Spenta così l’autorità regia in Roma, invitò gli abitanti della marca d’Ancona a cacciare il tedesco Markwaldo, «giacchè nessuna violenza può abolire i diritti»; onde Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia, Pesaro vennero all’obbedienza papale: altrettanto, espulso Corrado Moscaincervello, avvenne del contado di Spoleto, che abbracciava Rieti, Assisi, Foligno, Nocera; seguirono Perugia, Gubbio, Todi, Città di Castello, cosicchè i nostri esultarono di vedersi sbrattati da Tedeschi; e lo Stato della Chiesa non fu più soltanto un nome, ma diveniva una realtà.
Innocenzo bramava aggiungervi l’esarcato di Ravenna e i beni della contessa Matilde; ma poichè saldo li difendeva Filippo di Svevia, esso si diede a fomentare gli spiriti liberali de’ Toscani, spiacenti di durare in tirannia mentre i Lombardi s’erano assicurata la libertà. Inanimiti da esso a confederarsi al modo de’ Lombardi per tutelar le franchigie (1199), Firenze, Lucca, Volterra, Prato, Samminiato ed altre giurarono pace e lega, invitandovi tutti gli Stati e i liberi o nobili che vi volessero aderire, affine di vigilare all’osservanza della legge, combattere chiunque facesse guerra ad alcun collegato, rimetter pace se tra questi nascesse dissidio, obbligandosi a stare alla decisione di arbitri. I rettori s’adunerebbero sotto un priore per provvedere al meglio della Lega, la quale prometteva obbedirli: si punirebbero severamente i trasgressori. I consoli o podestà farebbero giurar essa Lega da tutti i loro cittadini; così i vescovi e conti da tutti i loro militi e pedoni, e dai loro figli. Non si riconoscerebbe imperatore, o legato o nunzio d’imperatore o principe, duca o marchese, senza speciale assenso della Chiesa romana. A questa si assisterebbe affinchè recuperasse i beni, purchè non fosse contro qualche membro della Lega. Se il papa e i cardinali non adempissero i loro obblighi verso questa, la Chiesa se ne terrebbe esclusa[241].
Ma Pisa, Pistoja, Poggibonsi mantenevansi coll’Impero, sicchè, scissa la Toscana in due, cominciò a divulgarsi ivi pure la qualificazione di guelfo e ghibellino.
Gente raffinata come vedemmo essere i Siciliani, e che cominciava in sua favella a far intendere i suoni della nuova poesia, considerava per barbari i Tedeschi. Enrico VI, accortosi d’avere preparato cattivo letto al suo fanciullo Federico, morendo il raccomandò al papa. Accettò questi; ma oltre volere che n’uscissero le truppe tedesche, scopo all’ira popolare, pose per patto alcune modificazioni nei quattro capitoli della monarchia, ed erano che i vescovi fossero eletti canonicamente, e i re li confermassero; a ciascun ecclesiastico siciliano fosse permesso appellarsi a Roma; il papa potesse deputare legati nell’isola: di rimpatto riduceva il censo a mille schifati. Costanza non seppe ricusare; e anch’essa, quando morì (1198), lasciò la tutela di Federico ad Innocenzo, colla provvigione di trentamila tarì (lire 80,000).
Innocenzo gli diede per aji gli arcivescovi di Palermo, Monreale e Capua, e tosto spedì un legato che traesse a sè il governo; onde nelle stesse mani trovandosi il potere ecclesiastico e il civile, ogni contestazione restava tolta di mezzo. I baroni del Regno sel recavano in sinistra parte; e il duca Markwaldo, che, espulso di Romagna, erasi ridotto nel suo contado di Molise, erettosi capo della parzialità imperiale, pretese alla tutela del giovane re, come via di farsi indipendente, assediò San Germano, e ajutato dai Pisani sbarcò in Sicilia. Lo favorirono i Siciliani, paurosi d’una persecuzione; ma mentre i nobili, tenendo coi Ghibellini, avvicendavano arroganza e viltà, il popolo esecrava i Tedeschi a segno, che nè tampoco i pellegrini di questa nazione potevano traversare impunemente il Reame per andare in Terrasanta.
Gualtieri conte di Brienne, francese povero ma di gran valore e nobiltà, avea sposato la primogenita del re Tancredi, che era stata messa in libertà per istanza del papa; e ridomandava Taranto e Lecce, che i figli di Tancredi si erano riservati nel cedere il diritto ereditario alla corona. Venne egli a Roma con Sibilla e colla moglie; e il papa, lieto d’aversi un tal vassallo, lo sostenne, sicchè egli, messi insieme sessanta Francesi, mille lire tornesi, e cinquecento oncie d’oro dategli dal papa, riportò nel Reame molte vittorie; ma Gualtieri Paliario, arcivescovo di Palermo ed arcicancelliere del regno, che tramestava la Sicilia a suo talento, e dava e toglieva contadi e feudi, vi oppose proteste e forza. Innocenzo scomunicollo, ma per conservare integro il patrimonio al suo pupillo fu costretto ricorrere alle armi: la fortuna de’ combattimenti si bilicò, ma alfine arrise a Markwaldo, che avendo in mano Federico, e spargendo voce ch’e’ fosse un parto supposto[242], tenne suddita la Sicilia, e faceasene re ove non l’avesse rattenuto paura del conte di Brienne. Nel farsi operar della pietra morì (1201), ma Capperone continuò la parte di lui, sempre opponendosegli il conte di Brienne, il quale però, sebbene vantasse che Tedeschi armati non avrebbero tampoco osato affrontare Francesi disarmati, fu sorpreso e imprigionato all’assedio del castello di Sarno, e morì di ferite. Delle turbolenze siciliane vollero profittare i Pisani per occupare Siracusa: ma i Genovesi, perpetui avversarj di essi, accorsero, ne trucidarono quanti vollero, e posero in quella città chi la governasse a nome loro. Finalmente il pontefice trionfò dappertutto, ristabilì le città nelle antiche franchigie, e da Federico ottenne il contado di Sora per suo fratello Ricardo, principale autore di quelle vittorie.
Qui i parziali interessi cedono a fronte della crociata, interesse generale non solo pel pio intento, ma pei tanti Europei che eransi piantati nell’Asia, fondando colonie, scali di commercio, principati, e confidandosi sugli ajuti promessi dai fratelli d’Europa. Dicemmo dello sgomento propagatosi allorchè Gerusalemme ricadde ai Musulmani: ma quando il gran Saladino, glorioso di quel trionfo, morì (1193), diciassette suoi figli si disputarono il dominio, onde il vigoroso regno degli Ajubiti si disciolse in piena anarchia. Innocenzo III credette caduto con quello l’antemurale dell’islam, e opportunissimo l’istante di ricuperare la santa città, sicchè bandì la croce: Enrico VI la prese, poi, fallendo alla promessa, si valse dell’esercito nelle sue gare private, e lasciò che altri principi andassero in Palestina (1195), ove Malek Adel, fratello di Saladino, li fece mal capitati.
Innocenzo, come voleva il perfezionamento della Chiesa per mezzo della morale e dell’indipendenza, così s’infervorò al ricupero della santa città; proibì gli spettacoli e tornei per cinque anni, mandò a raccattare denaro per tutta cristianità, egli stesso fece fondere il suo vasellame d’oro e d’argento, riducendosi ad argilla e legno. Folco curato di Neuilly predicò per Francia la crociata, e moltissimi baroni e prelati gli ascoltarono, all’impresa non accettandosi la turba, ma solo gente disciplinata. Spedirono essi ambasciadori a Venezia per chiederle navi da trasporto e ajuti: ma mentre i papi e gli altri popoli lanciavansi a quell’impresa (1198) con impeto devoto e pio disinteresse, le repubbliche nostre marittime vi scorgeano occasioni di guadagno, e opportunità di fondar banchi e scali e prevalere agli emuli; anzi non si faceano scrupolo di somministrar navi, arredi e piloti a que’ Saracini, contro cui la cristianità combatteva. Già in molte città della Siria e della Grecia teneano colonie, regolate colle patrie leggi; ma il contatto coi Greci avea portato ai Veneziani disgusti e sanguinose animadversioni. Sentendosi cresciuti in forze dacchè i Latini dominavano nel Levante, cessarono gli antichi riguardi verso gl’imperatori; dicemmo come gli osteggiassero, e covavano sempre il desiderio di umiliare i Greci sprezzati, e insieme di distruggere i banchi che quelli aveano concesso ai Pisani.
A Venezia soleano prendere imbarco i pellegrini per Terrasanta, ai quali restava permesso vagare per la città con croci e gonfaloni; e alcuni uffiziali, detti Tolomazzi, erano eletti al solo uopo di assisterli e consigliarli nell’acquistare il bisognevole pel viaggio e pattuire i noli; i signori di notte decidevano sommariamente le cause e querele loro; e il pellegrino alle processioni poteva intervenire appajato ad un patrizio, che gli cedeva la destra e gli regalava il cero. Ma questa volta non vi vennero solo devoti palmieri, bensì ambasciatori della più alta baronia di Francia.
Sedeva allora doge Enrico Dandolo (1201), che colle armi e coi maneggi avea sempre sostenuto la gloria nazionale, nè languiva benchè nonagenario. Personalmente era stato offeso dall’imperatore di Costantinopoli, e quasi accecato, sicchè dovette accogliere volonteroso l’occasione di vendicarsi con un’impresa che tornerebbe di onore e vantaggio della patria. Convocato il popolo in San Marco, dopo la messa dello Spirito Santo si levò ed espose: — I baroni francesi chiedono a voi, popolo veneziano, navi per trasportare quattromilacinquecento cavalli, ventimila fanti e provvigioni per nove mesi. Noi domandammo per compenso ottantacinquemila marchi (4,250,000 lire). Inoltre, se a voi piaccia, la Repubblica armerà cinquanta galee, purchè le sia ceduta metà delle conquiste che si faranno. Piace a voi, popolo veneziano, la proposta e il patto?» I messi francesi in ginocchione tendeano le mani supplichevoli ripetendo la domanda, persuasi che i soli potenti fossero i Veneziani sul mare, i Franchi per terra; e giuravano sulle armi e sul vangelo di mantenere le convenzioni.