Le spoglie, che doveano mettersi in comune (e furono appiccati molti che ne distrassero), sommarono a cinquecentomila marchi d’argento (24 milioni), dopo due incendj, dopo il molto trafugare, dopo messo in disparte un quarto pel futuro imperatore, e compensati i Veneziani del noleggio; ond’è poco il valutarle cinquanta milioni: e se si fosse ceduta la preda ai Veneziani, com’essi proponeano, ne avrebbero ricavato di più e con minori sevizie. Il bottino fu distribuito in tal proporzione, che un cavaliere toccasse quanto due uomini a cavallo, uno a cavallo quanto due fanti. I monumenti, onde Costantino e i successori avevano arricchita la città, andarono guasti o predati[244]; non men che l’oro e i tappeti, avidamente erano rubate le reliquie, con frodi e violenze e fin sangue; e il mondo se n’empì. Dopo di che i Crociati celebrarono divotamente la Pasqua.
A sei elettori veneziani e altrettanti ecclesiastici francesi fu affidata la scelta d’un imperatore. Candidati Enrico Dandolo, il marchese di Monferrato e Baldovino di Fiandra: il Dandolo alla signoria d’una città vinta preferì rimaner capo della gloriosa conquistatrice, come nessun antico Romano avrebbe voluto cessare d’esser cittadino per divenir re di Cartagine. D’altra parte i Veneziani s’adombrerebbero del vedere il loro doge a capo del grande Impero: chi gli assicurava che la cosa non passerebbe in esempio? e non potrebbe la loro patria diventare colonia all’Impero? Perciò il Dandolo ricusò la corona; e la gelosia de’ Veneziani per l’ingrandimento del signore del Monferrato li fece favorire Baldovino, che fu acclamato. Feste all’occidentale e cantici latini nelle chiese celebrarono il nuovo imperatore, cui il legato pontifizio indossò la porpora, e, secondo il costume, gli fu offerto un vaso pieno d’ossa e polvere, e dato fuoco ad un fiocco di bambage, per rammentare come passa la gloria del mondo.
Questo colpo, che già avea dato per lo desiderio ai primi Crociati, era un trionfo del papato, sebbene fatto contro sua voglia. Baldovino assunse il titolo di cavaliere della santa Sede; ad Innocenzo III annunziava essere stata sottomessa una nuova gente al pontefice, e l’invitava venisse a godere di quella vittoria; il marchese di Monferrato protestavasi disposto a tornare o morir colà, secondo i cenni del papa; il doge implorò d’essere assolto di quella conquista, a scusa adducendo l’essere Costantinopoli scala necessaria per Gerusalemme. Innocenzo, amante d’una politica netta ed evidente, volea la guerra contro l’islam, non già che a redimere l’Oriente si cominciasse coll’impadronirsene; onde, non valutando il vantaggio della santa Sede, li rimproverava d’aver preferito le utilità terrene alle celesti; della licenza militare e delle violate cose sacre chiedessero a Dio perdonanza, e la meritassero collo adempiere al voto di liberar Terrasanta: nella quale fiducia ribenedisse gl’interdetti, congratulatosi coi vescovi del castigo toccato all’ostinazione dei Greci, e invitava altri a partecipare alle glorie ed alle nuove fatiche.
Secondo il convenuto, Baldovino ebbe un quarto dell’impero greco, Venezia tre degli otto quartieri della città, e un quarto e mezzo dell’impero, cioè la più parte del Peloponneso, le isole dell’Arcipelago, Egina, Corcira, la costa orientale dell’Adriatico, quella della Propontide e del Ponto Eusino, le rive dell’Ebro e del Varda, le terre marittime della Tessaglia, e le città di Cipsede, Didimotica, Adrianopoli, insomma sette in ottomila leghe quadrate di dominio con sette in otto milioni di sudditi e una catena di banchi lungo la marina da Ragusi fino al mar Nero. I Franchi sortirono la Bitinia, la Tracia, la Tessalonica, la Grecia dalle Termopile al Sunnio, e le maggiori isole dell’Arcipelago: i paesi di là dal Bosforo e Candia furono attribuiti al marchese di Monferrato, il quale poi fu coronato re di Tessaglia, e assediata Napoli di Malvasìa e Corinto tenute ancora dall’usurpatore Alessio, prese questo colla famiglia e il mandò per Genova nel Monferrato, ma poi combattendo gl’infedeli perdè la vita. Anche le chiese di Costantinopoli furono ripartite fra Veneziani e Francesi, ed assunto a patriarca Tommaso Morosini. Splendidissima vittoria, ma poco sicura.
Concitate le fantasie da questi rapidi acquisti, già i baroni figuravansi regni e ducati sulle rive dell’Oronte e dell Eufrate, mentre altri convertivano il bottino in comperare feudi nell’impero conquistato e non ancora ben soggetto. Tornarono da Palestina quei che vi si erano affrettati; accorsero nuovi Crociati dall’Occidente[245]; accorsero Templari e Spedalieri, dove erano imprese facili e lucrose: talchè in ogni parte formavansi Stati nuovi, pel diritto della spada.
Come i Longobardi s’erano dato un codice per soli essi vincitori, così i Latini promulgarono le Assise di Gerusalemme nel nuovo impero, che come quelli si erano diviso, e che governarono a foggia dei feudi di Europa. Venezia, per nulla smaniosa di conquiste cui dovea piuttosto difendere che usufruttare, le abbandonò la più parte a’ suoi nobili, concedendo che ciascuno potesse armare e sottomettere le isole greche e le città delle coste, riconoscendole come semplice feudo perpetuo della repubblica. E i Sanuto fondarono il ducato di Nasso, che abbracciava anche le isole di Paro, Melo, Santorino; i Navagero ebbero il granducato di Lemno; i Michiel il principato di Ceo; quello d’Andros i Dandolo; i Ghisi quel di Teone, Micone e Soiros; altri le signorie di Metelino e Lesbo, di Focea, di Enos, le contee di Zante, di Corfù, Cefalonia, il ducato di Durazzo; poi i Vicari fondarono quel di Gallipoli nel chersoneso Tracio. Anche a stranieri furono concessi feudi; come a Michele Comneno il paese fra Durazzo e Lepanto, a Robano delle Carceri Negroponte, Adrianopoli a Teodoro Brana.
Tutti que’ signori prestavano giuramento, tributo e sussidio in guerra: ne’ loro paesi era privilegiato ai Veneziani il far traffico; e i Veneziani che vi dimorassero, restavano indipendenti e con governo proprio: a Costantinopoli sedeva un balio. Per tal modo Venezia assicuravasi una dominazione scarca di cure, facile a conservare mediante le flotte. Fu anche messo al partito se tornasse meglio trasferire a Costantinopoli la sede della repubblica; e due soli voti fecero prevalere il no[246].
Il marchese Bonifazio vedendo non poter conservare Candia, la vendette ai Veneziani coi crediti verso Alessio per mille marchi d’argento, e per tanto territorio nella Macedonia occidentale che rendesse mille fiorini di oro[247]. Candia era più importante al traffico che non Costantinopoli, e dovette esser regolata con maggiori cure. Gli abitanti erano gente incostante e perfida; il che forse non esprimeva se non repugnante al dominio forestiero. Essendo troppo vasta per concedersi a un solo, vi fu introdotta una colonia, come più opportuna a tenere in soggezione i vinti. Difficilmente però si trovava chi volesse rinunziare alla patria, per quanto gli si offrissero ricchezze, dignità, potere; onde da’ sei sestieri della città si scelsero cinquecentoquaranta famiglie, a cui capo fu posto un duca biennale che rappresentava il doge, eletto dal maggior consiglio di Venezia, assistito da due consiglieri superiori, e sotto di lui i magistrati come a Venezia: e colle opere obbligate dei servi si edificò e munì la città di Canea.
La giurisdizione d’essa città e del distretto spettava al capitano e consigliere della repubblica eletto a Venezia: del Comune veneto erano gli Ebrei, il porto, l’arsenale, le porte. Il paese fu distribuito in trentadue feudi di cavalieri e centotto di sergenti: ogni cavaliere era obbligato aver buona armadura, e condurvi da Venezia e tenere due cavalli, uno del valore almeno di lire ottanta venete, ed uno di cinquanta, e dell’età di tre anni; poi fra un mese e mezzo comprarne un altro di lire venticinque; inoltre avere un sergente con bel cavallo armato a ferro, e tre scudieri pure con corazza e ogni arma di cavalleria; e due balestre di corno, con due scudieri almeno che sappiano trarle, latini, fra i venti e i quarant’anni. I sergenti che hanno mezza cavalleria, conducano da Venezia un cavallo di lire cinquanta almeno, e due scudieri; poi fra un mese e mezzo procaccino un altro cavallo di lire venticinque, e siano ben in arme. Le cavallerie non potranno impegnarsi o staggirsi per debito, e lo stipendio di settecento lire deve convertirsi anzitutto nell’acquisto d’essa terra. Del resto ajutino in ogni modo i rettori dell’isola, e in essa il Comune di Venezia[248]. Ai nobili del paese si ebbero riguardi, e si diede partecipazione al governo; e il gran consiglio, composto d’indigeni, eleggeva i magistrati minori. I Musulmani furono sofferti, ma in istato di servitù.
Così trentamila vigorosi, avidi di bottino e di preda, erano prevalsi facilmente a milioni di Greci, fradici nel lusso, nelle abitudini depravate, nella vanità delle frivole cose. Ma la conquista, fatta senza senno, essiccava le fonti della prosperità, sin a difettare del vivere; il sistema feudale toglieva l’accordo in guerra ed il buon ordine in pace; alcune città governavansi metà con leggi feudali, metà colle venete e colle ecclesiastiche; poi la mollezza di quel clima non tardò a sdulcinare i soldati, e lo spregio reciproco impedì si fondessero vincitori e vinti. Baldovino dopo due anni periva prigioniero dei Bulgari: anche Enrico Dandolo era morto a Costantinopoli dopo vista la rapida decadenza dell’impero latino. Venezia ne trasse più danno che vantaggio, poichè troppa gente si sviò dalla navigazione e dal commercio per buttarsi alle imprese cavalleresche e a conquiste che non doveano durare; e quel che peggio, coll’abbattere Costantinopoli rompeva la sua barriera più salda contro i Musulmani, che doveano divenirle formidabili vicini.