CAPITOLO LXXXVIII. Ottone IV. Sviluppo delle Repubbliche, e secondo loro stadio. Nobili e plebei in lotta. Guelfi e Ghibellini.
In quell’innesto della teocrazia col feudalismo l’imperatore, detto perciò romano, non si teneva per tale sinchè non fosse coronato dal papa, quale rappresentante di Dio per cui solo regnano i re; e l’imperatore gloriavasi del titolo di avvocato e difensore della Chiesa. Primato sovra gli altri re gli attribuiva l’opinione, favorita dai leggisti, i quali nella dieta di Roncaglia udimmo sentenziare, secondo i codici di Teodosio e Giustiniano, lui essere la legge vigente; e il cancelliere del Barbarossa chiamava reges provinciales gli altri potentati. Ma nel fatto, oltre che i re operavano indipendenti, il sistema feudale da un lato, dall’altro l’incremento delle repubbliche attenuava di giorno in giorno la potenza degl’imperatori. Perfino nella Germania il regnante procacciavasi fautori col largheggiare franchigie, cioè lentare più sempre la dipendenza dei dinasti e delle città, le quali, ora mercè del commercio, ora mediante le leghe, venivano a quella prosperità materiale, che più non tollera l’oppressione politica. Pure le città non poterono colà elevarsi a repubbliche come da noi, perchè vi dimoravano soltanto minuti trafficanti e artieri, mentre i signori si tenevano nei castelli, soli agitando le lotte fra lo scettro e il pastorale, fra Guelfi e Ghibellini: nelle nostre, al contrario, si comprendevano e dotti e signori, avanzi romani e avanzi longobardi e franchi, e i parteggiamenti giunsero fino alle plebi, le quali appresero a discutere i diritti, a combattere per un’opinione, e così a divenir libere.
Il re di Germania, che dominava pure sui regni di Lorena, d’Arles, di Pomerania, veniva eletto dai grandi signori, non esclusi i primarj baroni d’Italia. Però ciascun imperante adoprava l’ingerenza che gli davano il suo grado e la devozione de’ proprj vassalli, onde farsi destinare successore uno della famiglia stessa.
Al re fruttavano i molti beni della corona sparsi per tutta Germania, i pedaggi, i fiumi, le foreste, le miniere, porzione delle multe, e lo spoglio de’ vescovi ed abati defunti: le città doveangli alcune contribuzioni, e così gli Ebrei per ottenere protezione siccome servi della Camera imperiale, e i Lombardi o Caorsini che andavano in giro vendendo spezie e guadagnando d’usure, o, come diciam ora, facendo commercio di banca. Essendo elettiva la corona, non si aggregavano ad essa i possedimenti patrimoniali de’ nuovi re eletti: anzi questi, potendo disporre dei feudi ad essa ricadenti per mancanza d’eredi o di fellonia, ne arricchivano le famiglie proprie, col qual modo salirono tanto alto in prima la Casa sveva, poi le povere dei conti di Luxenburg e d’Habsburg.
All’imperatore spettava il far guerra: ma dovendo i soldati essergli somministrati dai feudatarj, occorrevagli il consenso di questi. Ora le lunghe e malarrivate spedizioni di Federico I in Italia aveano svogliato i signori dallo sciupare forze e denaro per interessi cui erano estranj; sicchè da quell’ora fino a Sigismondo più non fu decretata veruna spedizione generale, per quante minaccie o promesse replicassero gl’imperatori, per quanto paressero richieste dal bene della patria o della cristianità. Agli imperatori dunque nelle loro guerre non rimanevano se non gli uomini dovuti dai loro vassalli particolari, ovvero da paesi a loro direttamente soggetti, come era la Sicilia per gli Svevi, o da principi e città con cui avessero alleanza.
La Germania era povera; sebbene Lubecca, Anversa, Colonia, Ratisbona, Vienna, qualche altra città sul Reno o sul Danubio fiorissero di traffici e industria, e la Fiandra fabbricasse pannilani, il mancare di strade e di prodotti da cambiare ne impediva la prosperità; molto denaro n’era anche portato via dalle crociate. Pure allora il commercio s’andava estendendo; eransi scoperte le miniere d’argento della Sassonia; col che e colle libertà comunali la Germania avrebbe potuto vantaggiarsi del primato fra le nazioni europee, e del predominio che acquistava sopra le genti slave, a domare e incivilir le quali fortunata lei e noi se avesse dirizzato il suo ardore. Sciaguratamente gl’imperatori non si contentarono della cristiana supremazia sull’Italia, e vollero direttamente mestarne gli affari; dove urtatisi colle repubbliche e coi papi, ebbero conflitti, a’ quali già vedemmo soccombere una dinastia, e presto vedremo un’altra.
Morto Enrico VI (1197), i signori di Germania credettero a tempi così momentosi non convenirsi un imperatore fanciullo, com’era Federico Ruggero. Vero è che suo padre gli aveva indotti a prestargli omaggio, ma essi non vi si tenevano obbligati perchè non era ancor battezzato. Filippo di Svevia, figlio del Barbarossa e duca di Toscana, come il più prossimo parente dell’imperatore, erasi preso lo scettro, la spada, la corona, il globo d’oro riempito di polvere, la sacra lancia e il diamante detto smisurato (der Weile): fuggendo di qui fra gli strapazzi degli Italiani, che uccisero anche molti del suo seguito, andò in Germania, e brigò tanto, che gli stati di Svevia, Baviera, Sassonia, Franconia e Boemia lo elessero re (1198 — marzo). Ma i Guelfi gli opponevano Ottone di Brunswick, figlio di quell’Enrico il Leone duca di Sassonia e Baviera, che lottato col Barbarossa, n’era stato spossessato, e nipote di Ricardo Cuor di Leone re d’Inghilterra.
Ottone, ardito come questo, gigante della persona, prodigo, soldatesco, risoluto a reprimere le prepotenze, onde i grandi l’intitolarono Superbo, e i popoli Padre della giustizia, impadronitosi d’Aquisgrana, vi si fece ungere dall’arcivescovo di Colonia; e genti e signori svaginarono le spade per sostenere ciascuno il proprio eletto. Onde risparmiare il sangue civile, fu rimessa la decisione al papa, e questi, esaminatala sotto il triplice aspetto del diritto, della convenienza e dell’utilità, escluse Federico perchè non se ne conosceano l’intelletto e il cuore, e la Scrittura dice: Guaj alla terra, cui re è un fanciullo; riprovò Filippo come usurpatore delle giustizie della Chiesa in Toscana[249], e perchè teneva ancora prigioni il vescovo di Salerno e la famiglia reale di Tancredi; lodò Ottone, ma parvegli eletto da troppo scarsi voti. Professavasi dunque imparziale tra una famiglia sempre ostile e l’altra sempre favorevole alla Chiesa, sicchè, scontenti del pari, i due emuli avventaronsi all’armi; sinchè, indotto dai Guelfi, il papa mandò un legato che scomunicasse Filippo e i suoi, e dicesse Ottone legittimo imperatore.
Questi, davanti a tre legati pontifizj (1201 — 8 giugno), prestò un giuramento siffatto: — Io Ottone, per grazia di Dio, prometto e giuro proteggere con ogni mia forza e di buona fede il signore papa Innocenzo, i suoi successori e la Chiesa romana in tutti i dominj loro, feudi e diritti, quali sono definiti dagli atti di molti imperatori, da Lodovico Pio fino a noi; non turbarli in ciò che già hanno acquistato, ajutarli in ciò che lor resta ad acquistare, se il papa me lo ordini quando sarò chiamato alla sede apostolica per la corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa romana per difendere il regno di Sicilia, mostrando al signore papa Innocenzo obbedienza e onore, come costumarono i pii imperatori cattolici fino a quest’oggi. Quanto all’assicurare i diritti e le consuetudini del popolo e delle Leghe Lombarda e Toscana, m’atterrò ai consigli e alle intenzioni della santa Sede, e così in ciò che concerne la pace col re di Francia. Se la Chiesa romana venisse in guerra per causa mia, le somministrerò denaro secondo i miei mezzi. Il presente giuramento sarà rinnovato a voce e per iscritto quando otterrò la corona imperiale».
I Tedeschi, che vorrebbero vedere sempre l’imperatore sovrapposto al pontefice, e l’Italia sottomessa alla Germania, rinfacciano a Ottone quest’atto, dove in sostanza ciò che il papa esigeva era l’indipendenza della Chiesa e dell’Italia. I principi tedeschi se ne indignarono, e ne scrissero parole risolute ad Innocenzo, il cui favore non toglieva che svenisse il partito di Ottone, considerato scialacquatore della nazionale sovranità. Intanto Filippo di Svevia moriva trucidato (1208), quinto figlio del Barbarossa che finiva in valida età, lasciando sol quattro figlie; nè di quella casa sopravviveva che Federico Ruggero. Allora, dopo dieci anni di contesa fra guerresca e politica, mediante le premure di Roma i suffragi si raccolsero tutti sopra Ottone: anzi, per togliere in avvenire le scissure e insieme le ambizioni di qualc’altra famiglia, fu istituito che nessuno pretendesse alla corona germanica per diritto ereditario; l’elezione fosse devoluta a tre principi ecclesiastici, cioè gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Treveri, e tre laici, cioè il palatino del Reno, il duca di Sassonia, il marchese di Brandeburgo; e quando i voti fossero pari, anche il re di Boemia. Da quel punto al popolo non rimase più parte alcuna nelle nomine, e gl’italiani ne restarono affatto esclusi. Ottone avendo sposato Beatrice (1209) figlia dell’ucciso Filippo, rannodò le due case de’ Guelfi e degli Hohenstaufen, e svelse dalla Germania quella gramigna funesta de’ Guelfi e Ghibellini mentre appunto essa pigliava rigoglio in Italia.