Di Guglielmo non restando figli, l’eredità ricadeva in Costanza figlia postuma di Ruggero II e perciò sua zia[223]. Benchè di là dai trent’anni, il Barbarossa erasi affrettato a cercarla sposa per suo figlio Enrico; e l’inglese Gualtiero Ofamiglio, arcivescovo di Palermo, indusse il debole Guglielmo a consentirgliela. Costanza partì con più di cencinquanta cavalli carichi d’oro, argento, sciamiti, pallj grigi, vaj ed altre buone cose[224]; e le nozze furono celebrate in Milano con istraordinaria magnificenza, ma non colla benedizione dell’arcivescovo, che era papa Urbano III, reluttante da un connubio che saldava in Italia una famiglia ereditariamente avversa ai pontefici per la successione della contessa Matilde, e che li privava dell’appoggio avuto sin allora contro le esuberanze imperiali, e preparando l’unione anche di quella corona all’Impero, scassinava l’edifizio eretto dall’ardita perseveranza di Gregorio VII.
Guglielmo avea chiuso gli occhi fra i preparativi della terza crociata che dicemmo; ed essendo allora i feudatarj occupati oltremare, Enrico VI non potè mandar forze ad occupare violentemente il Regno; sicchè estremo disordine vi irruppe. Poco badando ad Enrico e Costanza lontani, chiunque teneva al lignaggio dei Normanni pretendeva una porzione di dominio, e se la disputavano[225]; nell’isola i baroni ripetevano il prisco diritto elettorale delle assemblee nazionali come in trono vacante; nella terraferma (solita peste) si amava il contrario per gelosia verso Palermo: l’arcivescovo Gualtiero sosteneva il diritto ereditario di Costanza, e il giuramento ad essa prestato in Lecce; Matteo d’Ajello, vicecancelliere, vecchione abile a condurre un partito, animava quei che repugnavano dal vedere la Sicilia, fatta indipendente pel valore de’ Normanni, or in piena pace cadere a re straniero e avverso, e negava che, come a feudo, potesse una donna succedere; i più aborrivano la dominazione tedesca, e lo storico Falcando ripeteva: — Dio vi guardi da cotesti armati di Germania, barbari, grossolani, stranieri ai costumi e alla civiltà vostra! Sotto il Tedesco, Sicilia più non sarebbe che una miserabile provincia, disgiunta dal suo sovrano, abbandonata alle espilazioni de’ suoi uffiziali. Già parmi vederla invasa da quelle orde portate dall’impeto a stremare col terrore, colla strage, colle rapine, colla lussuria, e far serva quella nobiltà di Corintj che pose anticamente nido nella Sicilia, indarno bella di filosofi e poeti tanti, e cui sarebbe tornato men grave il giogo degli antichi tiranni. Guaj a te, Aretusa, volta a tanta miseria, che mentre solevi modulare i carmi de’ poeti, or odi l’ebbrietà delle tedesche baruffe, e servi alle loro turpezze!»[226].
Come avviene quando l’autorità è sfasciata, la ciurma e gli arruffapopolo alzarono il capo; e poichè in tali occasioni vuolsi sempre qualche capro espiatorio, si buttarono sovra i Saracini. Per quanto tollerati, non poteasi sperar pace fra antichi padroni e nuovi, fra due religioni così repugnanti, l’una guardante a Marocco, l’altra a Roma. Gli Arabi aveano trescato nella minorità di Guglielmo, e Abu’l-Kassem degli Amaditi d’Africa s’era accordato cogli eunuchi di palazzo e coi baroni malcontenti per isvertare Stefano da Perche francese. Ora i Palermitani saccheggiarono le case de’ Saracini, e molti uccisero; gli altri a forza s’apersero la ritirata fino in val di Mazara, ove i centomila loro fratelli presero l’armi per vendicarli, nè chetarono finchè non ebbero promessa di sicurezza e de’ primitivi privilegi.
Quand’anche tali incendj nascono spontanei, v’è chi vi soffia, acciocchè la necessità dell’ordine costringa a prendere il partito che il primo scaltro suggerisce: e il partito or fu si convocasse il parlamento de’ baroni e si eleggesse un re.
Ruggero duca di Puglia, fratello maggiore del primo re di Sicilia, dalla figliuola di Roberto conte di Lecce avea generato Tancredi, e presto lasciatolo orfano. Guglielmo il Malvagio perseguitò questo bastardo, e prima in carcere, poi lo spinse in esiglio: l’altro Guglielmo l’accolse, gli affidò l’esercito contro la Grecia, e lo titolò conte di Lecce. Istrutto dalla sventura, prudente, educato alle matematiche, all’astrologia, alla musica, parve degno della corona e l’ottenne: la matrice di Palermo, specioso monumento di architettura moresca mista a normanna, e dove ancora si ammirano, benchè guaste dall’incendio del 1811, le tombe di porfido di quei re, risonò d’applausi alla coronazione di Tancredi e del suo figlioletto Ruggero; e fu riconosciuto pure da tutte le provincie di terraferma, e investito ben volentieri dal pontefice.
Di quel tempo i Crociati d’Inghilterra e di Francia, guidati dai loro re Ricardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, eransi data la posta a Messina, onde di conserva, dopo la svernata, passare in Terrasanta. Fiera burrasca gittò la flotta genovese sulle coste di Calabria, per modo che i Francesi, perduti cavalli e provvigioni, poveramente approdarono in Sicilia. Ricardo, di gente normanna e d’impaziente arditezza, quasi solo traversò a cavallo le montagne di Calabria, e si tragittò a Messina. La caccia era rigorosissimamente osservata in Inghilterra: non così in Sicilia: onde Ricardo, mentre a quella si divertiva, udito un falco stridire nell’abituro d’un villano, entrò per portarglielo via. I nostri, men chinati nella servilità, a pietre e bastoni respinsero il prepotente, che solo alla fuga dovette la salvezza.
A Tancredi dava noja l’arrivo di Filippo Augusto, alleato d’Enrico VI, e di Ricardo fratello della vedova di Guglielmo, da lui tenuta prigione. In fatto fu costretto rilasciar questa, restituendole la dote di ventiquattromila once d’oro; ma Ricardo pretendeva anche, come assegno vedovile, quantità di vasi d’oro e d’argento, un trono, due tripodi, e una tavola larga mezzo metro e lunga quattro, tutti d’oro, una tenda di damasco bastante a ducento cavalieri, inoltre cento galee provvigionate per un anno. Tanto era di ricchezze famosa la Sicilia! Ricusato, l’Inglese aggredì Messina; ma questa si difese a sassi, tanto che Ricardo dovette venire ad accordo, giurando pace e protezione, e fidanzando una figlia di Tancredi all’erede d’Inghilterra.
Enrico VI, coronato re dei Romani, per sostenere i minacciati suoi diritti venne in Italia (1191) coi feudatarj, che rovinatisi nella crociata, qui speravano rifarsi; e come suo padre fantasticando la dominazione universale, si prefiggeva di conquistare la Sicilia, farsi coronare a Roma, avere in arbitrio la Lombardia e la Toscana, sottomettere le coste d’Africa già tributarie ai Normanni, conquistare il trono di Costantinopoli, preda immancabile del primo occupante. Ma, non che gli bastassero forze a sì larghi disegni, dovea cercarne alle città lombarde col conceder loro la sua alleanza e sempre nuovi privilegi.
Coi soccorsi di esse e delle repubbliche marittime, calò verso Roma. Celestino III, sortito allora papa d’ottantacinque anni, procrastinava la propria consacrazione per non dovere coronare Enrico; onde i Romani offersero a questo di costringervelo, purchè egli abbandonasse alla loro vendetta Tusculo, contro di cui non aveano cessato mai l’odio, e di rado la guerra. Compiacque Enrico al fratricida desiderio (1191 — 13 aprile); unto il papa, Enrico e sua moglie dopo iterati giuramenti furono ricevuti in città. Entrati da porta Collina gettando denari al popolo perchè applaudisse, procedettero per Borgonuovo fin a Santa Maria Transpontina, donde il clero in processione li condusse al Vaticano. Precedeano il prefetto di Roma colla spada sguainata, il conte del sacro palazzo, i magistrati della repubblica, poi i giudici, i camerieri, l’imperatrice, i vescovi tedeschi e italiani, i principi e dignitarj dell’impero. Celestino stava sopra elevato trono in capo alla scalea di San Pietro, coi cardinali, vescovi e preti alla destra, i diaconi alla sinistra, e dietro i suddiaconi colla nobiltà romana e gli uffiziali di palazzo. Il re, scavalcato, andò al bacio del piede pontifizio, e ginocchione colla mano sul Vangelo giurogli fedeltà, e di soccorrerlo a mantenere i possessi, gli onori, i diritti. Il papa gli chiese tre volte se volesse rimanere in pace colla Chiesa, e mostrarsene figlio rispettoso; e avuto il sì, ripigliò: — Ed io ti ricevo come figlio diletto, e ti do la pace come Dio la diede a’ suoi discepoli», e lo baciò.
Allora mossero in processione; e alla porta Argentea esaminato sulla fede religiosa, l’imperatore ebbe il chiericato, promettendo riprovare gli eretici, ed assister poveri e pellegrini. Il cardinale d’Ostia unse Enrico al braccio destro e fra le spalle; il pontefice gli porse l’anello, la spada, lo scettro, e impose la corona d’oro a lui e alla moglie[227]. Poi si celebrò il santo sacrifizio, durante il quale si cantava vittoria e lunga vita al papa, all’imperatore, all’imperatrice; l’imperatore offrì pane, cera, oro, e ricevette l’eucaristia. Finita la messa, dal conte del palazzo gli furono posti gli stivaletti imperiali e gli sproni di san Maurizio; poi tenne la staffa del cavallo bianco del papa, e l’addestrò fin al Laterano: al pasto, sedette alla destra del pontefice, mentre l’imperatrice in separata sala convitava vescovi e grandi.