I Normanni, pochi e deboli, dovettero fiancheggiarsi di politica e d’astuzie, formando un governo più abile che robusto, e sprovvisto di quella vigorosa unità che è necessaria per tiranneggiare un popolo, e convergerne gli sforzi ad unico intento, massime in paese come il napoletano, così spezzato e vario di origini. Delle istituzioni de’ Longobardi e de’ Greci non cangiarono se non ciò ch’era richiesto dall’introdurvisi della feudalità al modo dei Franchi. Magistrati e conti longobardi, resisi ereditarj, aveano già formato la classe de’ baroni, che conservò la nobiltà anche dopo avere, per la conquista normanna, perduto le giurisdizioni. I Normanni investiti di feudi li sottinfeudavano a cavalieri, cioè vassalli nobili, e a gran dignitarj ecclesiastici. Ma que’ primi Normanni, e gli altri continuamente chiamati di Francia ad esercitare il lor valore, voleano sulle proprie tenute regolarsi col diritto patrio: dal che vennero i feudj al modo Franco, la cui principale differenza dai longobardi consisteva nell’esservi ammesso alla successione soltanto il primogenito, mentre in questi ciascun figlio ereditava.
Il sistema feudale fu comunicato anche ai paesi fin allora sottoposti ai Greci, e Ruggero a tutti i cavalieri di Napoli infeudò cinque moggia di terra con cinque coloni affissi a quella[220]; lo trapiantò anche nella Sicilia, che mai non n’avea gustato, scomponendovi ogni regolamento de’ Saracini. I coloni da liberi vennero dipendenti; le praterie furono aggravate di pascere i cavalli del vincitore; sottoposti a taglie i boschi e i servi della gleba; un’amministrazione fiscale e investigatrice, surrogata alla larga e tollerante dei Saracini, deteriorò l’agricoltura e il commercio.
Usati in patria a raccogliersi in adunanze legislative e giudiziali, i Normanni non ne interruppero l’uso; e il nome di parlamento trasportarono, come nella conquistata Inghilterra, così pure nel paese di qua e di là dal Faro. Aperto sulle prime soltanto a Normanni, vi si traforarono poi anche indigeni, fondendosi vinti e vincitori. Ma al popolo non potea farsi luogo colà dove del suolo non avevano la proprietà che abati e signori; sicchè non v’erano ammessi che i due bracci de’ baroni e degli ecclesiastici. Poi le città acquistarono il diritto di riscattarsi dai baroni, e rendersi libere, cioè non dipendenti che dalla regia autorità; ed allora all’ecclesiastico ed al baronale fu aggiunto il braccio demaniale, cioè che rilevava solo dal dominio del re. Quest’opera vedremo compiuta da Federico II.
Ruggero accentrò l’amministrazione nella Corte di Palermo, intorno a sè disponendo sette grandi cariche, e sotto queste gli altri signori. A capo di ciascun distretto stavano baroni e connestabili; di tutta la nobiltà il gran connestabile; della marina il grand’ammiraglio: il gran cancelliere serviva d’anello tra gli incaricati e il principe: aggiungeansi il gran giustiziere, il gran cameriere, il gran protonotaro, il gran siniscalco. L’archimandrita o abate generale, eletto dai monaci, confermato dal re, aveva ispezione sulle chiese, e specialmente le vacanti; pure i vescovi doveano a Roma ricevere la consacrazione dal papa.
Gastaldi e sculdasci aveano ceduto i giudizj a balii, giustizieri, castellani, i quali, col re a capo e con privilegi distinti, formavano una gerarchia d’amministrazione, che fu la prima foggiata alla moderna, non composta di vassalli feudalmente congiunti al signore, ma di uffiziali che coordinatamente esercitavano la porzione di potere ad essi affidata. Mentre dunque l’antica nobiltà restava in opposizione ai conquistatori, una nuova nascea di gente ammessa agli impieghi, fosse natìa o forestiera[221]: nel che pure il siciliano differiva dagli altri diritti.
Alle leggi longobarde, che fin allora avevano forza di diritto comune, con qualche mistura delle romane e delle consuetudini scandinave, Ruggero sostituì le Costituzioni, promulgate nelle pubbliche assemblee di baroni, uffiziali e vescovi, e che valeano in ambe le parti del Regno. Desunse dal diritto romano la legge che dichiara sacrilegio il mettere in disputa i fatti, i consigli, le deliberazioni del re. Morte comminò a chi tosa o áltera la moneta; a chi rapisce una dal monastero, sebbene non ancora velata e a titolo di sposarla; al magistrato che malversa il pubblico denaro, o al giudice che si lasciò corrompere; a chi dà farmachi per ispirare avversione, o ferisce a morte alcuno nel rotolare o menare un sasso o una trave senza darne avviso. Vietò severamente di vendere o alienare i feudi, nè che i feudatarj contraessero matrimonj senza consenso del re, e tanto meno maritassero le proprie figlie aventi l’eventualità di succedere. Nessuno eserciti la medicina se non licenziato: nessuno sia fatto cavaliere nè giudice se non venga da stirpe di militi e notaj. Molte pene concernono le adultere e le prostitute. Chi vende un uomo libero è ridotto in servitù[222].
Ruggero è da’ suoi esaltato colle lodi che sogliono prodigarsi al fondatore dell’indipendenza d’uno Stato, e all’ambizione fortunata di chi non tien conto della moralità dei mezzi. Perduti i figliuoli Alfonso e Ruggero, l’unico superstite Guglielmo fe coronare come collega (1154); e poco stante morì a sessantun anno, dopo ventiquattro di regno.
Avaro, sospettoso, pusillanime, inetto riuscì quel suo successore; e chiuso nella reggia fra sozzi e barbari piaceri, del ben pubblico non si dava pensiero. Gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente ne presero baldanza di mettere in campo opposte pretensioni sopra il Reame, mossero armi, e sollecitarono i baroni sempre inquieti. Questi aveano avuto ricorso al Barbarossa, e quand’egli scese in Italia la prima volta, si sollevarono dappertutto; ma esso non potè ajutarli. Bensì gl’imperatori greci, che anelavano vendicarsi delle spedizioni dei due Ruggeri, e che già possedeano Ancona ed altri porti sull’Adriatico, occuparono Brindisi, che divenne il quartiere de’ baroni rivoltosi: ma Majone, oliandolo di Bari, coll’ingegno, l’eloquenza e l’arte del simulare e dissimulare divenuto cancelliere e grand’almirante del regno, ed arbitro de’ consigli e degli atti di Guglielmo, riprese questa città, e i ricoverati fece uccidere, abbacinare, sepellire nelle carceri di Palermo. Di ciò si volle gran male a Majone, e dell’aver lasciato che la fortezza di Mahadia sulle coste d’Africa, tenuta dai Siciliani, soccombesse ad Abd al-Mumin re di Marocco. Spargeasi pure che colui volesse impossessarsi della corona; onde i baroni cospirarono contro di esso; Campania e Puglia si sollevarono; lo stesso conte Matteo Bonello, da lui predestinato genero, se gli avversò, e riuscì ad ucciderlo e a tenere prigioniero Guglielmo (1161). L’abuso della vittoria fece esosi i congiurati, onde alla fine Bonello fu preso ed accecato, rimesso l’ordine coi supplizj, e Guglielmo serbò nella storia il titolo di malvagio.
Quel di buono fu dato a suo figlio Guglielmo, che succeduto (1166) sotto la tutela di Margherita di Navarra, bello e giovane, procurò cattivarsi i cuori scarcerando quella folla di prigionieri di Stato; ma le fazioni inferocirono per disputarsi influenza nella tutela; e le eterogenee parti ond’erasi compaginato ma non formato quel regno, tendevano a separarsi. Margherita cercò appoggio empiendo la corte di Franchi, tra i quali Ugo Falcando, detto il Tacito della Sicilia pel nero e vibrato modo con cui descrisse quelle turbolenze; e di varj prelati e gran savj in diritto. Ma da contrasti e guerre il paese era tutto sovvolto, non meno che da tremuoti, pei quali Catania fu distrutta, squarciate Taormina, Lentini, Siracusa; le fonti versarono acque sanguigne; il mare nel Faro si ritirò, poi ringorgando verso la riva elevossi fin sopra le mura di Messina, tutto miseramente lavando (1169).
Guglielmo, tenutosi amico di Alessandro III, impedì che il Barbarossa attentasse al suo regno; ebbe nobil parte alla conchiusione della lega Lombarda e della pace di Venezia; poi armato per ristabilire Alessio Comneno sul trono d’Oriente, prese Durazzo, Tessalonica ed altre piazze di Grecia, ma da Costantinopoli fu respinto. Ajutò pure Antiochia, Tiro, Tripoli contro il Saladino; ma di soli trentasei anni morì (1189). La tradizione raccontò che Guglielmo il Malvagio avesse voluto smungere tutto il denaro del suo popolo; e per far prova se alcuno ne avesse ritenuto, mandò a vendere in piazza per tenue prezzo un suo bellissimo cavallo arabo. Un giovane signore lo comprò in fatto, il quale, chiesto in processo, confessò aver violato la tomba del proprio padre per tôrre quel poco denaro. Tutto quel tesoro fece Guglielmo sotterrare, poi corrervi sopra un fiume: ma Guglielmo il Buono riuscì miracolosamente a scoprirne il posto, ed ivi, in riconoscenza, fabbricò la magnifica badia di Monreale, dove ebbe la tomba, e che attesta la suntuosità e il progresso dell’arti sicule in quell’età.