi la persona e gli averi»[219].

E segue raccontando come qualunque Musulmano, per sottrarsi alla collera de’ parenti, rifuggisse in una chiesa, era battezzato; che i Musulmani offrivano le loro figlie ai pellegrini perchè le sposassero, e queste lasciavano liete la famiglia per sottrarsi alla tentazione dell’apostasia e per vivere in paese musulmano. Sono le consuete esagerazioni de’ partiti soccombenti; ma ne trapela come i principi normanni procurassero usufruttare la civiltà orientale; e lungamente noi incontreremo ancora quegl’Infedeli nelle vicende della Sicilia.

Anche gli Ebrei, altrove perseguitati, ivi ebbero sicurezza, e Beniamino di Tudela nel suo viaggio del 1172 ne contava millecinquecento a Palermo, ducento a Messina.

Bizzarra mescolanza dovea presentare in quei tempi il paese; indigeni abbattuti da lungo servaggio, cavalieri normanni in corazza e morione, Musulmani con turbanti; santoni insieme e frati; corse del gerid e tornei; Nordici ignoranti e corrotti Meridionali; fastosi Asiatici e severi Scandinavi: vi si parlava greco, latino vulgare, arabo, normando, e in ognuna di queste lingue si pubblicavano i bandi; i quali doveano tanto quanto acconciarsi al codice Giustinianeo pei Greci, al Coutumier pei Normanni, al Corano pei Saracini, al codice longobardo pei precedenti signori.