Il popolo a gran voci applaudiva al trattato, e più crebbe il fervore quando il doge dal pulpito soggiunse a’ suoi: — Voi siete accompagnati alla miglior gente del mondo, e per la più nobile impresa che mai alcun popolo assumesse. Vecchio son io e fiaccato, e avrei mestieri di riposo e di pensare alla fine del mio corso: ma vedo che nessuno vi potrebbe regolare come io vostro capo. E però, se volete che io pigli la croce per custodirvi e governarvi, e in luogo mio lasci i miei figliuoli a guardia della patria, io verrò a vivere e morire con voi e coi pellegrini». Tutti ad una voce gridarono Si faccia, Dio lo vuole; egli attaccossi la croce al corno ducale; e inteneriti si mischiavano in abbracci i baroni francesi coi veneti negozianti[243].

La gelosia fe stare inoperose Pisa e Genova, tanto più che esse si faceano guerra accannita, dalla quale tentò invano distorle il papa: però Lombardi e Piemontesi vi vennero, fra cui Sicardo vescovo di Cremona, che nella sua storia ci descrisse questi fatti; e capo della spedizione fu eletto Bonifazio II marchese di Monferrato, fratello del prode Corrado marchese di Tiro. Da Francia, da Borgogna, da Fiandra accorrevano cavalieri a Venezia, dove trovarono arredati i navigli; ma altri imbarcaronsi altrove, con pregiudizio proprio dell’impresa. Imperocchè vennero a mancare i denari onde pagare il noleggio ai Veneziani, benchè giojelli e vasi fossero convertiti in zecchini, dando tutto fuorchè i cavalli e l’armi, e confidandosi nella Provvidenza. Pertanto il doge disse: — Ebbene, noi rimetteremo questo debito ai Crociati, purchè ci ajutino a riprendere Zara, sottrattasi a noi per darsi al re d’Ungheria». Molti faceansi coscienza del voltare contro Cristiani l’armi giurate contro Infedeli; più si oppose il papa, sul riflesso che quel re, avendo anch’egli preso la croce, restava protetto dalla tregua di Dio: ma il doge non vi badò, con grave scandalo de’ Settentrionali avvezzi a sottoporre interessi e calcoli al volere pontifizio.

Salpata la più bella flotta che mai avesse veleggiato l’Adriatico, prendono Trieste, spezzano le catene del porto di Zara; ma qui pullulano fiere discordie fra i Crociati, che si uccidono gli uni gli altri, e il papa disapprovando l’impresa, ordina di restituire il bottino, e far penitenza e riparazione: e poichè i Veneti in quella vece diroccano le mura, li scomunica, senza per questo disobbligarli dal voto, mentre ribenedice i Francesi che mandarono a scusarsi, ed ordina che, senza volgersi a destra nè a sinistra, passino in Siria.

Frattanto gravi accidenti complicavano l’intento della spedizione. Benchè gl’imperatori bisantini dominassero sempre su molta parte dell’Italia, noi reputammo alieno dal nostro soggetto il seguirne la serie e i fatti. Del resto il lettore che si ricorda degli ultimi tempi di Roma imperiale può figurare vi continuasse quel sistema di serraglio, con regnanti dappoco, favoriti onnipotenti, da null’altro temperati che da frequenti rivoluzioni, per cui un intrigo di palazzo cambiava o gli imperatori o i ministri; e Costantinopoli vi applaudiva, e tutto l’Impero non facea che mutare il nome di quello a cui obbedire. In quella Chiesa non vi era stato l’antagonismo col Governo; e sottomessa com’era, non potè impedire la corruzione del potere, che a vicenda era trascinato negli errori dell’autorità che aveva a sè riunita. Intanto assalti sempre più stringenti di nemici esterni; intanto le coscienze turbate dalla regia pretensione d’interporsi ai dogmi e ai riti; intanto una letteratura, non ancor rimestata da stranieri, eppure impotente, che degl’insigni classici non sapea valersi se non per commentarli, e la lingua più bella e forbita adoperava soltanto a trastulli senili e a sofistiche controversie.

Questo quadro tengano sott’occhio coloro che non hanno se non vilipendio pei paesi invasi da Barbari, e rimpianto per la dominazione romana schiantata dall’Italia. Qualche nuovo vigore parve recare su quel trono d’orpello la famiglia Comneno, di cui era quell’Alessio che vedemmo barcollante amico e coperto nemico dei Crociati: e per poco ch’e’ valesse, nessuno l’eguagliò de’ suoi successori. Giovanni Comneno (1118) menò per ventiquattro anni guerre felici. A Manuele (1143), succedutogli con spiriti cavallereschi più che prudenza a dirigerli, Ruggero II di Sicilia portò l’assalto che dicemmo, in cui desolò le coste del Jonio, espugnò Tebe e Corinto, menando via quanto di meglio trovò d’uomini robusti, di belle donne, d’abili operaj. Manuele divisò allora snidare i Normanni d’Italia (1155), e in fatto i suoi presero Bari e Brindisi: ma ben presto seguì la pace.

Alessio II suo figliuolo gli succedette (1180), reggente la madre Maria d’Antiochia; ma questa affidavasi tutta al protosebaste Alessio nipote di Manuele, scandolezzando e scontentando la Corte, sicchè fu tramato a favore di Andronico Comneno. Costui, tenuto prigione dodici anni, fuggì, e dopo romanzesche avventure perdonato, osteggiò di continuo il protosebaste; e dal patriarca eccitato a liberare la patria, si mosse raccogliendo gli scontenti. Appena compare a Calcedonia, il popolo lo acclama reggente (1183); ed egli fa accecare Alessio, trucidare senza distinzione quanti Latini coglie in Costantinopoli, avvelenare Maria sorella dell’imperatore e il marito di lei marchese di Monferrato, strangolare l’imperatrice madre; e così cacciatosi addosso la porpora, la conservò, e viepeggio quando Guglielmo II di Sicilia, aspirando alla conquista dell’Impero, prese Durazzo e Tessalonica, e marciò sopra Costantinopoli.

Vittima designata dal tiranno era Isacco Langelo, cittadino di molto seguito: ma questi uccide il carnefice, rifugge in Santa Sofia, e dal popolo tumultuante è, mal suo grado, proclamato imperatore (1185). Andronico, abbandonato al furore del popolo, fu per più giorni tratto a strapazzo, in fine appiccato per li piedi in teatro, rinnovando le scene che erano famigliari alla Roma del Basso Impero. Con questo vecchio di settantacinque anni terminò la stirpe dei Comneni.

Femminesco di vita e inetto di mente, Isacco abbandonava le cure a ministri indegni; ebbe contese con Federico Barbarossa, a cui danno (1195) sollecitò le repubbliche lombarde: poi da Alessio fratel suo fu deposto, accecato e messo in carcere col figlio. Questi, Alessio anch’egli di nome, riuscì a fuggire presso Filippo di Svevia suo cognato, appunto allorchè più in Europa caldeggiavasi la crociata; e poichè de’ cavalieri armati in questa era divisa il difendere l’innocenza, raddrizzare i torti, sostenere gli oppressi, andò invocare il loro braccio, proponendo assalissero Costantinopoli, e rimettessero in trono lui, che gli avrebbe poi d’ogni sua possa ajutati alla santa impresa. Invano altri insinuava che non per ciò aveano impugnato le armi, che i Greci non moveano lamento contro l’usurpatore, che gl’imperatori s’erano pôrti scarsamente favorevoli ai Crociati: gli scaltri trovavano miglior conto nel guerreggiare Costantinopoli, più vicina e più ricca; a molti sapea di meritorio l’assalire gente scismatica; presa Costantinopoli, diverrebbe la base della spedizione contro Gerusalemme. Si narrò che Malek Adel facesse vendere i beni del clero cristiano in Egitto, e col ricavo comprasse fautori in Venezia, promettendo alla repubblica ogni agevolezza di traffici in Alessandria se stornasse la spedizione dalla Siria: del resto, occorrevano altri stimoli ai Veneziani per volere vendicarsi degli imperatori, e schiantare i banchi fondati in Grecia dai Pisani?

L’imperatore bisantino, non meno fiacco del predecessore, angariava e anneghittiva; vendeva la giustizia per rifarsi dello speso nell’usurpazione; e mentre Bulgari e Turchi straziavano i confini, dentro lasciavasi governare dalla moglie Eufrosina. Quando Enrico VI professava voler rinnovare l’antico impero romano, e frattanto gli ridomandava le provincie fra Durazzo e Tessalonica, o per equivalente cinquanta quintali annui d’oro, Alessio non allestì resistenza, ma mercanteggiò facendolo accontentare di sedici, per adunare i quali spogliò le chiese e fin le tombe degl’imperatori: ma la tempestiva morte di Enrico lo assolse dal tributo tedesco. All’addensarsi della nuova procella, ricorse al papa acciocchè non permettesse di così snaturare la santa impresa: nulla però prometteva a vantaggio della crociata, nè di quel che tanto ai papi stava a cuore, la riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Pure Innocenzo III, che metteva la giustizia innanzi a tutto, interdisse l’impresa ai crociati; i quali litigando pel sì e pel no, si logoravano a vicenda. Ma il sì prevalse, ed Alessio figlio d’Isacco Langelo fu salutato imperatore (1203), e colla sua presenza infervorò la spedizione.

L’armata fece testa a Corfù, donde veleggiò sopra Costantinopoli; e trenta migliaja d’uomini accinti a conquistare un impero di molti milioni, la vigilia di san Giovanni gettarono l’àncora sulla costa asiatica, tre miglia dalla capitale. Quivi all’attonito loro sguardo spiegossi l’impareggiabile bellezza della Propontide, colla vegetazione rigogliosa, i frutti succulenti, le dolci uve, ridondante pescagione, limpidi ruscelli, freschi bagni, canti di rosignuoli, e tutta la pompa che nella vigorosa sua maestà spiegava l’estate. Sopra le onde increspate da leni zefiri, l’occhio scorreva verso le rive ammantate di fiori, e sui giardini e le campagne ridenti di laureti e olezzanti di perpetui rosaj, e sulle ville e le case cittadine, che all’ombra de’ platani e dei cipressi dalle falde lambite dal mare ascendono fino in vetta alle colline che contornano l’orizzonte.