Non mancò lo spettacolo del sangue, poichè la guarnigione tedesca uscì di Tusculo, ed i Romani, senza udir prego nè pianto, uccisero, accecarono, mutilarono quegli abitanti, e disfecero il paese[228]. Alcuni poterono fuggire tra le montagne; altri, per amore del luogo natìo, si tennero vicino alla patria devastata sotto frascati, che poi dieder nome al paese che vi succedette.

Lasciato così deplorabile segno di sua presenza, Enrico con grosse armi, colle promesse, colla corruzione procede alla conquista; e contraddetto dal papa[229], ajutato dall’abate di Montecassino, prende e devasta Roma, e senza incontrare ostacoli arriva sotto Napoli e l’assedia. Questa, ristretta allora al quartiere che dalle falde di Sant’Elmo e di Capodimonte declina al mare, difesa da robusti spaldi e da buone truppe comandate dal prode Aligerno Cuttone, e col mare aperto, resiste: Pisani e Genovesi menano navi per secondare i Tedeschi, che intanto devastavano la campagna: ma le malattie puniscono gli invasori, sicchè Enrico è costretto tornare in Germania pensieroso più che pentito; Genovesi e Pisani cessano di caldeggiare un alleato infelice; i Salernitani arrestano Costanza e la consegnano a Tancredi, che la tiene prigioniera in Sicilia, finchè, ad istanza del papa, la restituì senza patti nè riscatto, fidando nella gratitudine.

Tancredi, che non avea saputo mostrarsi degno del diadema col difenderlo in persona, morì ben presto, ed essendogli premorto il primogenito (1194), non lasciava che il fanciullo Guglielmo III in tutela di sua moglie Sibilla d’Acerra, in mezzo a gare de’ baroni coi cavalieri, inviperite, lunghe, disastrose e a nulla conducenti. Era uscita alla peggio la crociata; e Filippo Augusto, sbarcato a Otranto, ebbe a Roma dal papa dispensa dal voto e la palma de’ pellegrini: anche il Cuor di Leone, dopo imprese da paladino, tornò in Europa travestito per isfuggire ai molti nemici; ma il duca d’Austria lo colse, e lo cedette all’imperatore (1192) per sessantamila marchi d’argento; e questi lo rivendette all’Inghilterra per centomila, oltre metà tanti per finire l’impresa di Sicilia[230].

Al fiuto di questa somma accorsero i baroni tedeschi ad offrirsi ad Enrico, che allestitosi, scese nella Lombardia. La trovava in nuovi subugli. I vescovi aveano perduto l’autorità temporale, nè i Comuni ancora assodata la propria in modo d’aver pace. I diversi ordini partecipavano diversamente al Governo, e secondo i varj paesi variavano le relazioni coi vicini, per modo che ogni città regolavasi con politica e leggi differenti, demolito l’antico, non istabilito il nuovo. Le leghe riuscivano meno a stabilir la concordia che ad impacciare la legge; i signori conservatisi indipendenti s’arrogavano diritti di sovranità; le città maggiori voleano sottomettere le vicine, ed eroismo era l’energia dell’odio. Che se tra quella confusione (del resto naturale ad ogni reggimento nuovo) alcuno ergevasi a metter ordine, sì il faceva con guise tiranniche.

Essendosi Enrico mostrato propizio a Pavia e Cremona (1194), permettendo a quella di valersi di tutte l’acque del Ticino, e a questa sottomettendo Crema, le due imbaldanzite eransi collegate con Lodi, Como, Bergamo e col marchese di Monferrato a’ danni di Milano; la quale nelle giornate campali riusciva superiore, è vero, ma trovavasi cinta di nemici, che le sperperavano le campagne e rompevano i commerci.

Enrico, raccolti gli stati a Vercelli, procurò instaurare la quiete; ma lontano e dalla politica e dalla forza del padre, scarsamente approdò; onde seguì sua via per Genova, anch’essa sovvertita da fazioni, da frequenti zuffe, da effimeri Governi, e che allora stava sotto al podestà Oberto di Olevano pavese. Ai Genovesi scrisse: — Se, ajutanti voi, io ricupero il Reame, mio sarà l’onore, vostro il profitto: giacchè non io od i Tedeschi miei vi soggiorneremo, ma voi stessi»; e seguiva confermando le esenzioni precedenti, e dando nuove giurisdizioni e privilegi, la città di Siracusa, ducencinquanta feudi in val di Noto: a Pisa parimenti concesse in feudo Gaeta, Mazara, Trapani, e metà di Palermo, Salerno, Napoli, Messina, oltre molti ingrandimenti in Toscana. Così largheggiando di promesse quanto meno intendeva mantenerle, ottenne soccorsi; poi entrato nel Reame, ebbe spontanee tutte le città, perfino quella Napoli, che poc’anzi si era con tanta costanza sostenuta. Salerno, sentendosi rea d’aver tradito l’imperatrice Costanza, si difese ostinata; ma presa, fu messa a sacco e ferro, neppur risparmiando le chiese, e i cittadini migliori impiccando, torturando, cacciando in prigione o in esiglio, sicchè la città, di famosa importanza sotto i Longobardi e i Normanni, più non risorse. Capua pure fu espugnata a forza da Guglielmo di Monferrato e da’ Genovesi e Pisani: Eraclea (Policora), patria di Zeusi, colonia fiorentissima in antico, fu distrutta: qualunque città esitasse a sottomettersi, era devastata senza pietà. In Sicilia sottoposte Messina e Palermo, l’imperatore, colla pompa che suggerisce la paura, fu incoronato, e tutta l’isola gli giurò obbedienza.

Con fallaci lusinghe aveva egli tratto Sibilla ed i figliuoli dal castello di Calatabelotta, dove s’erano fortificati coi loro fedeli; poi raccolti gli stati a Palermo, accusò lei e molti grandi di una congiura. Non la fondava che sopra una lettera consegnatagli (diceva) da un frate; ma bastò perchè quanti aveano tenuto col partito nazionale, laici od ecclesiastici, fossero mandati alla forca o al palo, accecati, arsi vivi, esposti alle beffe, relegati in Germania; re Guglielmo, toltogli il vedere e il generare, fu tenuto prigione finchè andò monaco; Sibilla e le figlie rapite in carcere, poi nella badia di Hohenbruck in Alsazia; turbate le ossa di Tancredi per istrappare il diadema a lui e al figlio Ruggero; bruciati quanti aveano contribuito alla loro coronazione.

Fu spenta così nel sangue la dinastia normanna, di cui i regnicoli ricordano ancora con compiacenza i tempi e le famose ricchezze. Re Tancredi avea dato ventimila oncie d’oro per dote di sua figlia; Arnaldo di Lubecca ci rammentò le tavole, i letti, le sedie d’oro nel palazzo di Palermo; Ruggero Hoveden fa trovare da Enrico nel tesoro di Salerno ducentomila oncie d’oro; e in quel di Palermo senza fine armi ricche, stoffe d’oro e d’argento, sete ricamate, altre preziosità, con cui potè far larghezza a’ suoi fedeli; eppure censessanta somieri vi vollero per trasportarne il resto nel castello di Trifels[231].

Con tirannia stolidamente feroce sottentrava la dinastia sveva, che mal per lei. Anche le città sottomessesi volontarie, furono trattate come conquista; Siracusa e la risorta Catania incendiate, senza riguardo a nobiltà o a grado; Napoli e Capua smantellate, e per le vie di questa trascinato a coda di cavallo, poi impeso pei piedi, indi strozzato da un buffone Ricardo conte d’Acerra, cognato di Tancredi, ultimo lustro dell’antica dinastia. Giordano e Margaritone, più ligi all’imperatore perchè un tempo avevano sguainato pe’ suoi nemici, inventavano delitti e trame, affine d’intitolar punizione la vendetta. Uno ch’erasi millantato di poter rendere la libertà e il trono a Sibilla, fu collocato sopra un seggio di fuoco, con corona di ferro rovente: massime su ecclesiastici e prelati s’infierì, e chi fu arso, chi scorticato, chi mutilo, chi mazzerato.

Non che mancare alle condizioni promesse a Genovesi e Pisani, Enrico li fraudò degli antichi privilegi, proibendo vi tenessero consoli, e proscrivendo tutti i negozianti forestieri. Del papa non si curò più che tanto, nè gli chiese l’investitura; onde questo l’avrebbe scomunicato, se nol tratteneva la naturale bontà, e la speranza che mantenesse la ripetuta promessa di crociarsi.