Di que’ giorni i pescatori ebbero a raccorre dal Tevere tre bambini gettati; e Innocenzo ne fu sì tocco, che stabilì provvedere a quest’infelici; onde rifabbricò ed estese l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, dotandolo lautamente, e stabilendo che in perpetuo, l’ottava dell’Epifania, il papa in solenne processione vi recasse il santo sudario, ed esortasse i Cristiani alla carità, dandone egli stesso esempio col distribuir pane, vino e carne a quanti vi assistevano. Millecinquecento malati vi dimoravano costantemente; ospitati i poveri d’ogni condizione e paese; ed anche ora annualmente vi sono raccolti ottocento esposti, di cui più di duemila vi stanno ordinariamente; e la spesa se ne calcola a centomila scudi l’anno.

A tanto fiore di carità univa una fervorosa devozione nel celebrare gli uffizj divini e nel predicare: i trattati e le omelie sue il mostrano versatissimo nelle sacre carte; compose diversi inni, e ancora si cantano dalla Chiesa il Veni, sancte Spiritus e lo Stabat mater.

A tali qualità di cristiano e di pontefice accoppiava quelle di principe; principe in ben miglior senso di cotesti altri suoi contemporanei. Amò Atene per le antiche glorie, Parigi per l’università, alla quale diede regole e privilegi; rifabbricò chiese, e fecele dipingere da Marchione d’Arezzo primo scultore e architetto dei tempi rinnovati, e da altri; crebbe e ornò San Pietro e il Laterano; e sulla piazza di Nerva fece alzar la torre dei Conti, meraviglia di quel tempo[238], e che gli è rinfacciata come una condiscendenza ai parenti, della cui grandezza in fatto fu tutt’altro che negligente.

Ne’ suoi Stati non affidava la giustizia che a persone di senno e bontà: profondo nelle leggi, ristabilì la consuetudine di presedere tre volte la settimana a una congregazione di cardinali, ove a tutti era dato portar quistioni. Credesi abbia istituito il processo in iscritto, per escludere il sospetto di frode, e attestare la regolarità degli atti; e fece abolire i giudizj di Dio[239]. A Roma allora recavansi in supremo appello tutte le cause di rilievo; e Innocenzo, assiduo ai concistorj ove le si dibattevano, spesso udiva le parti egli stesso in privato, esaminava gli atti, addolciva coi modi le sentenze ch’era obbligato portar contrarie. Ci rimangono di lui tremila ottocencinquantacinque lettere, la più parte di sua mano, e che dividendosi sopra quattordici anni (di quattro mancano), danno un medio di ducensettantacinque l’anno: e tanto credito ottennero, da divenire testo nelle università.

Tenace di memoria, esuberante d’erudizione, elevato nell’ideare, perseverante nell’eseguire, sagace nell’antivedere gli effetti, attingeva forza dagli ostacoli, rispondeva e operava pronto non precipitato, circospetto non oscillante, e sempre dopo consultati i cardinali; severo coi pertinaci, benevolo ai docili, propenso all’indulgenza e a credere il bene; degli ordinamenti che uscirono sotto il suo regno, nessuno fu derogato.

Colle idee di Gregorio VII egli sottentrava ai carichi che pesavano sopra un pontefice allora, quando non dovea soltanto curare la salute delle anime e l’interesse della cattolica verità, ma attendere al miglior governo della società cristiana e difendendo la libertà della Chiesa, vigilare agl’interessi dei popoli, e a mantenerli ne’ loro doveri come ne’ loro diritti. Assicurare la purezza dell’operare e del credere contro i simoniaci, eretici, re adulteri, impedire si accumulassero i benefizj, dare e rinnovare privilegi a conventi, a ordini, a chiese, e cassare i pregiudizievoli, introdur feste, proteggere i deboli contro prelati o capitoli prepotenti, pronunziare generali decisioni di fede, e risolvere dubbj e casi particolari, confermare o rivedere sentenze dei legati, far rispettare gli ordini de’ predecessori suoi, revocar quelli carpiti con frode, reprimere gli arbitrj dei re e dei baroni, raccomandar funzionarj o poveri preti, sancire convenzioni fra ecclesiastici, ribenedire scomunicati, canonizzare santi, tali e assai più erano gli uffizj che un pontefice estendeva a tutto il mondo. E Innocenzo con intima persuasione proclamava quest’autorità, stabilita nel cristianesimo per congiungere tutti coloro che lo professano, tutelare i diritti, determinare i doveri di tutti, far rispettata la legittimità dal suddito e dal principe, egualmente servi a Dio per la verità e la giustizia.

Prima raccomandazione a’ suoi legati era d’aver gli occhi e gli orecchi ai portamenti del clero, francheggiare la ragione, svellere gli abusi, comporre le differenze, frenare la cupidigia di guadagno. Anche di mezzo ai laici procurava estirpare gli scandali, introdurre usi che mettessero gravità ne’ modi; ordine nella vita, e tutelava il matrimonio contro i voluttuosi capricci de’ principi. Qui prescrive limiti all’usura, là disegna il vestire de’ laureati di Parigi o de’ cavalieri Teutonici; oggi ammonisce il clero milanese del come trattare i nunzj in viaggio, domani il doge di Venezia di ritirare un ordine troppo severo contro un privato; scrive ad alcuni principi perchè vigilino alla sicurezza delle strade, ad altri perchè non alterino le monete, o non aggravino i tributi, o non impongano nuovi pedaggi. Non una legge della Chiesa è violata, ch’e’ non la ripristini; non fatta un’ingiuria al debole, ch’e’ non ne chieda riparazione. Prende in tutela Federico II, Ladislao d’Ungheria, Enrico di Castiglia, l’infante d’Aragona, orfani reali: Gualtieri di Montpellier sbandito a lui ricorre; a lui le nazioni trafficanti per risolvere i loro piati. Pietro II d’Aragona, il re de’ Bulgari, lo stesso re d’Inghilterra non credettero meglio assicurare la propria corona che facendola vassalla della santa sede: i regni di Navarra, di Portogallo, di Scozia, d’Ungheria, di Danimarca si gloriavano di mettersi sotto l’alto dominio del papato.

Le basi del quale già eransi assodate; ogni nuovo pontefice v’avea recato una pietra, Innocenzo s’accingeva a porvi il colmo. Alla morale e alla dignità de’ prelati credeva, come Gregorio VII, fosse spediente render la Chiesa al possibile indipendente dalla podestà temporale. Cominciò dall’assicurare il dominio pontifizio in Roma, i cui eterni contrasti obbligavano a tener ristretto fra i sette colli lo sguardo che dovea girarsi su tutto il mondo. La nobiltà vi era cresciuta di baldanza fra le contrarie pretensioni dell’imperatore e del pontefice, parteggiando coll’uno o coll’altro secondo l’interesse.

La parte cesarea era rappresentata dal prefetto di Roma, investito dall’imperatore colla spada: poi dai tempi d’Arnaldo sussisteva un senato, la cui autorità era dal popolo stata ridotta in un solo, straniero, capo supremo della giustizia, del governo civile e della forza armata, centro insomma del governo, siccome altrove il podestà. Quando Clemente III ritornò in Roma, patteggiò col popolo confermando la dignità del senato, la città, la zecca; di questa però riservavasi un terzo, mediante il quale la chiesa di san Pietro e le chiese e vescovadi tassatisi per la guerra venissero anno per anno esonerati fin all’estinzione dell’obbligo assunto. Restituiva le regalie in città e fuori; egli difenderebbe i capitani e gli altri magistrati della città: i senatori giurerebbero annualmente fedeltà al papa; resterebbero alla romana Chiesa i possessi di Tusculo, in qualunque modo esso possa soggiogarsi, dando ogn’anno cento libbre dal ricavo di essi, onde restaurare le mura di Roma. Di rimpatto i senatori assicuravano pace e sicurezza al papa, ai vescovi, ai cardinali, a tutta la curia, e chi v’andava e dimorava. Il papa eleggerà dieci o più persone per ciascuna delle regioni della città, dalle quali i senatori faran giurare questa pace. Se occorra difendere il patrimonio di san Pietro, i Romani vi andranno colle spese consuete[240].

Tale era trovato il governo di Roma da Innocenzo. Il quale, conoscendo come alle repubbliche pregiudicassero queste ingerenze imperiali, risolse torle di mezzo; fe snidare i Tedeschi dai contorni di Roma, recuperando i castelli da loro presidiati; obbligò il prefetto a non prestar più all’imperatore l’omaggio ligio, ma ricevere da esso papa il manto, con giuramento di rinunziarvi ogniqualvolta ne fosse richiesto; il senatore ridusse ad esercitare la podestà, non più in nome del popolo, ma del papa.