Dava fiducia di presti cambiamenti il non aver successori il re svevo; quando si annunziò che Costanza era feconda. Enrico volle venisse nel Reame, quasi per dare un re indigeno; e avendo essa partorito a Jesi, al bambino pose nome Federico Ruggero, come quello che univa i due sangui nobilissimi. I Ghibellini ne fecero galla; i Guelfi sparsero ogni sorta di dicerie su questo intempestivo natale[232]; ed Enrico ne prese baldanza a compiere il disegno del Barbarossa di far ereditario l’impero in sua casa, tanto più da che trovavasi favorito dalla vittoria e dai tesori della Sicilia.

Cominciò dal sistemare la media Italia in modo di tener soggetta tutta la penisola. Pertanto a Filippo, ultimo figlio del Barbarossa e che poi divenne duca di Svevia, diede in moglie Irene figlia d’Isacco Langelo imperatore di Costantinopoli, e vedova del primogenito di Tancredi; e in feudo la Toscana ed altri beni della contessa Matilde: a Markwaldo d’Anweiler suo siniscalco, e ministro delle crudeltà, infeudò la marca d’Ancona: a Corrado di Svevia quella di Spoleto usurpandola alla Chiesa con titolo di rintegrare le imperiali prerogative, e restringendo il papa a poco più che all’indocile Roma. Vedendosi riminacciato il giogo degli Svevi, le città guelfe di Lombardia, da lui poste al bando dell’Impero, rinnovarono a Borgo Sandonnino la Lega Lombarda (1193 — 13 giugno), alla quale diedero il nome Verona, Mantova, Modena, Faenza, Bologna, Reggio, Padova, Piacenza, Gravedona, oltre Crema, Brescia e Milano. Così i Guelfi perseveravano nell’assunto loro di campare Italia dalla straniera servitù.

E servitù veramente minacciava Enrico, avvicendando crudeltà e perfidie contro i nostri non solo ma anche contro i Tedeschi. Raccolti gli stati a Magonza, propose di rendere in sua casa ereditario l’Impero, al quale aggregherebbe Puglia, Calabria, Capua e Sicilia, rinunzierebbe alla pretensione regia sulle spoglie de’ vescovi e abati defunti, riconoscerebbe ereditarj i feudi anche nelle donne. A proposte sì lusinghiere ben cinquantadue principi aderirono: e per vero quel suo concetto potea tornar buono onde evitare le contestazioni che rinasceano tra le famiglie aspiranti alla corona della Germania, e ridur questa sotto leggi uniformi. Ma poteasi mai sperare v’assentisse il papa, il quale con ciò perdeva un preziosissimo diritto, e snaturava una dignità, attribuibile non alla nascita ma al merito personale? Poi a riuscirvi si voleva altro accorgimento politico, e carattere ben più stimabile che non l’avesse Enrico, il quale, mentre inorgogliva del tenersi come successore dei romani augusti, operava da inetto e crudele, scambiava per grandiosi disegni le velleità della sua ambizione; prometteva alle repubbliche privilegi, al papa di crociarsi, ai principi di favorirli, e a tutti perfidiava sfacciatamente; poi trovandosi impotente ai concetti, saltava in furore.

Il divisamento medesimo egli rivoltò in altra guisa, meditando cavare dalla nullità l’impero bisantino assalendolo come aveano fatto i predecessori, e sedutosi sul trono di Costantino, congiungere le due Chiese, e ridurre il papa alla docilità dei patriarchi orientali. A tal uopo, fingendo secondare la predicazione della crociata, tutto dispose per questa in Italia e in Germania, e un esercito mandò in Sicilia; ma in realtà non fece che raddoppiarvi le taglie, e supplizj di nuova invenzione, fin cinquecento nobili in un sol giorno facendo bruciare al piè del palazzo[233], quasi tenesse fitto il pensiero di sterminare tutti i Normanni; sicchè meritò il titolo che i Siciliani gli applicarono di Ciclopo. Indarno Costanza sua procurava mitigarlo, compatendo a quelli fra cui era nata e cresciuta, e ch’erano sua eredità; e di cui ella acquistò l’amore mentre governava, lui assente. Quand’egli fe mutilare Margaritone grand’ammiraglio, ella s’affiatò coi nemici dell’imperatore; i Palermitani uccisero molti Tedeschi, la sommossa scoppiò in diversi punti; e fra questi bollimenti Enrico fu côlto dalla morte a Messina (1197), di trentatre anni. In agonia assalito dal rimorso, largheggiò cogli ecclesiastici, offrì compensi a Ricardo cuor di Leone, alla Chiesa romana fece concessioni amplissime[234] confessandone la fin allora rinnegata supremazia.

Gl’Italiani spiegarono soprumana allegrezza di questa morte: ne gemettero i Tedeschi, e sparsero che sua moglie l’avesse attossicato per vendicare sul marito la patria, resa infelice da quella sciagurata conquista, che tanti altri mali dovea trarre sull’Italia. Costanza cercò far cessare in Sicilia il dominio militare e quei che chiamavansi costumi tedeschi, cioè la violenza e il ladroneccio[235]; allontanò l’odiato Markwaldo, che a stento fuggì la popolare vendetta: ma anch’essa morì ben presto (1198 — 27 8bre), lasciando solo un bambino, Federico Ruggero. Di quattro anni, odiato dai popoli, massime dagli Italiani che d’ogni parte insorgevano, insidiato dagli emuli e dagli stessi fedeli di suo padre che carpivano i brani del dominio, non trovò ricovero che sotto al manto del papa, che poi egli dovea faticarsi a stracciare.

CAPITOLO LXXXVII. Innocenzo III. Quarta crociata. L’impero latino in Oriente.

L’elezione de’ pontefici era stata da Nicola II ristretta nei cardinali, vescovi e preti; poi Alessandro III, il promotore della Lega Lombarda, ascrisse al sacro collegio i capi del clero romano (1179) formandone i cardinali diaconi, escluse gli altri ecclesiastici, ed ordinò che, per essere papa legittimo, convenisse ottenere i suffragi di due terzi de’ cardinali.

Colla nuova forma fu eletto Lucio III (1181), che sedette a Vellètri, poi a Verona[236], sfuggendo dalla plebe romana, irrequieta e riottosa tanto, che avea preso a sassi fin il cadavere del suo predecessore, e accecati quanti cherici colse nell’espugnato Tusculo. A Urbano III fu precipitata la morte (1185) dalla notizia della presa di Gerusalemme; alla cui ricuperazione (1187) s’applicò Gregorio VIII nel brevissimo suo regno. A Clemente III succedutogli riuscì alfine di conchiuder pace coi Romani, abbandonando alla loro vendetta Tivoli e Tusculo. Il nuovo pontefice Celestino III (1191) non aveva potuto impedire che Enrico VI disponesse dell’eredità della contessa Matilde, e assegnasse a’ suoi baroni molte terre della Romagna, e fino alle porte della città, lasciando a San Pietro soltanto la Campania, dove pure l’imperatore più era temuto che il papa[237].

Da Alessandro III in poi era dunque in calo l’autorità pontifizia, sicchè i cardinali sentirono la necessità d’affidarla a un robusto, qual fu Lotario (1198) dei Conti di Segni, col nome di Innocenzo III. Erudito se alcun n’era dell’età sua, in gioventù avea dettato Del disprezzo del mondo, e delle miserie dell’umana condizione, non come uno scettico che nauseato predica la vanità delle cose terrene senza por mente a quelle di sopra, ma elevando il cuore alle non peribili. Versò a lungo negli affari, alla prudenza del concepire aggiungendo la fermezza dell’effettuare e l’abilità del trovarne le guise.

Assunto pontefice nella vigorosa età di trentasette anni, del tesoro che trovò fe mettere in disparte una porzione per le emergenze imprevedute, il resto distribuì ai conventi di Roma; provvide agl’istituti di beneficenza; destinò ai poveri i doni offerti a san Pietro ed a’ suoi piedi, e la decima di tutti i suoi proventi; in una carestia mantenne ottomila poveri al giorno, oltre le distribuzioni per le case; molti riceveano quindici libbre di pane per settimana, alcuni presentavansi allo sparecchio per raccogliere i rilievi della sua mensa.