Fra tante bellezze, come la luna fra le stelle, pompeggiava Costantinopoli, serpeggiante per immenso spazio sulle sette colline, cinta d’elevate mura, con trecentottantasei torri, e chiese e conventi senza numero, raddoppiati dal riflesso delle onde, che parevano baciarle il piede come servi, o fremere come difensori minacciosi. Ai Crociati, non che parole a descrivere, appena bastavano i sensi per ammirare quel porto immenso di due mari: diamante che scintilla tra il zaffiro delle onde e lo smeraldo delle campagne; il soggiorno più bello dell’uomo per comodi e sicurezza, emulo di Roma per dignità, di Gerusalemme per reliquie e santuarj, di Babilonia per vastità.

L’imperatore aveva lasciato per avarizia ridurre allo stremo l’esercito e la flotta; e mal si difendea col braccio de’ Varanghi, mercenarj settentrionali, coll’assistenza de’ Pisani, e col fuoco greco, liquido combustibile che parve inventato per prolungare l’agonia di quell’impero, e che con esso perì. I nostri, spezzate le catene del porto, prendono Galata (17 luglio), e danno l’assalto: Enrico Dandolo, sulle spalle de’ suoi si fa mettere a terra col vessillo di san Marco, che ben presto sventola sopra una torre, e Costantinopoli è presa.

Alessio fuggì per nave, abbandonando ogni cosa, bestemmiato da quelli che jeri l’incensavano: suo fratello Isacco dalla prigione è portato al trono, compianto dei mali suoi or che sono cessati. A lui si presentano i messi dei Crociati imponendogli, — Ratificate la promessa fatta da vostro figlio di darci ducentomila marchi, vitto per un anno, ed ogni ajuto per la guerra santa»; ed egli deve accettare, solo pregandoli di tenersi accampati a Gàlata, cioè sul lido opposto.

Quel subito mutamento, quel vedersi risparmiate le battaglie temute, portavano al colmo il tripudio dei nostri, che forniti d’ogni abbondanza, ammiravano tante magnificenze, e più di tutto le reliquie, di cui era una devota profusione. Il nuovo imperatore, coronato fra il corteggio dei baroni, pompa inusata agli augusti orientali, pagò parte della promessa somma; e se le cose fossero procedute da buon a buono, forse era il momento di svecchiare l’Impero, rimettendolo nell’alleanza cattolica, a parte della comune impresa, e d’accordo respingere il nemico di tutta la cristianità.

Cavallerescamente i baroni mandarono araldi ad annunziare il loro arrivo al sultano del Cairo e di Damasco, in nome di Cristo, dell’imperatore di Costantinopoli, de’ principi e signori d’Occidente; informarono anche il papa e i principi cristiani del prospero successo, invitandoli a parteciparvi; ma il papa rispose rimproveri, e negò benedirli; solo accettò le scuse di Alessio Langelo, esortandolo a mantenere le promesse.

E le promesse erano di dar denari, e ricongiungere la Chiesa greca colla latina. Per la prima Alessio si gettò in rovina, spogliando fin le chiese; per l’altra obbligò i suoi ad abjurare lo scisma, ed i Crociati non risparmiarono la forza contro i renitenti. Così egli venne a procacciarsi l’odio dei sudditi, portato al colmo da un incendio che per otto giorni guastò Costantinopoli, e che s’imputò a questi stranieri. Alessio dunque supplicava i Crociati: — Non partite, altrimenti io soccomberò alle rivolte, e l’eresia risorgerà; aspettate la primavera; intanto io vi fornirò d’ogni bisogno».

Ma convivendo coi nostri, scapitava nella loro riverenza; e talvolta qualche nicoletto veneto, toltogli il gemmato diadema, gli sostituiva il suo berretto. Ne fremevano i Greci, ne ingelosiva il cieco Isacco: e Alessio, sentendo non poter fare gran conto sopra i Latini, nè i monaci e astrologi di cui si cingeva sapendo dargli buoni consigli, alle ribellioni non conosceva rimedj migliori che trasportare dall’ippodromo al suo palazzo il cignale caledonio, simbolo del popolo furioso, come il popolo abbatteva una statua di Minerva, accagionata delle presenti sventure.

Ecco intanto da Palestina messi in gramaglia (1204), narrando come i Crociati di Fiandra e di Champagne, che con molti Inglesi e Bretoni, spiccatisi dall’esercito a Zara, erano sbarcati in Siria ed unitisi al principe di Armenia, fossero stati dai Musulmani sorpresi e sbarattati; fame e peste desolassero il paese, e a Tolemaide si sepellissero duemila cadaveri in un giorno. I Crociati allora, risoluti d’avacciare l’impresa, sollecitavano i sussidj promessi: ma i due imperatori, che non osavano mostrarsi all’aperta per non ammutinare il popolo, mascherano la paura col rispondere insolentemente; gli animi si esacerbano; i Latini s’accingono a prendere un’altra volta Costantinopoli. I Greci attentano alla flotta veneziana, e diciassette battelli incendiarj lanciano nottetempo contro di essa, e già dalle mura applaudiscono al fuoco che s’avanza contro i Latini: ma questi riescono a sviarlo, e infelloniti alla vendetta, più non badano a proteste del loro creato. Murzuflo, scaltro sommovitore, che fingendosi amico a tutti, tutti ingannava, sparge che i Langeli vogliano consegnare Costantinopoli ai Latini; onde il popolo, che suol essere più feroce quando ha maggior paura, a gran voci chiede un nuovo imperatore; Alessio IV è strangolato, Isacco muor di spavento e crepacuore, e Murzuflo è portato trionfalmente in Santa Sofia.

Il doge e i baroni latini, che poc’anzi si svelenivano contro i due imperatori, or giurano vendicare que’ loro creati, e assaltano Murzuflo. Costui non mancava del valore che dee avere un capopopolo, e colla spada e la mazza ferrata scorreva, rattizzando col proprio il coraggio de’ Greci; tentò di nuovo incendiare e sorprendere i Latini; ma quando cadde in man di questi lo stendardo di Maria Vergine, i Greci si credettero abbandonati dalla loro tutrice, e si chiusero nella capitale. Quivi giorno e notte centomila uomini lavoravano ad allestire difese, e i Crociati sentivano la difficoltà di espugnare una piazza sì mirabilmente situata. Pure raccolti a parlamento, deliberarono: — Non cesseremo finchè non sia deposto Murzuflo; gli sostituiremo un imperatore latino, che possieda un quarto delle conquiste; il resto sarà diviso fra Veneziani e Franchi, e determinati i diritti feudali degli imperatori, dei sudditi, de’ grandi e de’ piccoli vassalli».

Mossi poi all’assalto dalla banda di mare, superano le bastite, Murzuflo fugge, e Costantinopoli è presa un’altra volta. Chi sarìa bastato a tenere a freno quella moltitudine, lieta d’aver conseguito una preda sì lungamente appetita? Non onestà, non santità di chiese o di tombe fu rispettata: una meretrice assidevasi sulla cattedra di Santa Sofia; muli straccarichi di spoglie, feriti insanguinavano gli altari; v’era intanto chi vestiva gli strascicanti abiti de’ Greci, e bardava i cavalli coi berretti di tela e coi cordoni di seta degli Orientali; e scorrevano le vie, in luogo di spade brandendo calamaj e carta per beffare la imbelle dottrina de’ Greci, ed esclamavano: — Da che mondo è mondo, mai non fu visto più pingue bottino».