Qui, in dodici anni dacchè tedeschi eserciti non apparivano, le Repubbliche aveano preso incremento. Determinate da bisogni individuali, esse non avevano preteso estendere le franchigie su tutto il paese, distruggere ogni orma della sofferta oppressione, piantare l’uguaglianza di tutti in faccia alla legge. Del Comune da principio facevano parte soltanto i capitanei e valvassori e arimanni; poi vi si aggiunsero i borghesi liberi, ceto medio, cresciuto sì per l’arricchimento del commercio, sì per molte case nobili che giurarono la città, sì per quelli che vi rifuggivano dai signori feudali o ecclesiastici. Il resto degli abitanti dipendeva ancora dai nobili o dai visconti vescovili, in qualità di servi o d’uomini ligi, con patti che spesso riducevansi in carta, e che tanto vagliono a manifestare la condizione personale de’ popolani[250].
Gli antichi conti della città eransi ritirati alla campagna, dove conservavano i possessi e le giurisdizioni; sicchè i contadi rurali od erano frazioni d’antico contado cui era stata tolta la città, o porzioni assegnate da un conte ai proprj figliuoli. Quei di Bergamo nel X secolo aveano avuto per quattro generazioni la suprema dignità di conti del regio palazzo, e furono imparentati coi marchesi d’Ivrea e di Toscana: costretti poi ad uscir di città, si indebolirono suddividendosi nei conti Almenno, Martinengo, Camisano, Offenengo ed altri[251]. Sotto il 1222 gli storici annoverano una quantità di castelli donati o ceduti a Bergamo dai possessori, come Morníco, Cologna, Grumello, Solto, Plenico, Cene, Civedate, Telgate, Villadadda, Morengo, Calepio, Sárnico, la Bretta e via; e già prima v’erano stati indotti o costretti i canonici e il vescovo. Milano, che prima limitava la sua giurisdizione a un raggio di tre miglia, sottopose i contadi del Seprio, della Bulgaria, della Martesana, di Parabiago, di Lecco[252]. I conti di Verona si ritirarono a San Bonifazio, donde presero il titolo: quei di Padova, fra i colli Euganei, coi titoli di Baone, Àbano, Maltraverso e altri. E tutti dominarono sulla campagna, rubando, ponendo pedaggi, escludendo, serrandosi attorno a un principale, che intitolavasi vicario imperiale e che aveva una scorta di Tedeschi: del resto avversando i Comuni, ridendo dei consoli e degli statuti, pronti ad affollarsi intorno al piccolo esercito che l’imperatore conducesse in Italia, trasformando in valanga l’impercettibile nucleo degli oltramontani; e continuar battaglie e invasioni anco dopo partito quello.
Non poteva darsi che le città libere gran tempo tollerassero attorno a sè borghi servilmente sottoposti a feudatarj privilegiati d’assoluta giurisdizione, conservatori degli abusi detestati. Se a Costanza avean acquistato il diritto di far guerra alle città lontane, tanto più ai castelli vicini: onde coglievano le occasioni di portarvi la più legittima delle guerre, quella che propaga e francheggia i diritti dell’uomo. Talora scendeasi a patti, e la campagna restava emancipata dalle parziali servitù. Asti mosse contro ai duchi di Monferrato, Chieri agli arcivescovi di Torino: quei di Borgo Sansepolcro intimarono ai tanti castellani di val Tiberina di lasciare le rôcche, chi non volle costrinsero, e diroccato il castello di Mansciano, ne portarono via le pietre, di cui edificarono i proprj baluardi, e una campana che posero sulla torre di Berta[253]. Gli abitanti di Vico, Vasco, Breo, Carassone, guasti dalle male intelligenze coi Lombardi e coll’imperatore, si proposero una reciproca unione, della quale fu frutto la terra di Mondovì. I Pavesi respinsero il conte rurale, che si rifuggì a Lumello; ma quivi pure incalzato, ebbe a smettere la sua giurisdizione, e rendersi cittadino e suddito della sua città[254].
I consoli di Biandrate appajono già in una carta del 5 febbrajo 1093, dove quei conti ai militi abitanti le loro terre danno una specie di costituzione, e «delle discordie e concordie attenderanno quel che decidano i dodici consoli eletti; i quali giurano giudicare le liti insorte come meglio sapranno giovare al Comune, salva la fedeltà ai signori». A Guido di Biandrate, che tanto di lui ben meritò, Federico Barbarossa concedeva ampio privilegio, togliendolo in protezione, confermandogli i beni e onori che aveva avuto da’ suoi antecessori, stabilendo non deva esser chiesto in giudizio se non davanti all’imperatore; per tutto il vescovado di Novara gli conferma la capitananza (conductum), e che niuna battaglia si faccia se non lui presente; gli uomini di quel contado abbiano egual diritto di vendere e comprare in tutto il vescovado di Novara, Vercelli, Ivrea, quanto i mercanti d’essa città. Poi il conte di Biandrate nel 1170 fece concordia coi Vercellesi, cedendo il suo castello di Montegrande, i cui abitanti siano ricevuti pacificamente a Vercelli, senza ch’egli però perda la fedeltà d’essi castellani; cede pure quanto ha in Candelo, Arborio, Albano e di qua dalla Sesia; due volte l’anno farà per essi campo, e sarà in oste con trecento uomini; abiterà in Vercelli, e farà giurare a quaranta suoi militi di comprarvi case; darà della sua cassa diecimila lire pavesi; farà dare il fodro da essi militi agli uomini di Vercelli, come sogliono gli altri concittadini; farà fine e pace di tutti i danni recati a sè e alla casa sua; non porterà guerra senza il consiglio de’ consoli maggiori e dei consoli di Santo Stefano e di tutta la credenza; non alzerà castello dalla valle della Sesia e da Romagnano in giù, nè vi farà conquista di castello o torre o corte. Erano quei di Biandrate i più potenti signori del contorno di Milano, ma ben presto il loro castello fu assediato e distrutto, e dispersine gli abitanti in quattro villaggi: e Novara facea statuto, che il console giurasse di tener distrutto Biandrate, ogn’anno visitarlo due volte, e se nel ricinto della fossa sorgesse alcuna casa, la demolirebbe fra venti giorni. Altre terre rimaste dovetter quei conti cedere a Novara nel 1247 per ottomila lire, con cui comprare una casa e terreni nel distretto. I conti infestavano tuttavia la val di Sesia, volendo contaminar tutte le fanciulle: sinchè i paesani indignati li scannano tutti, sol una fanciulla serbando, alla quale infliggono gli oltraggi che le loro aveano sofferto. Altre terre possedeano sull’Astigiano, e avendo nel 1250 rubato del panno a mercanti, la città li punisce privandoli dei villaggi. Su un di questi avventavasi notturno nel 1290 il conte Manuele; ma gli Astigiani invadono le terre di esso, ne devastano i vigneti e le biade, uccidono suo figlio: talchè il conte, per salvare il resto, cede il castello di Porcello alle città, e vende a chi più ne dà i castelli di Montacuto e Santo Stefano.
Patti consimili ma più largamente esplicati si convennero tra i Vercellesi e i marchesi di Monferrato, aggiungendo la promessa di ajutar questi dalla Lega Lombarda, cioè col pregare i collegati e intercedere per essi.
Il Comune di Brescia (se la cronaca di Ardicio è genuina) fin dal 1104 avea lega e società con altri della Lombardia e del Trevisano, giurata nel chiostro di Palazzuolo: dai Martinengo comprava il castello di Orzivecchi, dai conti Lumellini quanto possedeano nella diocesi a titolo feudale, dai conti Calepio i castelli di Sárnico, Merlo, Calepio, obbligandoli ad impiegare il prezzo in acquistare allodj nel Bresciano; riceveva in protezione gli abati di Leno e Sant’Eufemia; distruggeva il forte di Montechiaro e quel di Gavardo cacciandone il presidio; così smantellò Asola ch’era dei conti di Casalalto, e il forte di Monterotondo. Un consiglio del 1203 stabilisce che gli abitanti di ville e castelli comprati da nobili non addetti al Comune devano prestar giuramento alla repubblica. Ne’ cui statuti è prescritto, chi vuol diventare cittadino, fabbrichi una casa nella città, e rimangavi sempre, eccetto un mese di primavera, uno d’autunno; privati non possano eriger forti in Pontevico, Palazzuolo, Mura, Quinzano, Caneto, Gavardo, Iseo; e tutti i curati e dignitarj ecclesiastici siano bresciani[255].
I conti di Treviso si piantarono ne’ loro possessi sul Piave, ma senza nimicarsi colla città, nella quale sostennero molti uffizj comunali, e conservarono anche il titolo, che poi mutarono in quel di Collalto. Di Treviso stessa presero la cittadinanza nel 1183 Vecello e Gabriele da Camino, e nel 1190 Matteo vescovo di Céneda, pattuendo che quel Comune esercitasse la giurisdizione nella sua diocesi. Bertoldo patriarca d’Aquileja nel 1220 si ridusse cittadino di Padova, e in segno vi fabbricò palazzo, si sottopose ai dazj e alle taglie, e mandava ogn’anno dodici cavalieri a giurare obbedienza al nuovo podestà: lo che imitò pure il vescovo di Feltre e Belluno[256]. Padova stessa obbligò i marchesi d’Este a venir cittadini, ed immurare le porte della loro rôcca. Parma sottomette Salsomaggiore, obbligandolo a pagare dieci soldi ogni san Martino(1138), e Uberto Pelavicino che le fa omaggio di San Donnino (1140): Piacenza sottomette Caverzago, Collagura, Specchio, Fabricà; nel 1138 compra metà del castello di Montalbo, metà nel 48; sottopone la valle e il borgo di Taro; Moruello Malaspina nel 1194 prende la cittadinanza di Piacenza, mentre altri di quella famiglia si accomandavano a Lucca. I Córvoli del Frignano nel 1156 affidaronsi con Modena a questi patti: ajutare la città contro chicchefosse, eccetto il duca Guelfo d’Este e suoi ligi e vassalli; dimorare in città colle lor donne ogni anno un mese in tempo di pace, due in tempo di guerra; lasciare ai cittadini traversar liberamente le loro terre, nè tenere mai chiusi i castelli a’ magistrati della città; obbligare i loro villani a pagare sei denari lucchesi per ogni par di bovi, eccetto i castellani, valletti e gastaldi. Modena obbligavasi di rimpatto a investirli di certi beni e castelli ch’essi doveano conquistare, ajutarli a rivendicare certe ragioni da altri nobili, e proteggerli contro i nemici[257]. Faenza demolisce Selvamaggiore (1098), combatte i conti di Cunio (1115), demolisce la Pergola (1135); distrugge Solarido (1138) diviso fra le due lottanti famiglie de’ Silingardi e de’ Guglielmi, sbrattando così la via di San Giuliano; nel 1144 assalta Castelleone; nel 1149 Cunio, Donigaglia, Bagnacavallo, che pretendeano un censo da’ Faentani che vi tenesser banchi. Il conte dovette cercar pace mettendo casa in Faenza, lasciando mettere in Cunio guarnigione faentina, e ritraendosi dalla politica: ma ben presto, sotto titolo che abbia mancato ai patti, è assalito e distrutto il castello. Poi vien la volta di Lacerata, di Modigliana, di Bagnacavallo.
Terracina ai Frangipani, già signori della città, poi ritiratisi a Circello e Traversa, vieta di accostarsi oltre la chiesa di S. Nicola fuor le mura, fuorchè per affari e senz’armi nè seguito. Benevento sfascia Apice, Terroggia, Sableta, ove Roberto Sclavo ora imprigionava i passeggeri, or li spogliava od uccideva, come faceano pure i signori di Frassineta, per ciò spodestati.
I Bolognesi avevano preso i castelli di Corbara, Sassatello, Monteveglio, Monte Cadumo, Ibora, Dozza, Fagnano, e avuti a soggezione i signori Cetolani, Savignanesi, di Oliveto, Moreto, Caneto[258]. Egual movimento ci si mostrerà in Toscana.
Casse in tal guisa le giurisdizioni feudali, le tenute appartenevano tutte a cittadini, ed erano coltivate da pigionanti e mezzajuoli, trasformandosi il sistema tedesco dei possessi, e ai servi sottentrando liberi coltivatori.